
La
Resistenza si è
complessivamente organizzata dopo l’8 settembre, ma in Friuli Venezia
Giulia essa “iniziò prima ancora che si giungesse alla
disfatta dell’esercito [...] Fin dagli ultimi mesi del
1941, sulle montagne della nostra regione compaiono i primi reparti della
Resistenza slovena [...] e fin dal 1942 noi comunisti friulani
prendemmo contatto con quelle formazioni [...] Decidemmo di formare
un nostro reparto partigiano in Friuli assai prima dell’8 settembre, [...] precisamente nel marzo 1943 è nato il Distaccamento
Garibaldi.” (Mario Lizzero, Storia delle formazioni:
la Garibaldi, in Nel monumento di Udine la Resistenza in Friuli,
Del Bianco, 1970)
Nell'Alto Friuli, invece (cfr.:
Michele
Gortani, Il
martirio della Carnia dal 14 marzo al 6 maggio 1945, Stab. Grafico
Carnia, 1966 - Leonardo 2000, pp. 81-2), il primo episodio di scontro
armato coi tedeschi si ebbe a Tarvisio, all'indomani
dell'8 settembre: il comandante della guarnigione della "Guardia
alla Frontiera" rifiutò di consegnare le armi e per un giorno
poco più di 200 alpini resistettero a due battaglioni delle SS,
lasciando sul terreno 21 caduti; i superstiti vengono deportati
in Germania.
Pochi
giorni dopo, il 12 settembre, a Gorizia, ha inizio la
prima battaglia di grandi dimensioni della Resistenza italiana, sostenuta
dalla Brigata Proletaria, un migliaio di partigiani in gran parte
operai dei cantieri di Monfalcone, cui si unirono alcuni reparti di soldati
italiani.
Operai,
militanti comunisti, alcuni dei quali già esperti essendo stati
in clandestinità, e soldati dell’esercito regio in sfacelo
(che intorno al confine con la Jugoslavia
contava oltre 150.000 uomini) sono dunque i primi resistenti, (1)
che inizialmente si organizzano in piccoli gruppi, non collegati fra loro.
In
Carnia, in Val Pesarina, Aulo Magrini "Arturo"
e Italo Cristofoli "Aso"
(2) creano il nucleo di quella che sarà la
Garibaldi; ad Ampezzo, Caneva, Paluzza, Zuglio e in molti altri paesi
si formano ulteriori raggruppamenti, che in un primo tempo raccolgono
chiunque avesse l’intenzione di combattere i tedeschi ma che in
breve si articolano secondo l’orientamento politico: nelle formazioni Garibaldi si
organizzano comunisti e socialisti, nell'Osoppo confluiscono membri della Democrazia Cristiana, del Partito d’Azione,
liberali e senza partito.
È
in Val d’Arzino che si costituisce la prima formazione
Osoppo-Friuli, il battaglione Italia, composta, appunto, da democristiani
e azionisti e appoggiata dal clero: comandante ne fu il ten. Renato
Del Din "Anselmo", che morì a Tolmezzo il 24
aprile 1944 durante un attacco alla caserma della milizia fascista (è
il primo partigiano caduto in Carnia: Medaglia d'oro
alla memoria); tra marzo e giugno si formano altri tre reparti osovani:
i btg. Carnia, Tagliamento e Piave, rispettivamente
sotto il comando di Romano Zoffo "Livio", Adalgiso Fior "Mion"
e Pietro Maset "Maso".
I
battaglioni (3)
garibaldini che si erano costituiti in quei mesi furono otto: Friuli - comandanti: Arko Mirko "Mirko" e Italo Mestre "Diego"; Carnia - Ciro Nigris "Marco" e Aulo Magrini "Arturo"; Carnico - Angelo Cucito "Tredici" e Mario Foschiani
"Guerra"; Garibaldi - Adolfo Lanzardi "Corrado"
e Sergio Visintin "Rino"; Pisacane - Domenico Radina
"Fiamma" e Antonio Pillin "Tevere"; Matteotti - Luigi Grion "Furore" e Vittorio Cao "Biella"; Nino
Bixio - Mario Modotti "Tribuno" e Giulio Contin "Riccardo"; Mazzini 2° - Vincenzo Deotto "Falco" e Spartaco
Serena "Agile". (4) *
Complessivamente,
nella primavera del '44, le forze partigiane che operavano in Carnia e
nel Friuli occidentale (Val Cellina, Val Meduna, Val Tramontina) arriveranno
a circa 6.000 uomini, raggruppati in 9 Brigate composte
da 18 battaglioni garibaldini e 13 osovani.
| 1 |
Div.
Garibaldi Osoppo "I. Nievo" |
2 |
Br.
Garibaldi "Sud Arzino" e
4a Br. Osoppo |
| 3 |
Br.
Garibaldi "Picelli" e
3a Br. Osoppo |
4 |
Br.
Garibaldi "Val But" |
| 5 |
Br.
Garibaldi "Carnia" |
4-5 |
Br.
Osoppo "Pal Piccolo" |
Le
zone libere
L'avanzata
dal Sud delle truppe anglo-americane aveva incontrato per mesi la tenace
opposizione dei tedeschi, ma quando la logorante battaglia di Cassino
(sett. '43 - mag. '44) si risolse finalmente con il successo alleato,
il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia (CLNAI)
valutò che erano maturate le condizioni per un salto di qualità
della Resistenza: occorreva, cioè, mettere in campo tutta la forza
possibile - in termini di uomini e di mezzi - per assestare il colpo finale.
A posteriori si può affermare che sul piano militare si trattò
di una circostanza sfortunata, perchè il cedimento della Linea
Gustav non significò l'automatico crollo germanico su tutti
i fronti: infatti occorrerà attendere il mese di ottobre perché
venisse sfondato l'altro baluardo, la Linea gotica:
che era il potente fronte difensivo, fra Pesaro e Massa, approntato
dal feldmaresciallo Kesselring per
impedire il dilagare degli Alleati nella pianura padana.

La totale liberazione dell'Italia, dunque, era tutt'altro che imminente
(e infatti si realizzerà solo nella primavera successiva), tuttavia
è comprensibile che si sia ipotizzata una conclusione del conflitto
in tempi brevi: ciò significava non solo impiegare ogni risorsa
contro l'invasore, ma anche far assumere alle forze partigiane un ruolo
ben più rilevante di quello voluto dagli alleati - semplice supporto
alle operazioni belliche tradizionali - dando una dimostrazione concreta
della volontà e della capacità degli italiani di ritrovare
la propria dignità.
Di qui l'idea di creare - dove la Resistenza era più attiva e organizzata
- delle zone in grado di autogovernarsi, in cui, cioè, la volontà
popolare potesse esprimersi e realizzarsi compiutamente.
É
così che, in situazioni diverse e con alterne fortune, presero
forma le Repubbliche partigiane:
in Val d'Ossola, in Val d'Aosta, nell'Oltrepo
pavese, nell'entroterra ligure (Torriglia),
in Emilia (Montefiorino), in Umbria (Leonessa,
Cascia), nel Cansiglio, e in Carnia.
A proposito di quest'ultima va ricordato che il Friuli era diventato a
tutti gli effetti territorio germanico, essendo stato
annesso al Reich sotto il nome di Adriatisches Küstenland
(Litorale Adriatico): governatore civile fu nominato il Gauleiter
Friedrich Rainer
e comandante delle SS l'Obergruppenführer Odilo Globoçnik.

I
Cosacchi
Le
azioni partigiane, e l'esistenza stessa dei "banditen"
(5),
costringevano i tedeschi a impiegare forze che viceversa erano essenziali
al fronte per contrastare l'avanzata degli Alleati. Quindi il comando
germanico decise di affidare il controllo della parte settentrionale del
Friuli ai cosacchi comandati dal vecchio generale zarista
Pëtr Nikolajeviç Krasnov; a queste divisioni
si aggiunsero le truppe dell'Ataman (comandante, autorità)
Timofej Ivanoviç Damanov e la Russkaja Osvoboditelnaja
Armja, agli ordini di Andrej Vlasov, un generale
dell'Armata Rossa preso prigioniero dai tedeschi e passato dalla loro
parte (per una trattazione più approfondita: in questo sito il
saggio di Pieri Stefanutti Quando
Hitler consegnò il Friuli ai cosacchi e, nel
sito della scuola, il bel progetto realizzato dall' ITC
Marchetti di Gemona; interessante anche uno stralcio del lavoro svolto
anni fa - v. http://www.donneincarnia.it/ieri/cosacchi.htm - dai ragazzi della scuola media di Tolmezzo).
Queste tre armate erano composte da circa 22.000 (ma nella primavera del
'45 arriveranno a 40.000) Cosacchi, Circassi, Georgiani (6),
Russi e altre etnie; imprecisa, quindi, anche se di uso corrente, la semplice
definizione di "cosacchi". Da notare che in Carnia essi erano
generalmente chiamati mongui,
mongoli, per via dei tratti asiatici di alcuni gruppi e perché
il termine richiamava le antiche vicende dei predatori provenienti dall'oriente.

A
queste popolazioni Hitler aveva promesso che tale parte del Friuli sarebbe
stata la loro nuova patria, che prese appunto il nome di Kosakenland
in Nord Italien.
Non si trattava, dunque, semplicemente di un esercito di occupazione,
ma di soldati con al seguito le famiglie e tutti i loro averi; disponevano
di veicoli a motore ma soprattutto di 6-7.000 cavalli e decine di cammelli,
con cui dilagarono nelle vallate; da notare che i soldati a cavallo potevano
spostarsi molto rapidamente anche dove i veicoli a motore non erano in
grado di muoversi, potendo quindi contrastare più efficacemente
dei tedeschi i gruppi partigiani che si erano insediati sulle montagne.
La gente di Carnia rimase sconvolta da quest'invasione, che rischiava
davvero di trasformarsi in insediamento permanente. Infatti i cosacchi
si installarono nelle abitazioni, cacciandone i proprietari o costringendoli
ad una forzata coabitazione: in particolare tutti gli abitanti di Alesso,
Bordano e Trasaghis (all'incirca 7.000
persone) furono costretti ad abbandonare i paesi; ovunque (e in particolare
a Cadunea, Cedarchis, Illegio, Invillino, Sutrio) vi furono saccheggi
e violenze, e tra questi episodi suscitò particolare turbamento
l'uccisione del parroco di Imponzo, don Giuseppe Treppo,
intervenuto in difesa di una ragazza che stava per essere stuprata.

| Cosacchi
del Terek |
Cosacchi del Don |
Georgiani |
| Caucasici |
Cosacchi del Kuban |
|
L'occupazione
fu tanto più crudele in quanto la popolazione carnica, che già
non viveva certo in condizioni agiate, era stremata dalle privazioni e
dai lutti provocati dalla guerra; vedersi poi togliere anche i pochi prodotti
della terra (patate, fagioli, granturco, ortaggi; per non parlare del
fieno, visto che un cavallo mangia mediamente dai 10 ai 20 Kg di foraggio
al giorno) era veramente terribile.
Occorre però notare che, malgrado le ovvie differenze di cultura,
mentalità, religione, molti dei mongui erano pur sempre
di origine contadina, e quindi in varie circostanze legate soprattutto
al lavoro agricolo ci furono momenti di convivenza pacifica e addirittura
di serenità (anche se non in quella cornice quasi idilliaca descritta
da Pier Arrigo Carnier nel suo L'armata cosacca in Italia, De
Vecchi, 1965; una ricostruzione assai più realistica si trova in:
Alessandro Ivanov, Cosacchi perduti, Aviani, 1997).
Il
Friuli
La
forza ed il consenso popolare assunti dalla divisione Garibaldi - Osoppo
Natisone permisero ai partigiani di sostenere con successo i
durissimi scontri coi nazifascisti e di liberare, nel luglio del '44,
i comuni di Attimis, Faedis, Lusevera, Nimis, Taipana e Torreano.
Questa del Friuli orientale fu a tutti gli effetti una
Zona libera, dove si realizzarono significativi momenti di vita democratica,
tuttavia la rilevanza strategica di quel territorio - da cui si potevano
controllare le vie di comunicazione verso l'Austria - indusse il comando
tedesco ad esercitare una violentissima pressione militare: e il 27 settembre,
con un'operazione su larga scala sostenuta da mezzi corazzati, ripresero
il controllo di quest'area di circa 300 Kmq.
Con
un'estensione assai maggiore (2.580 Kmq, per una popolazione di quasi
90.000 persone), tanto da essere la più ampia in Italia, fu la
Zona libera della Carnia:
| |
Comune |
abitanti
|
1 |
Ampezzo |
2.494 |
2 |
Andreis |
1.090 |
3 |
Arta
Terme (comprendente Zuglio) |
4.455 |
4 |
Barcis |
1.092 |
5 |
Bordano |
1.467 |
6 |
Cavazzo
Carnico |
1.658 |
7 |
Cercivento |
1.227 |
8 |
Cimolais |
1.078 |
9 |
Claut |
2.222 |
10 |
Clauzetto |
1.775 |
11 |
Comeglians |
1.814 |
12 |
Enemonzo
(comprendente Preone) |
2.546 |
13 |
Erto
e Casso |
2.048 |
14 |
Forgaria
del Friuli |
3.107 |
15 |
Forni
Avoltri |
1.664 |
16 |
Forni
di Sopra |
2.027 |
17 |
Forni
di Sotto |
1.533 |
18 |
Frisanco |
1.704 |
19 |
Lauco |
2.651 |
20 |
Ligosullo |
447 |
21 |
Meduno |
2.698 |
22 |
Ovaro |
3.969 |
23 |
Paluzza |
4.067 |
24 |
Paularo |
4.140 |
25 |
Prato
Carnico |
2.519 |
26 |
Ravascletto |
1.582 |
27 |
Raveo |
774 |
28 |
Rigolato |
2.161 |
29 |
Sauris |
896 |
30 |
Socchieve |
2.392 |
31 |
Sutrio |
1.716 |
32 |
Tramonti
di Sopra |
1.838 |
33 |
Tramonti
di Sotto |
2.223 |
34 |
Trasaghis |
3.909 |
35 |
Treppo
Carnico |
1.456 |
36 |
Verzegnis |
1.825 |
37 |
Villa
Santina |
1.889 |
38 |
Vito
d'Asio |
3.047 |
|
TOTALE |
81.200 |
popolazione residente al 31.12.1943
dati ISTAT
|
Entrarono a far parte della Zona Libera della Carnia anche due
Comuni in provincia di Belluno: Lorenzago
e Sappada. Altre località
furono coinvolte solo parzialmente, essendo sottoposte ad un forte
controllo da parte delle forze di occupazione: Amaro, Castelnuovo,
Cavasso Nuovo, Meduno, Moggio Udinese, Tolmezzo, Travesio.
|
La
nuova democrazia
I
buoni risultati - in termini sia di consistenza organizzativa che di efficacia
militare - ottenuti dai partigiani nella montagna carnica e pordenonese,
portò all'abbandono da parte dei tedeschi di varie località,
tanto da indurre i dirigenti della Resistenza friulana ad avviare senza
indugi la costituzione della Zona libera.
Per concordare come avrebbe dovuto operare questo governo unitario e democratico,
i partiti antifascisti e i comandi militari inviarono dunque in Carnia,
nell'agosto del '44, alcuni dei loro più autorevoli
esponenti: don Aldo Moretti "Don Lino" per
la DC, Gino Beltrame "Emilio"
per il PCI, Nino Del Bianco "Celestino"
per il Partito d'Azione, Manlio Gardi "Bruto" per il PLI; Mario Lizzero "Andrea" comandante della Garibaldi e Romano Marchetti "Cino Da Monte" dell'Osoppo, in quanto dirigenti delle formazioni
armate svolgono la funzione di garanti.
Le trattative - a cui parteciparono, ovviamente, i rappresentanti locali
delle forze politiche e combattenti - non furono facili (erano già
ben definiti i forti contrasti ideologici, soprattutto fra comunisti e
democristiani), tuttavia in breve tempo venne raggiunto un accordo sulla
fisionomia e i compiti di questo audace esperimento politico.
Alla
base doveva esserci quella vita democratica che per vent'anni era stata
negata dal regime fascista, ma non si trattava semplicemente di definire
un'architettura amministrativa, occorreva tener conto dell'eccezionalità
della situazione: si era in una zona di guerra, con un invasore potente,
spietato, al quale bisognava opporre un'azione coordinata ed efficace;
le popolazioni erano stremate dalla fame, dai lutti, dalla paura; il fascismo
contava ancora sui suoi sostenitori (il PNF aveva avuto molti iscritti
in Friuli) ed era indispensabile un grande impegno politico per garantire
democraticità e trasparenza nelle scelte di governo.
Di qui la complessa relazione tra i soggetti protagonisti della Zona Libera:
i patrioti armati, le nuove Giunte comunali elette dal popolo, i Comitati
di Liberazione Nazionale.
Le formazioni partigiane erano appunto il più
delle volte strutturate in base agli orientamenti ideali dei propri aderenti,
ma non bisogna dimenticare che la vita politica per lungo tempo si era
svolta al di fuori di qualunque ambito democratico, e dunque era nettamente
minoritaria la percentuale di coloro che avevano ben chiare le differenze
ideologiche tra i vari partiti; inoltre molti si erano trovati ad operare
per caso in una formazione piuttosto che in un'altra, perché questa
era semplicemente la più vicina al luogo di residenza, o perché
convinti da un amico, da un parente.
Purtroppo gli inevitabili contrasti politici non favorirono il pieno dispiegarsi
dell'azione unitaria e in taluni casi provocarono anche incidenti sul
piano militare; vi furono addirittura episodi drammatici, come quando,
nel febbraio 1945, a Porzûs,
una malga a una ventina di chilometri a nord est di Udine, vicino al confine
jugoslavo), un gruppo di garibaldini passò per le armi ventun partigiani
osovani.
Ma vi era anche chi seppe e volle anteporre sempre al contrasto politico
o ideologico l'esigenza - assolutamente prioritaria - dell'unità
a tutti i costi per combattere i nazifascisti: in Carnia, appunto, a fine
settembre '44 il comandante osovano "Da
Monte" Romano Marchetti propose ai comunisti, che accettarono
immediatamente, di creare un comando unificato Garibaldi - Osoppo. La
decisione divenne operativa, ma, all'insaputa dello stesso "Da Monte"
(che per le sue posizioni liberalsocialiste fu esautorato dai suoi superiori),
la direzione dell'Osoppo, saldamente in mano alla DC, pochi giorni dopo
sconfessò tale iniziativa.

Le
Giunte comunali popolari dovevano naturalmente gestire
la vita quotidiana dei paesi, ma il compito era reso oltremodo difficile
dalla situazione generale. Approvvigionamento alimentare, amministrazione
corrente, erogazione dei servizi essenziali, gestione dei numerosi beni
collettivi (soprattutto boschivi): su questi e sugli altri aspetti della
vita amministrativa finalmente le popolazioni potevano esprimersi liberamente
e controllare l'operato degli eletti.
Sì, perché dopo vent'anni di dittatura, nella Zona Libera
della Carnia si svolsero elezioni democratiche.
A cui - altra novità di grandissimo rilievo - per la prima volta
in Italia poterono partecipare anche le donne. In realtà
non fu varata una norma specifica, ma, seguendo la vecchia tradizione
delle latterie sociali, poterono votare tutti i capifamiglia: e tali erano
numerose donne, perché molti uomini erano morti, o comunque lontani.
Da sottolineare il fatto che questi organismi elettivi tenevano le proprie
riunioni pubblicamente, e quindi vi era la massima partecipazione di tutta
la comunità alle discussioni e alle scelte.
Sulla
base dello stesso schema adottato a livello centrale, vennero costituiti
i vari CLN,
Comitati di Liberazione
Nazionale, prima nei singoli comuni e poi per vallate o per aree vaste
(Carnia, Spilimberghese).
Questi organismi, costituiti da rappresentanti dei partiti antifascisti,
avevano il compito di coordinare il lavoro delle varie Giunte comunali,
di controllarne l'operato, d'informare la popolazione, di promuoverne
la mobilitazione contro i nazifascisti, e più in generale di dirigere
dal punto di vista politico tutte le attività che si svolgevano.
Resistenza,
dunque, non solo come azione armata, ma come movimento popolare
organizzato, basato sulla rappresentatività, sulla separazione
dei poteri (i comandi partigiani, ad esempio, non dovevano interferire
nelle scelte amministrative), sul libero autogoverno: "un potere
sorto dal basso, coronamento legale dell'impetuosa offensiva estiva dei
partigiani." (R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana,
Einaudi, 1964, p. 409)
La
Giunta di Governo
Il
centro propulsivo della Zona Libera fu la Giunta di governo
costituita ad Ampezzo (di fatto la capitale) il 26
settembre 1944 e composta dai partiti e dai rappresentanti delle
"organizzazioni di massa": i Gruppi di Difesa della Donna, il
Fronte della Gioventù, i Comitati dei contadini, il Comitato promotore
della Camera del Lavoro. Vi fu un forte dissenso fra PCI e DC sul ruolo
di questi organismi associativi, e sul peso che avrebbero dovuto avere
nella Giunta: dato che ne erano promotori soprattutto i comunisti, si
temeva l'egemonia del PCI, e quindi si arrivò al compromesso in
base al quale gli esponenti delle organizzazioni di massa avrebbero partecipato
a pieno titolo ai lavori della Giunta, ma con diritto di voto solo sulle
questioni legate alla loro specifica sfera di attività.
La
vita della Repubblica e del suo governo fu in realtà assai breve,
perchè il 10 ottobre l'Alto Comando germanico,
giudicando intollerabile che in un territorio del Reich vi fosse
addirittura un contropotere, scatenò una massiccia offensiva
che spazzò via ogni cosa.
E tuttavia questa esperienza fu un momento di straordinario significato,
perché non solo dimostrava che ci si poteva opporre con successo
al nazifascismo, ma puntava a realizzare concretamente alcuni dei "principi
fondamentali che verranno sanciti nella futura Costituzione della repubblica.
Lo slancio verso il futuro, la fiducia nell'avvenire, sono al centro dell'attività
dei legislatori partigiani che pure sono impegnati in una lotta mortale
col nazifascismo." (Battaglia, op. cit., p. 411)
Pur con tutte le enormi differenze, ritroviamo analogie significative
con la Comune di Parigi: un libero governo del popolo che non ha avuto
il tempo materiale di realizzare le riforme radicali progettate perché
costretto a subire la potenza schiacciante di un esercito nemico.
La Giunta carnica si diede dunque una vero e proprio apparato di governo:
Ispettorati adibiti alla realizzazione delle misure nei vari
campi: giustizia, istruzione, finanze, foreste, rifornimenti, polizia,
sanità, lavori pubblici; Commissioni con l'incarico di
fornire indicazioni sui problemi più urgenti; Sovrintendenti
il cui compito era quello di intervenire su specifiche questioni.
I
principali Decreti della Giunta riguardarono appunto
l'amministrazione della giustizia, la scuola, il sistema fiscale, il patrimonio
boschivo, l'approvvigionamento, i prezzi, l'ordine pubblico.
La
giustizia
Mentre
i reati di tipo politico e militare erano di competenza dei rispettivi
organi decisionali, quelli comuni cadevano sotto la giurisdizione di un
Tribunale del popolo, formato da un Presidente e da cinque giudici popolari
designati dalle Giunte comunali.
All'imputato era riconosciuta la facoltà di scegliere il proprio
difensore e la pena di morte veniva abolita.
La
scuola
La
preoccupazione della Giunta di creare, per quanto possibile, un clima
di "normalità", non poteva non tenere conto del fatto
che proprio in quel periodo avrebbe dovuto iniziare la scuola, il cui
funzionamento, tuttavia, era basato sui testi del regime. Un aspetto davvero
problematico: non ci sono i soldi per stampare altri libri, quindi si
pensa di utilizzare anche altro materiale, come ad esempio Cuore:
"L'indicazione non era così ingenua come può oggi
apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione
allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini
'libro e moschetto fascista perfetto') il libro di De Amicis diventava
un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e
semplici sentimenti." (A. Buvoli - I. Domenicali, cur., La
Zona Libera della Carnia e del Friuli, Ist. Friulano Storia del Movimento
di Liberazione - Comunità Montana della Carnia, 1994, p. 30)
Significativa anche la raccomandazione di non avere un atteggiamento punitivo
nei confronti degli insegnanti: tutti loro in precedenza erano obbligati
ad avere la tessera del fascio, e quindi si dovevano epurare solo quegli
elementi che avessero svolto "l'attività fascista con
particolare zelo, facendo pressioni e minacciando denunce."
La
riforma fiscale
Semplicissima
e rivoluzionaria: tutte le tasse preesistenti vengono abolite e viene
introdotta un'imposta progressiva, in base alla quale i patrimoni sono
tassati in diretta proporzione alla loro consistenza.
Il
patrimonio boschivo
Una
speciale attenzione a quella che era una delle poche risorse della Carnia,
peraltro fortemente impoverita dai tagli indiscriminati effettuati dagli
occupanti.
Si proibisce quindi ogni taglio che non fosse quello indispensabile per
procurarsi la legna da ardere e si prevede la creazione di un Corpo di
Guardie forestali.
Approvvigionamento
Ovviamente
i tedeschi avevano bloccato ogni trasporto di merci da e per la Carnia,
e ciò rendeva drammatica la situazione alimentare: esclusa ogni
possibilità di scambi col nemico, l'unica possibilità era
andare in pianura a procurarsi grano e altri viveri, e, su
proposta dei Gruppi di Difesa della Donna, vennero formati vari nuclei
femminili che, a piedi, scendevano con la gerla a Meduno, dove il servizio
di intendenza (cioè di organizzazione logistica) dei partigiani
provvedeva al loro trasporto nelle località in cui era possibile
approvvigionarsi.
Su quanto fosse indispensabile questa struttura, da taluni ingiustamente
sottovalutata rispetto alle formazioni combattenti, si veda: I. Da Col
"Rolando", L'Intendenza Montes e i GAP del Monfalconese
e della Bassa Friulana, Ist. Friulano Storia del Movimento di Liberazione,
1994.
Polizia
Viene
costituito un Corpo di Polizia dipendente dall'Ispettorato di Ampezzo
e articolato in sette Sezioni, una per ogni vallata. Gli agenti, reclutati
dalla Guardia del Popolo, dovranno essere "di provata onestà
e di sentimenti antifascisti."

La
reazione nazifascista
La
creazione della Zona Libera era avvenuta dunque sulla spinta dell'iniziativa
partigiana, che naturalmente già aveva dovuto fare i conti con
un nemico agguerrito e spietato, che praticava sistematicamente il terrorismo
e la rappresaglia: “La lotta contro le bande
doveva venir posta tatticamente sullo stesso piano della guerra al fronte
[...] Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località
dove risultino essere bande armate e passare per le armi detti ostaggi
tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti
di sabotaggio [...] Compiere atti di rappresaglia fino a bruciare
abitazioni poste nelle zone dove siano sparati colpi d’arma da fuoco
contro reparti o singoli militari germanici. Impiccare nelle pubbliche
piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidi e capi di
bande armate.” (Albert Kesselring, Memorie di guerra,
Garzanti, 1954, p. 260).

All'uccisione di un ufficiale della Wehrmacht, il 26 maggio 1944
i tedeschi rispondono coi mezzi blindati: circondano Forni di
Sotto, prendono a cannonate le case, distruggono coi lanciafiamme
le stalle e gli stavoli,mitragliano gli abitanti in fuga.
Il 9 giugno Esemon di sotto viene saccheggiata.
Il 21 luglio, a Bordano, la risposta ad un attacco partigiano
è l'incendio del paese.
Lo stesso giorno un gruppo di SS travestite da partigiani si ferma a Casera
Lanza e a Malga Pramosio:
massacrano tutti i pastori e scendendo a valle uccidono tutti quelli che
incontrano.
Il 22 luglio una colonna di 300 SS, tra cui diversi italiani, saccheggia
Paluzza (il paese non viene messo a fuoco solo per il
coraggioso intervento del Segretario comunale) e prende prigionieri numerosi
civili, sia in paese che sulla strada verso Tolmezzo: al Ponte
di Sutrio gli ostaggi, 52 in tutto, vengono massacrati.
Ma
ora c'è la Zona Libera da distruggere.
Gli Alleati sono sempre bloccati sulla Linea Gotica e i tedeschi possono
impegnare una mezza dozzina di ivisioni, più tutte le forze disponibili
della Repubblica di Salò, per una controffensiva in grande stile
contro tutte le formazioni partigiane del nord.
E così avviene anche in Carnia. L'8 ottobre 1944
da Tolmezzo parte l'operazione
Waldläufer (Corriere del bosco): oltre
20.000 uomini (di cui circa 5.000 cosacchi; in seguito il numero complessivo
sfiorò i 40.000), con l'appoggio di carri armati e artiglieria
(fra l'altro, un treno armato di cannoni viene piazzato fra Tolmezzo e
Villa Santina per colpire le posizioni partigiane), penetrano fulmineamente
nella Zona Libera e costringono i 6.000 partigiani, male armati e senza
mezzi di trasporto, a ripiegare in Val d'Arzino e in Val Tramontina.
Garibaldini e osovani combattono disperatamente, resistono fino alla fine
di dicembre, ma, inevitabilmente, i nazifascisti riprendono il controllo
di tutta la Carnia.
Fra i 300 partigiani caduti anche numerosi comandanti:
Jole De Cillia "Paola", organizzatrice dei
Gruppi di Difesa della donna; il Capo di Stato Maggiore della Divisione
Garibaldi Friuli, Giuseppe Gozzer "Franco"
(che in realtà venne catturato e deportato in Germania, dove morì);
il comandante ed il commissario politico del Gruppo Brigate Garibaldi
Sud, Giannino Bosi "Battisti" ed Eugenio Cadon
"Sergio"; il comandante del battaglione Stalin,
Danijl Avdeev "Daniel".
Nei mesi successivi viene catturato il commissario della Divisione Garibaldi
Carnia, Mario Foschiani "Guerra": sarà
fucilato nell'aprile
'45, a Udine, insieme a Mario Modotti "Tribuno"
e ad altri compagni. Aulo Magrini "Arturo"
era caduto il 15 luglio a Noiaris, vicino a Sutrio.
Il
10 ottobre 1944 il maggiore John Nicholson, capo delle varie missioni
alleate in Carnia, accompagnato da alcuni comandanti partigiani si presenta
alla Giunta di Governo per comunicare che il rastrellamento stava pe raggiungere
Ampezzo. I membri della Giunta non possono far altro che dichiarare lo
scioglimento dell'organismo e abbandonare il paese, con l'ufficiale britannico
irrigidito nel saluto militare in segno di omaggio a questi valorosi combattenti.
La Zona Libera della Carnia non esiste più.
A
questa offensiva di ottobre (clicca per la mappa), svoltasi dal 2 al 20, seguì poi, a sud,
quella dal 27 novembre
al 15 dicembre.
Inverno
e primavera
"Patrioti
al di là del Po, la campagna estiva, iniziata l'11 maggio e condotta
senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è
finita. [...] Cessate le operazioni organizzate su larga scala.
Conservate le munizioni e i materiali e tenetevi pronti a nuovi ordini."
Così, a metà novembre del '44, si rivolgeva il generale Alexander alle brigate partigiane: formalmente, in qualità
di comandante delle forze alleate nel Mediterraneo, aveva senza dubbio
il potere di dare quell'ordine, che poi i partigiani lo eseguissero era
tutt'altra faccenda...
Infatti le formazioni continuarono ad operare, ma obiettivamente la situazione
era drammatica: certo, gli Alleati sono finalmente nella pianura padana,
e nel complesso l'esito della guerra è segnato (nelle Ardenne ha
buon esito l'offensiva americana, i sovietici libereranno Auschwitz il 27 gennaio, nel Pacifico i giapponesi sono in gravi difficoltà),
tuttavia i partigiani sono stremati, duramente colpiti dal cedimento delle
zone libere, costretti a rifugiarsi negli stavoli di alta quota per sfuggire
ai rastrellamenti.
E i nazifascisti, ormai consapevoli che la guerra è perduta, ovunque
scatenano la propria rabbia, con rappresaglie sempre più feroci
e indiscriminate.
Comunque, malgrado
le gravi perdite, le fila dei patrioti non si assottigliano, come molti
prevedevano, anzi si vanno rafforzando, anche perché a Firenze
e Bologna (e altrettanto accadrà a Genova (7) e in altri centri) i partigiani non hanno atteso gli Alleati ed hanno
saputo liberare le città con le proprie forze.
E finalmente il 25 aprile
l'insurrezione generale pone fine alla tragedia della guerra.
Ma
non in Carnia.
Decine di migliaia di soldati tedeschi in ritirata la percorrevano per
raggiungere i valichi di Tarvisio e di Monte Croce. E c'erano i Cosacchi:
abbandonare Kosakenland significava non solo perdere la loro
nuova terra, ma andare incontro a un futuro prevedibilmente tragico. "Scorrazzavano
ancora da padroni i cosacchi semi impazziti per l'incertezza del futuro
loro e delle loro famiglie, disperati per quella imminente fine di tutti
i loro pazzi sogni che ormai sapevano essere molto vicina."
(Osvaldo Fabian, Affinché resti memoria. Autobiografia di un
proletario carnico, Kappa Vu, 1999, p. 217)
Si svolgono vari incontri
tra comandanti partigiani e Domanov e Krasnov, per arrivare alla resa
delle forze di occupazione; ma le trattative non hanno buon esito, perchè
i due ataman confidavano nell'ipotesi di un accordo con gli Alleati.
Questi, tuttavia, si erano già impegnati con i sovietici, che non
potevano perdonare a coloro che erano stati cittadini dell'URSS o che
avevano partecipato alla guerra civile tra le fila dei bianchi di essersi
aggregati ai nazisti:
migliaia di cosacchi, fatti prigionieri dagli Alleati, saranno consegnati
ai sovietici e molti verranno giustiziati come traditori; alcuni di essi,
per evitare ciò, si annegheranno nella Drava.
I
comandi della Garibaldi e dell'Osoppo avevano saggiamente deciso di non
ostacolare la ritirata, per evitare le consuete ritorsioni contro i civili.
Ma si trattava di una scelta nient'affatto scontata, perché su
questo problema garibaldini e osovani avevano sempre avuto opinioni differenti:
i primi, coerentemente rispetto alla tradizionale strategia della guerriglia
(la tecnica della guerrilla, oltre a tutto, l'aveva importata
in Italia proprio Giuseppe Garibaldi),
sostenevano che cedere al ricatto della rappresaglia significava "amputare
le mani alla Resistenza" (come ebbe a dire Mario Lizzero "Andrea");
i secondi, al contrario, avevano una linea assai più prudente.
Ma ormai la guerra era vinta e la questione si poneva in tutt'altri termini:
attaccare il nemico in fuga (tra cosacchi-caucasici e tedeschi più
di 50.000 uomini!) non avrebbe portato alcun frutto se non quello di scatenare
qualche ultimo terribile colpo di coda da parte di un esercito sconfitto,
umiliato, in preda alla disperazione. Il CLN della Val di Gorto era naturalmente
sulle stesse posizioni di grande cautela e tale orientamento fu confermato
nella sua ultima riunione del 29 aprile (il cui verbale, però,
è stranamente scomparso).
Ma vi era qualcuno che la pensava in modo diverso e che evidentemente
desiderava accreditare il proprio (tardivo) antifascismo con qualche iniziativa
clamorosa: esautorato di fatto il CLN, e in accordo con il comandante
osovano Alessandro Foi "Paolo", fu deciso di attaccare senz'altro
i cosacchi, il 2 maggio, a Ovaro.
L'eroico comportamento di alcuni garibaldini comandati da Elio Martinis
"Furore" (che non ebbero
alcun ruolo nella folle decisione, ma semplicemente accorsero quando scoppiò
la battaglia) ovviamente non
potè nulla contro la reazione cosacca, immediata e devastante:
il paese fu messo a ferro e fuoco, diversi partigiani (e otto georgiani
che si erano uniti a loro) vennero uccisi, e tra i civili vi furono 22
vittime, tra cui il parroco, don Pietro Cortiula.

E
due giorni dopo una colonna di tedeschi compì l'ultimo orrendo
massacro, trucidando 53 persone ad Avasinis.
Il sen. Gortani nel 1945 ha
tracciato il
"bilancio tragico e glorioso" di quel
periodo: oltre alle sevizie
e alle devastazioni, e ai più di 300 partigiani caduti,
vi furono:
• 150
morti fra i civili;
•
l'internamento
di quasi un migliaio di persone non combattenti, tra cui un centinaio
di donne;
•
la distruzione
di oltre 500 case
e 400 stavoli;
•
il saccheggio dei paesi che lasciò 6.000 persone
prive di tutto;
•
la perdita di quasi 10.000 capi di bestiame, di 15.000
tonnellate di fieno e di migliaia di cubi di legname.
Per
avere un quadro complessivo delle vittime nell'Adriatisches Küstenland si può fare riferimento alle stime elaborate dall'Istituto Friulano
per la Storia del Movimento di Liberazione, (8)
secondo il quale i caduti in Friuli - Venezia Giulia furono 8.108:
•
4.776
partigiani (171 donne), di cui 1.158
nei lager nazisti;
•
1.591 deportati per motivi politici e razziali;
•
1.200 militari internati in Germania;
•
476 civili
vittime di rappresaglie;
•
65 militari del
Corpo Italiano di Liberazione e dei Gruppi di Combattimento.
Solo
il 10 maggio, dopo che il grosso delle forze di occupazione
aveva oltrepassato il confine, gli ultimi reparti di tedeschi e di cosacchi
depongono le armi.
Finalmente la guerra era davvero finita, anche in Carnia.

NOTE
(1) Sul problema
dello status di legittimo combattente: clicca qui.
(2)
Ovviamente i patrioti
non potevano usare il proprio vero nome, e quindi ciascuno di essi adottò
un nome di battaglia.
(3) A seconda dei periodi storici
e delle tradizioni nazionali, le forze militari sono state suddivise secondo
innumerevoli criteri: in genere nella fanteria la massima unità
da guerra è il corpo d’armata, articolato gerarchicamente
in divisioni, brigate, reggimenti, battaglioni, compagnie, plotoni. In
merito al numero che, invece del nome, sovente veniva assegnato
ad una formazione, fu Giancarlo
Pajetta (Capo di Stato Maggiore - e di fatto Vice Comandante generale
- delle Brigate Garibaldi e membro del Comando generale del Corpo Volontari
della Libertà) che ebbe l'idea di non farlo corrispondere all'effettiva
consistenza: in altre parole, chiamare "seconda" una
brigata significava far capire al nemico che i partigiani ne avevano solo due, e quindi...
(4) In realtà
nelle unità partigiane non vi erano due comandanti, bensì
un comandante militare e un commissario politico: dato il particolare
carattere della guerra di liberazione - alla cui base vi erano ragioni
di natura politica e ideale - il commissario aveva il delicato compito
di garantire che tutti i membri della formazione si comportassero in modo
coerente e leale rispetto alle scelte politiche elaborate dai gruppi dirigenti
(obiettivi, propaganda, rapporti con la popolazione e con le altre formazioni,
ecc.); doveva inoltre tenere sotto controllo il grave problema delle spie
e degli infiltrati.
(5) Da ambo le parti il termine
“partigiani” fu usato relativamente poco: i nazifascisti
parlavano di “banditi” e i membri della Resistenza
si definivano “patrioti”, entrambi usando consapevolmente
termini con una connotazione precisa ed un valore simbolico comprensibili
da tutti.
(6) Li comandava il principe
Zulukidze e molti di loro nel '45 passarono a combattere a fianco dei
partigiani.
(7)
Proprio a Genova accadde un episodio emblematico della Resistenza: l’aristocratico
generale Meinhold, al comando dei 30.000 soldati che occupavano la città
e i dintorni, si trovò costretto a firmare la resa nelle mani dell’operaio
comunista Remo Scappini.
(8) Giovane amico lo
sapevi che..., n. 8 Quaderni della Resistenza, ANPI F.V.G.,
2003
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