La Zona Libera della Carnia

(si vedano anche le relazioni al Convegno di Treppo Carnico, 9 ottobre 2004)

 



La Resistenza si è complessivamente organizzata dopo l’8 settembre, ma in Friuli Venezia Giulia essa “iniziò prima ancora che si giungesse alla disfatta dell’esercito [...] Fin dagli ultimi mesi del 1941, sulle montagne della nostra regione compaiono i primi reparti della Resistenza slovena [...] e fin dal 1942 noi comunisti friulani prendemmo contatto con quelle formazioni [...] Decidemmo di formare un nostro reparto partigiano in Friuli assai prima dell’8 settembre, [...] precisamente nel marzo 1943 è nato il Distaccamento Garibaldi.” (Mario Lizzero, Storia delle formazioni: la Garibaldi, in Nel monumento di Udine la Resistenza in Friuli, Del Bianco, 1970)

Nell'Alto Friuli, invece (cfr.: Michele Gortani, Il martirio della Carnia dal 14 marzo al 6 maggio 1945, Stab. Grafico Carnia, 1966 - Leonardo 2000, pp. 81-2), il primo episodio di scontro armato coi tedeschi si ebbe a Tarvisio, all'indomani dell'8 settembre: il comandante della guarnigione della "Guardia alla Frontiera" rifiutò di consegnare le armi e per un giorno poco più di 200 alpini resistettero a due battaglioni delle SS, lasciando sul terreno 21 caduti; i superstiti vengono deportati in Germania.

Pochi giorni dopo, il 12 settembre, a Gorizia, ha inizio la prima battaglia di grandi dimensioni della Resistenza italiana, sostenuta dalla Brigata Proletaria, un migliaio di partigiani in gran parte operai dei cantieri di Monfalcone, cui si unirono alcuni reparti di soldati italiani.

Operai, militanti comunisti, alcuni dei quali già esperti essendo stati in clandestinità, e soldati dell’esercito regio in sfacelo (che intorno al confine con la Jugoslavia contava oltre 150.000 uomini) sono dunque i primi resistenti, (1) che inizialmente si organizzano in piccoli gruppi, non collegati fra loro.

In Carnia, in Val Pesarina, Aulo Magrini"Arturo" e Italo Cristofoli "Aso" (2) creano il nucleo di quella che sarà la Garibaldi; ad Ampezzo, Caneva, Paluzza, Zuglio e in molti altri paesi si formano ulteriori raggruppamenti, che in un primo tempo raccolgono chiunque avesse l’intenzione di combattere i tedeschi ma che in breve si articolano secondo l’orientamento politico: nelle formazioni Garibaldi si organizzano comunisti e socialisti, nell'Osoppo confluiscono membri della Democrazia Cristiana, del Partito d’Azione, liberali e senza partito.

È in Val d’Arzino che si costituisce la prima formazione Osoppo-Friuli, il battaglione Italia, composta, appunto, da democristiani e azionisti e appoggiata dal clero: comandante ne fu il ten. Renato Del Din "Anselmo", che morì a Tolmezzo il 24 aprile 1944 durante un attacco alla caserma della milizia fascista (è il primo partigiano caduto in Carnia: Medaglia d'oro alla memoria); tra marzo e giugno si formano altri tre reparti osovani: i btg. Carnia, Tagliamento e Piave, rispettivamente sotto il comando di Romano Zoffo "Livio", Adalgiso Fior "Mion" e Pietro Maset "Maso".
I battaglioni (3) garibaldini che si erano costituiti in quei mesi furono otto: Friuli - comandanti: Arko Mirko "Mirko" e Italo Mestre "Diego"; Carnia - Ciro Nigris "Marco" e Aulo Magrini "Arturo"; Carnico - Angelo Cucito "Tredici" e Mario Foschiani "Guerra"; Garibaldi - Adolfo Lanzardi "Corrado" e Sergio Visintin "Rino"; Pisacane - Domenico Radina "Fiamma" e Antonio Pillin "Tevere"; Matteotti - Luigi Grion "Furore" e Vittorio Cao "Biella"; Nino Bixio - Mario Modotti "Tribuno" e Giulio Contin "Riccardo"; Mazzini 2° - Vincenzo Deotto "Falco" e Spartaco Serena "Agile". (4) *
Complessivamente, nella primavera del '44, le forze partigiane che operavano in Carnia e nel Friuli occidentale (Val Cellina, Val Meduna, Val Tramontina) arriveranno a circa 6.000 uomini, raggruppati in 9 Brigate composte da 18 battaglioni garibaldini e 13 osovani.

 

 

Zone di operazione delle formazioni partigiane carniche

 

1
Div. Garibaldi Osoppo "I. Nievo"
2
Br. Garibaldi "Sud Arzino" e 4a Br. Osoppo
3
Br. Garibaldi "Picelli" e 3a Br. Osoppo
4
Br. Garibaldi "Val But"
5
Br. Garibaldi "Carnia"
4-5
Br. Osoppo "Pal Piccolo"



Le zone libere

L'avanzata dal Sud delle truppe anglo-americane aveva incontrato per mesi la tenace opposizione dei tedeschi, ma quando la logorante battaglia di Cassino (sett. '43 - mag. '44) si risolse finalmente con il successo alleato, il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia (CLNAI) valutò che erano maturate le condizioni per un salto di qualità della Resistenza: occorreva, cioè, mettere in campo tutta la forza possibile - in termini di uomini e di mezzi - per assestare il colpo finale.
A posteriori si può affermare che sul piano militare si trattò di una circostanza sfortunata, perchè il cedimento della Linea Gustav non significò l'automatico crollo germanico su tutti i fronti: infatti occorrerà attendere il mese di ottobre perché venisse sfondato l'altro baluardo, la Linea gotica: che era il potente fronte difensivo, fra Pesaro e Massa, approntato dal feldmaresciallo Kesselring per impedire il dilagare degli Alleati nella pianura padana.

La totale liberazione dell'Italia, dunque, era tutt'altro che imminente (e infatti si realizzerà solo nella primavera successiva), tuttavia è comprensibile che si sia ipotizzata una conclusione del conflitto in tempi brevi: ciò significava non solo impiegare ogni risorsa contro l'invasore, ma anche far assumere alle forze partigiane un ruolo ben più rilevante di quello voluto dagli alleati - semplice supporto alle operazioni belliche tradizionali - dando una dimostrazione concreta della volontà e della capacità degli italiani di ritrovare la propria dignità.
Di qui l'idea di creare - dove la Resistenza era più attiva e organizzata - delle zone in grado di autogovernarsi, in cui, cioè, la volontà popolare potesse esprimersi e realizzarsi compiutamente.


É così che, in situazioni diverse e con alterne fortune, presero forma le Repubbliche partigiane: in Val d'Ossola, in Val d'Aosta, nell'Oltrepo pavese, nell'entroterra ligure (Torriglia), in Emilia (Montefiorino), in Umbria (Leonessa, Cascia), nel Cansiglio, e in Carnia. A proposito di quest'ultima va ricordato che il Friuli era diventato a tutti gli effetti territorio germanico, essendo stato annesso al Reich sotto il nome di Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico): governatore civile fu nominato il Gauleiter Friedrich Rainer e comandante delle SS l'Obergruppenführer Odilo Globoçnik.

I Cosacchi

Le azioni partigiane, e l'esistenza stessa dei "banditen" (5), costringevano i tedeschi a impiegare forze che viceversa erano essenziali al fronte per contrastare l'avanzata degli Alleati. Quindi il comando germanico decise di affidare il controllo della parte settentrionale del Friuli ai cosacchi comandati dal vecchio generale zarista Pëtr Nikolajeviç Krasnov; a queste divisioni si aggiunsero le truppe dell'Ataman (comandante, autorità) Timofej Ivanoviç Damanov e la Russkaja Osvoboditelnaja Armja, agli ordini di Andrej Vlasov, un generale dell'Armata Rossa preso prigioniero dai tedeschi e passato dalla loro parte (per una trattazione più approfondita: in questo sito il saggio di Pieri Stefanutti Quando Hitler consegnò il Friuli ai cosacchi e, nel sito della scuola, il bel progetto realizzato dall' ITC Marchetti di Gemona; interessante anche uno stralcio del lavoro svolto anni fa - v. http://www.donneincarnia.it/ieri/cosacchi.htm - dai ragazzi della scuola media di Tolmezzo).
Queste tre armate erano composte da circa 22.000 (ma nella primavera del '45 arriveranno a 40.000) Cosacchi, Circassi, Georgiani (6), Russi e altre etnie; imprecisa, quindi, anche se di uso corrente, la semplice definizione di "cosacchi". Da notare che in Carnia essi erano generalmente chiamati mongui, mongoli, per via dei tratti asiatici di alcuni gruppi e perché il termine richiamava le antiche vicende dei predatori provenienti dall'oriente.


A queste popolazioni Hitler aveva promesso che tale parte del Friuli sarebbe stata la loro nuova patria, che prese appunto il nome di Kosakenland in Nord Italien.
Non si trattava, dunque, semplicemente di un esercito di occupazione, ma di soldati con al seguito le famiglie e tutti i loro averi; disponevano di veicoli a motore ma soprattutto di 6-7.000 cavalli e decine di cammelli, con cui dilagarono nelle vallate; da notare che i soldati a cavallo potevano spostarsi molto rapidamente anche dove i veicoli a motore non erano in grado di muoversi, potendo quindi contrastare più efficacemente dei tedeschi i gruppi partigiani che si erano insediati sulle montagne.
La gente di Carnia rimase sconvolta da quest'invasione, che rischiava davvero di trasformarsi in insediamento permanente. Infatti i cosacchi si installarono nelle abitazioni, cacciandone i proprietari o costringendoli ad una forzata coabitazione: in particolare tutti gli abitanti di Alesso, Bordano e Trasaghis (all'incirca 7.000 persone) furono costretti ad abbandonare i paesi; ovunque (e in particolare a Cadunea, Cedarchis, Illegio, Invillino, Sutrio) vi furono saccheggi e violenze, e tra questi episodi suscitò particolare turbamento l'uccisione del parroco di Imponzo, don Giuseppe Treppo, intervenuto in difesa di una ragazza che stava per essere stuprata.

Cosacchi del Terek Cosacchi del Don Georgiani
Caucasici Cosacchi del Kuban  


L'occupazione fu tanto più crudele in quanto la popolazione carnica, che già non viveva certo in condizioni agiate, era stremata dalle privazioni e dai lutti provocati dalla guerra; vedersi poi togliere anche i pochi prodotti della terra (patate, fagioli, granturco, ortaggi; per non parlare del fieno, visto che un cavallo mangia mediamente dai 10 ai 20 Kg di foraggio al giorno) era veramente terribile.
Occorre però notare che, malgrado le ovvie differenze di cultura, mentalità, religione, molti dei mongui erano pur sempre di origine contadina, e quindi in varie circostanze legate soprattutto al lavoro agricolo ci furono momenti di convivenza pacifica e addirittura di serenità (anche se non in quella cornice quasi idilliaca descritta da Pier Arrigo Carnier nel suo L'armata cosacca in Italia, De Vecchi, 1965; una ricostruzione assai più realistica si trova in: Alessandro Ivanov, Cosacchi perduti, Aviani, 1997).

Il Friuli

La forza ed il consenso popolare assunti dalla divisione Garibaldi - Osoppo Natisone permisero ai partigiani di sostenere con successo i durissimi scontri coi nazifascisti e di liberare, nel luglio del '44, i comuni di Attimis, Faedis, Lusevera, Nimis, Taipana e Torreano.
Questa del Friuli orientale fu a tutti gli effetti una Zona libera, dove si realizzarono significativi momenti di vita democratica, tuttavia la rilevanza strategica di quel territorio - da cui si potevano controllare le vie di comunicazione verso l'Austria - indusse il comando tedesco ad esercitare una violentissima pressione militare: e il 27 settembre, con un'operazione su larga scala sostenuta da mezzi corazzati, ripresero il controllo di quest'area di circa 300 Kmq.

Con un'estensione assai maggiore (2.580 Kmq, per una popolazione di quasi 90.000 persone), tanto da essere la più ampia in Italia, fu la Zona libera della Carnia:


 
Comune
abitanti
1
Ampezzo
2.494
2
Andreis
1.090
3
Arta Terme (comprendente Zuglio)
4.455
4
Barcis
1.092
5
Bordano
1.467
6
Cavazzo Carnico
1.658
7
Cercivento
1.227
8
Cimolais
1.078
9
Claut
2.222
10
Clauzetto
1.775
11
Comeglians
1.814
12
Enemonzo (comprendente Preone)
2.546
13
Erto e Casso
2.048
14
Forgaria del Friuli
3.107
15
Forni Avoltri
1.664
16
Forni di Sopra
2.027
17
Forni di Sotto
1.533
18
Frisanco
1.704
19
Lauco
2.651
20
Ligosullo
   447
21
Meduno
2.698
22
Ovaro
3.969
23
Paluzza
4.067
24
Paularo
4.140
25
Prato Carnico
2.519
26
Ravascletto
1.582
27
Raveo
   774
28
Rigolato
2.161
29
Sauris
   896
30
Socchieve
2.392
31
Sutrio
1.716
32
Tramonti di Sopra
1.838
33
Tramonti di Sotto
2.223
34
Trasaghis
3.909
35
Treppo Carnico
1.456
36
Verzegnis
1.825
37
Villa Santina
1.889
38
Vito d'Asio
3.047
TOTALE
81.200


popolazione residente al 31.12.1943      dati ISTAT


Entrarono a far parte della Zona Libera della Carnia anche due Comuni in provincia di Belluno: Lorenzago e Sappada. Altre località furono coinvolte solo parzialmente, essendo sottoposte ad un forte controllo da parte delle forze di occupazione: Amaro, Castelnuovo, Cavasso Nuovo, Meduno, Moggio Udinese, Tolmezzo, Travesio.

La nuova democrazia

I buoni risultati - in termini sia di consistenza organizzativa che di efficacia militare - ottenuti dai partigiani nella montagna carnica e pordenonese, portò all'abbandono da parte dei tedeschi di varie località, tanto da indurre i dirigenti della Resistenza friulana ad avviare senza indugi la costituzione della Zona libera.
Per concordare come avrebbe dovuto operare questo governo unitario e democratico, i partiti antifascisti e i comandi militari inviarono dunque in Carnia, nell'agosto del '44, alcuni dei loro più autorevoli esponenti: don Aldo Moretti "Don Lino" per la DC, Gino Beltrame "Emilio" per il PCI, Nino Del Bianco "Celestino" per il Partito d'Azione, Manlio Gardi "Bruto" per il PLI; Mario Lizzero "Andrea" comandante della Garibaldi e Romano Marchetti "Cino Da Monte" dell'Osoppo, in quanto dirigenti delle formazioni armate svolgono la funzione di garanti.
Le trattative - a cui parteciparono, ovviamente, i rappresentanti locali delle forze politiche e combattenti - non furono facili (erano già ben definiti i forti contrasti ideologici, soprattutto fra comunisti e democristiani), tuttavia in breve tempo venne raggiunto un accordo sulla fisionomia e i compiti di questo audace esperimento politico.

Alla base doveva esserci quella vita democratica che per vent'anni era stata negata dal regime fascista, ma non si trattava semplicemente di definire un'architettura amministrativa, occorreva tener conto dell'eccezionalità della situazione: si era in una zona di guerra, con un invasore potente, spietato, al quale bisognava opporre un'azione coordinata ed efficace; le popolazioni erano stremate dalla fame, dai lutti, dalla paura; il fascismo contava ancora sui suoi sostenitori (il PNF aveva avuto molti iscritti in Friuli) ed era indispensabile un grande impegno politico per garantire democraticità e trasparenza nelle scelte di governo.
Di qui la complessa relazione tra i soggetti protagonisti della Zona Libera: i patrioti armati, le nuove Giunte comunali elette dal popolo, i Comitati di Liberazione Nazionale.

Le formazioni partigiane erano appunto il più delle volte strutturate in base agli orientamenti ideali dei propri aderenti, ma non bisogna dimenticare che la vita politica per lungo tempo si era svolta al di fuori di qualunque ambito democratico, e dunque era nettamente minoritaria la percentuale di coloro che avevano ben chiare le differenze ideologiche tra i vari partiti; inoltre molti si erano trovati ad operare per caso in una formazione piuttosto che in un'altra, perché questa era semplicemente la più vicina al luogo di residenza, o perché convinti da un amico, da un parente.
Purtroppo gli inevitabili contrasti politici non favorirono il pieno dispiegarsi dell'azione unitaria e in taluni casi provocarono anche incidenti sul piano militare; vi furono addirittura episodi drammatici, come quando, nel febbraio 1945, a Porzûs, una malga a una ventina di chilometri a nord est di Udine, vicino al confine jugoslavo), un gruppo di garibaldini passò per le armi ventun partigiani osovani.
Ma vi era anche chi seppe e volle anteporre sempre al contrasto politico o ideologico l'esigenza - assolutamente prioritaria - dell'unità a tutti i costi per combattere i nazifascisti: in Carnia, appunto, a fine settembre '44 il comandante osovano "Da Monte" Romano Marchetti propose ai comunisti, che accettarono immediatamente, di creare un comando unificato Garibaldi - Osoppo. La decisione divenne operativa, ma, all'insaputa dello stesso "Da Monte" (che per le sue posizioni liberalsocialiste fu esautorato dai suoi superiori), la direzione dell'Osoppo, saldamente in mano alla DC, pochi giorni dopo sconfessò tale iniziativa.

Le Giunte comunali popolari dovevano naturalmente gestire la vita quotidiana dei paesi, ma il compito era reso oltremodo difficile dalla situazione generale. Approvvigionamento alimentare, amministrazione corrente, erogazione dei servizi essenziali, gestione dei numerosi beni collettivi (soprattutto boschivi): su questi e sugli altri aspetti della vita amministrativa finalmente le popolazioni potevano esprimersi liberamente e controllare l'operato degli eletti.
Sì, perché dopo vent'anni di dittatura, nella Zona Libera della Carnia si svolsero elezioni democratiche.
A cui - altra novità di grandissimo rilievo - per la prima volta in Italia poterono partecipare anche le donne. In realtà non fu varata una norma specifica, ma, seguendo la vecchia tradizione delle latterie sociali, poterono votare tutti i capifamiglia: e tali erano numerose donne, perché molti uomini erano morti, o comunque lontani.
Da sottolineare il fatto che questi organismi elettivi tenevano le proprie riunioni pubblicamente, e quindi vi era la massima partecipazione di tutta la comunità alle discussioni e alle scelte.

Sulla base dello stesso schema adottato a livello centrale, vennero costituiti i vari CLN, Comitati di Liberazione Nazionale, prima nei singoli comuni e poi per vallate o per aree vaste (Carnia, Spilimberghese).
Questi organismi, costituiti da rappresentanti dei partiti antifascisti, avevano il compito di coordinare il lavoro delle varie Giunte comunali, di controllarne l'operato, d'informare la popolazione, di promuoverne la mobilitazione contro i nazifascisti, e più in generale di dirigere dal punto di vista politico tutte le attività che si svolgevano.

Resistenza, dunque, non solo come azione armata, ma come movimento popolare organizzato, basato sulla rappresentatività, sulla separazione dei poteri (i comandi partigiani, ad esempio, non dovevano interferire nelle scelte amministrative), sul libero autogoverno: "un potere sorto dal basso, coronamento legale dell'impetuosa offensiva estiva dei partigiani." (R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1964, p. 409)

La Giunta di Governo

Il centro propulsivo della Zona Libera fu la Giunta di governo costituita ad Ampezzo (di fatto la capitale) il 26 settembre 1944 e composta dai partiti e dai rappresentanti delle "organizzazioni di massa": i Gruppi di Difesa della Donna, il Fronte della Gioventù, i Comitati dei contadini, il Comitato promotore della Camera del Lavoro. Vi fu un forte dissenso fra PCI e DC sul ruolo di questi organismi associativi, e sul peso che avrebbero dovuto avere nella Giunta: dato che ne erano promotori soprattutto i comunisti, si temeva l'egemonia del PCI, e quindi si arrivò al compromesso in base al quale gli esponenti delle organizzazioni di massa avrebbero partecipato a pieno titolo ai lavori della Giunta, ma con diritto di voto solo sulle questioni legate alla loro specifica sfera di attività.

a vita della Repubblica e del suo governo fu in realtà assai breve, perchè il 10 ottobre l'Alto Comando germanico, giudicando intollerabile che in un territorio del Reich vi fosse addirittura un contropotere, scatenò una massiccia offensiva che spazzò via ogni cosa.
E tuttavia questa esperienza fu un momento di straordinario significato, perché non solo dimostrava che ci si poteva opporre con successo al nazifascismo, ma puntava a realizzare concretamente alcuni dei "principi fondamentali che verranno sanciti nella futura Costituzione della repubblica. Lo slancio verso il futuro, la fiducia nell'avvenire, sono al centro dell'attività dei legislatori partigiani che pure sono impegnati in una lotta mortale col nazifascismo." (Battaglia, op. cit., p. 411)
Pur con tutte le enormi differenze, ritroviamo analogie significative con la Comune di Parigi: un libero governo del popolo che non ha avuto il tempo materiale di realizzare le riforme radicali progettate perché costretto a subire la potenza schiacciante di un esercito nemico.

La Giunta carnica si diede dunque una vero e proprio apparato di governo: Ispettorati adibiti alla realizzazione delle misure nei vari campi: giustizia, istruzione, finanze, foreste, rifornimenti, polizia, sanità, lavori pubblici; Commissioni con l'incarico di fornire indicazioni sui problemi più urgenti; Sovrintendenti il cui compito era quello di intervenire su specifiche questioni.

I principali Decreti della Giunta riguardarono appunto l'amministrazione della giustizia, la scuola, il sistema fiscale, il patrimonio boschivo, l'approvvigionamento, i prezzi, l'ordine pubblico.

La giustizia

Mentre i reati di tipo politico e militare erano di competenza dei rispettivi organi decisionali, quelli comuni cadevano sotto la giurisdizione di un Tribunale del popolo, formato da un Presidente e da cinque giudici popolari designati dalle Giunte comunali.
All'imputato era riconosciuta la facoltà di scegliere il proprio difensore e la pena di morte veniva abolita.

La scuola

L a preoccupazione della Giunta di creare, per quanto possibile, un clima di "normalità", non poteva non tenere conto del fatto che proprio in quel periodo avrebbe dovuto iniziare la scuola, il cui funzionamento, tuttavia, era basato sui testi del regime. Un aspetto davvero problematico: non ci sono i soldi per stampare altri libri, quindi si pensa di utilizzare anche altro materiale, come ad esempio Cuore: "L'indicazione non era così ingenua come può oggi apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini 'libro e moschetto fascista perfetto') il libro di De Amicis diventava un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e semplici sentimenti." (A. Buvoli - I. Domenicali, cur., La Zona Libera della Carnia e del Friuli, Ist. Friulano Storia del Movimento di Liberazione - Comunità Montana della Carnia, 1994, p. 30)
Significativa anche la raccomandazione di non avere un atteggiamento punitivo nei confronti degli insegnanti: tutti loro in precedenza erano obbligati ad avere la tessera del fascio, e quindi si dovevano epurare solo quegli elementi che avessero svolto "l'attività fascista con particolare zelo, facendo pressioni e minacciando denunce." La riforma fiscale

Semplicissima e rivoluzionaria: tutte le tasse preesistenti vengono abolite e viene introdotta un'imposta progressiva, in base alla quale i patrimoni sono tassati in diretta proporzione alla loro consistenza.

Il patrimonio boschivo

Una speciale attenzione a quella che era una delle poche risorse della Carnia, peraltro fortemente impoverita dai tagli indiscriminati effettuati dagli occupanti.
Si proibisce quindi ogni taglio che non fosse quello indispensabile per procurarsi la legna da ardere e si prevede la creazione di un Corpo di Guardie forestali.

Approvvigionamento

Ovviamente i tedeschi avevano bloccato ogni trasporto di merci da e per la Carnia, e ciò rendeva drammatica la situazione alimentare: esclusa ogni possibilità di scambi col nemico, l'unica possibilità era andare in pianura a procurarsi grano e altri viveri, e, su proposta dei Gruppi di Difesa della Donna, vennero formati vari nuclei femminili che, a piedi, scendevano con la gerla a Meduno, dove il servizio di intendenza (cioè di organizzazione logistica) dei partigiani provvedeva al loro trasporto nelle località in cui era possibile approvvigionarsi.
Su quanto fosse indispensabile questa struttura, da taluni ingiustamente sottovalutata rispetto alle formazioni combattenti, si veda: I. Da Col "Rolando", L'Intendenza Montes e i GAP del Monfalconese e della Bassa Friulana, Ist. Friulano Storia del Movimento di Liberazione, 1994.

Polizia

Viene costituito un Corpo di Polizia dipendente dall'Ispettorato di Ampezzo e articolato in sette Sezioni, una per ogni vallata. Gli agenti, reclutati dalla Guardia del Popolo, dovranno essere "di provata onestà e di sentimenti antifascisti."

  

La reazione nazifascista

a creazione della Zona Libera era avvenuta dunque sulla spinta dell'iniziativa partigiana, che naturalmente già aveva dovuto fare i conti con un nemico agguerrito e spietato, che praticava sistematicamente il terrorismo e la rappresaglia: “La lotta contro le bande doveva venir posta tatticamente sullo stesso piano della guerra al fronte [...] Costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultino essere bande armate e passare per le armi detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio [...] Compiere atti di rappresaglia fino a bruciare abitazioni poste nelle zone dove siano sparati colpi d’arma da fuoco contro reparti o singoli militari germanici. Impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidi e capi di bande armate.” (Albert Kesselring, Memorie di guerra, Garzanti, 1954, p. 260).


Così si poteva leggere nel Manuale di lotta anti-partigiana:

Nella pianura raramente compaiono unità compatte di grandi bande. I banditi si insinuano fra la popolazione civile della città, villaggi, negli impieghi rurali o nei servizi tedeschi ed attendono al lavoro quando non sono impegnati in azioni. Essi sfuggono alla cattura per mezzo di una vasta espansione. li colle­gamento si mantiene con un grande numero di staffette, a tale scopo vengono impiegati specialmente appartenenti all’ organizzazione giovanile comunista, gio­vani, donne, ragazze e bambini.

I banditi nella pianura, svolgono la loro attività in vie secondarie, la loro attività è possibile esclusivamente per iniziativa del comando militare e politico locale. La lotta contro tali bande è perciò da rivolgersi verso il loro comando. L’ azione di rastrellamento è la più inefficace forma di lotta nella pianura. In ogni evenienza il comando delle bande e i pericolosi banditi sapranno nascondersi con così raffinata arte, che sebbene ricercati accuratissimamente da parte dei co­mandi di rastrellamento, non verranno trovati [sotto concimale, stalle, finte latrine, doppi fondi, mucchi di fieno, in buchi, nei muri, ecc....], la truppa è troppo poco addentro alla guerriglia e troppo poco ha sviluppato la fantasia.

I banditi dovranno essere battuti con le loro proprie armi: scaltrezza, astuzia, conoscenza delle debolezze ed abitudini dell’avversario, uso dei momenti di sorpresa, insidie.



All'uccisione di un ufficiale della Wehrmacht, il 26 maggio 1944 i tedeschi rispondono coi mezzi blindati: circondano Forni di Sotto, prendono a cannonate le case, distruggono coi lanciafiamme le stalle e gli stavoli, mitragliano gli abitanti in fuga.
Il 9 giugno Esemon di sotto viene saccheggiata.
Il 21 luglio, a Bordano, la risposta ad un attacco partigiano è l'incendio del paese.
Lo stesso giorno un gruppo di SS travestite da partigiani si ferma a Casera Lanza e a Malga Pramosio: massacrano tutti i pastori e scendendo a valle uccidono tutti quelli che incontrano.
Il 22 luglio una colonna di 300 SS, tra cui diversi italiani, saccheggia Paluzza (il paese non viene messo a fuoco solo per il coraggioso intervento del Segretario comunale) e prende prigionieri numerosi civili, sia in paese che sulla strada verso Tolmezzo: al Ponte di Sutrio gli ostaggi, 52 in tutto, vengono massacrati.

Ma ora c'è la Zona Libera da distruggere.
Gli Alleati sono sempre bloccati sulla Linea Gotica e i tedeschi possono impegnare una mezza dozzina di divisioni, più tutte le forze disponibili della Repubblica di Salò, per una controffensiva in grande stile contro tutte le formazioni partigiane del nord.

E così avviene anche in Carnia. L'8 ottobre 1944 da Tolmezzo parte l'operazione Waldläufer (Corriere del bosco): oltre 20.000 uomini (di cui circa 5.000 cosacchi; in seguito il numero complessivo sfiorò i 40.000), con l'appoggio di carri armati e artiglieria (fra l'altro, un treno armato di cannoni viene piazzato fra Tolmezzo e Villa Santina per colpire le posizioni partigiane), penetrano fulmineamente nella Zona Libera e costringono i 6.000 partigiani, male armati e senza mezzi di trasporto, a ripiegare in Val d'Arzino e in Val Tramontina.
Garibaldini e osovani combattono disperatamente, resistono fino alla fine di dicembre, ma, inevitabilmente, i nazifascisti riprendono il controllo di tutta la Carnia.

Fra i 300 partigiani caduti anche numerosi comandanti: Jole De Cillia "Paola", organizzatrice dei Gruppi di Difesa della donna; il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Friuli, Giuseppe Gozzer "Franco" (che in realtà venne catturato e deportato in Germania, dove morì); il comandante ed il commissario politico del Gruppo Brigate Garibaldi Sud, Giannino Bosi "Battisti" ed Eugenio Cadon "Sergio"; il comandante del battaglione Stalin, Danijl Avdeev "Daniel". Nei mesi successivi viene catturato il commissario della Divisione Garibaldi Carnia, Mario Foschiani "Guerra": sarà fucilato nell'aprile '45, a Udine, insieme a Mario Modotti "Tribuno" e ad altri compagni. Aulo Magrini "Arturo" era caduto il 15 luglio a Noiaris, vicino a Sutrio.

Il 10 ottobre 1944 il maggiore John Nicholson, capo delle varie missioni alleate in Carnia, accompagnato da alcuni comandanti partigiani si presenta alla Giunta di Governo per comunicare che il rastrellamento stava pe raggiungere Ampezzo. I membri della Giunta non possono far altro che dichiarare lo scioglimento dell'organismo e abbandonare il paese, con l'ufficiale britannico irrigidito nel saluto militare in segno di omaggio a questi valorosi combattenti.
La Zona Libera della Carnia non esiste più.


A questa offensiva di ottobre (clicca per la mappa), svoltasi dal 2 al 20, seguì poi, a sud, quella dal 27 novembre al 15 dicembre.

Inverno e primavera

"Patrioti al di là del Po, la campagna estiva, iniziata l'11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita. [...] Cessate le operazioni organizzate su larga scala. ."
Così, a metà novembre del '44, si rivolgeva il generale Alexander alle brigate partigiane: formalmente, in qualità di comandante delle forze alleate nel Mediterraneo, aveva senza dubbio il potere di dare quell'ordine, che poi i partigiani lo eseguissero era tutt'altra faccenda...
Infatti le formazioni continuarono ad operare, ma obiettivamente la situazione era drammatica: certo, gli Alleati sono finalmente nella pianura padana, e nel complesso l'esito della guerra è segnato (nelle Ardenne ha buon esito l'offensiva americana, i sovietici libereranno Auschwitz il 27 gennaio, nel Pacifico i giapponesi sono in gravi difficoltà), tuttavia i partigiani sono stremati, duramente colpiti dal cedimento delle zone libere, costretti a rifugiarsi negli stavoli di alta quota per sfuggire ai rastrellamenti.
E i nazifascisti, ormai consapevoli che la guerra è perduta, ovunque scatenano la propria rabbia, con rappresaglie sempre più feroci e indiscriminate.
Comunque, malgrado le gravi perdite, le fila dei patrioti non si assottigliano, come molti prevedevano, anzi si vanno rafforzando, anche perché a Firenze e Bologna (e altrettanto accadrà a Genova (7) e in altri centri) i partigiani non hanno atteso gli Alleati ed hanno saputo liberare le città con le proprie forze.
E finalmente il 25 aprile l'insurrezione generale pone fine alla tragedia della guerra.

Ma non in Carnia.
Decine di migliaia di soldati tedeschi in ritirata la percorrevano per raggiungere i valichi di Tarvisio e di Monte Croce. E c'erano i Cosacchi: abbandonare Kosakenland significava non solo perdere la loro nuova terra, ma andare incontro a un futuro prevedibilmente tragico. "Scorrazzavano ancora da padroni i cosacchi semi impazziti per l'incertezza del futuro loro e delle loro famiglie, disperati per quella imminente fine di tutti i loro pazzi sogni che ormai sapevano essere molto vicina." (Osvaldo Fabian, Affinché resti memoria. Autobiografia di un proletario carnico, Kappa Vu, 1999, p. 217)
Si svolgono vari incontri tra comandanti partigiani e Domanov e Krasnov, per arrivare alla resa delle forze di occupazione; ma le trattative non hanno buon esito, perchè i due ataman confidavano nell'ipotesi di un accordo con gli Alleati. Questi, tuttavia, si erano già impegnati con i sovietici, che non potevano perdonare a coloro che erano stati cittadini dell'URSS o che avevano partecipato alla guerra civile tra le fila dei bianchi di essersi aggregati ai nazisti: migliaia di cosacchi, fatti prigionieri dagli Alleati, saranno consegnati ai sovietici e molti verranno giustiziati come traditori; alcuni di essi, per evitare ciò, si annegheranno nella Drava.

I comandi della Garibaldi e dell'Osoppo avevano saggiamente deciso di non ostacolare la ritirata, per evitare le consuete ritorsioni contro i civili. Ma si trattava di una scelta nient'affatto scontata, perché su questo problema garibaldini e osovani avevano sempre avuto opinioni differenti: i primi, coerentemente rispetto alla tradizionale strategia della guerriglia (la tecnica della guerrilla, oltre a tutto, l'aveva importata in Italia proprio Giuseppe Garibaldi), sostenevano che cedere al ricatto della rappresaglia significava "amputare le mani alla Resistenza" (come ebbe a dire Mario Lizzero "Andrea"); i secondi, al contrario, avevano una linea assai più prudente.
Ma ormai la guerra era vinta e la questione si poneva in tutt'altri termini: attaccare il nemico in fuga (tra cosacchi-caucasici e tedeschi più di 50.000 uomini!) non avrebbe portato alcun frutto se non quello di scatenare qualche ultimo terribile colpo di coda da parte di un esercito sconfitto, umiliato, in preda alla disperazione. Il CLN della Val di Gorto era naturalmente sulle stesse posizioni di grande cautela e tale orientamento fu confermato nella sua ultima riunione del 29 aprile (il cui verbale, però, è stranamente scomparso).
Ma vi era qualcuno che la pensava in modo diverso e che evidentemente desiderava accreditare il proprio (tardivo) antifascismo con qualche iniziativa clamorosa: esautorato di fatto il CLN, e in accordo con il comandante osovano Alessandro Foi "Paolo", fu deciso di attaccare senz'altro i cosacchi, il 2 maggio, a Ovaro.
L'eroico comportamento di alcuni garibaldini comandati da Elio Martinis "Furore" (che non ebbero alcun ruolo nella folle decisione, ma semplicemente accorsero quando scoppiò la battaglia) ovviamente non potè nulla contro la reazione cosacca, immediata e devastante: il paese fu messo a ferro e fuoco, diversi partigiani (e otto georgiani che si erano uniti a loro) vennero uccisi, e tra i civili vi furono 22 vittime, tra cui il parroco, don Pietro Cortiula.



E due giorni dopo una colonna di tedeschi compì l'ultimo orrendo massacro, trucidando 53 persone ad Avasinis.

Il sen. Gortani nel 1945 ha tracciato il "bilancio tragico e glorioso" di quel periodo: oltre alle sevizie e alle devastazioni, e ai più di 300 partigiani caduti, vi furono:

150 morti fra i civili;
l'internamento di quasi un migliaio di persone non combattenti, tra cui un centinaio di donne;
• la distruzione di oltre 500 case e 400 stavoli;
• il saccheggio dei paesi che lasciò 6.000 persone prive di tutto;
• la perdita di quasi 10.000 capi di bestiame, di 15.000 tonnellate di fieno e di migliaia di cubi di legname.

Per avere un quadro complessivo delle vittime nell'Adriatisches Küstenland si può fare riferimento alle stime elaborate dall'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, (8) secondo il quale i caduti in Friuli - Venezia Giulia furono 8.108:

4.776 partigiani (171 donne), di cui 1.158 nei lager nazisti;
1.591 deportati per motivi politici e razziali;
1.200 militari internati in Germania;
476 civili vittime di rappresaglie;
65 militari del Corpo Italiano di Liberazione e dei Gruppi di Combattimento.

Solo il 10 maggio, dopo che il grosso delle forze di occupazione aveva oltrepassato il confine, gli ultimi reparti di tedeschi e di cosacchi depongono le armi.
Finalmente la guerra era davvero finita, anche in Carnia.


NOTE

(1) Sul problema dello status di legittimo combattente: clicca qui.
(2) Ovviamente i patrioti non potevano usare il proprio vero nome, e quindi ciascuno di essi adottò un nome di battaglia.
(3) A seconda dei periodi storici e delle tradizioni nazionali, le forze militari sono state suddivise secondo innumerevoli criteri: in genere nella fanteria la massima unità da guerra è il corpo d’armata, articolato gerarchicamente in divisioni, brigate, reggimenti, battaglioni, compagnie, plotoni. In merito al numero che, invece del nome, sovente veniva assegnato ad una formazione, fu Giancarlo Pajetta (Capo di Stato Maggiore - e di fatto Vice Comandante generale - delle Brigate Garibaldi e membro del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà) che ebbe l'idea di non farlo corrispondere all'effettiva consistenza: in altre parole, chiamare "seconda" una brigata significava far capire al nemico che i partigiani ne avevano solo due, e quindi...
(4) In realtà nelle unità partigiane non vi erano due comandanti, bensì un comandante militare e un commissario politico: dato il particolare carattere della guerra di liberazione - alla cui base vi erano ragioni di natura politica e ideale - il commissario aveva il delicato compito di garantire che tutti i membri della formazione si comportassero in modo coerente e leale rispetto alle scelte politiche elaborate dai gruppi dirigenti (obiettivi, propaganda, rapporti con la popolazione e con le altre formazioni, ecc.); doveva inoltre tenere sotto controllo il grave problema delle spie e degli infiltrati.
(5) Da ambo le parti il termine “partigiani” fu usato relativamente poco: i nazifascisti parlavano di “banditi” e i membri della Resistenza si definivano “patrioti”, entrambi usando consapevolmente termini con una connotazione precisa ed un valore simbolico comprensibili da tutti.
(6) Li comandava il principe Zulukidze e molti di loro nel '45 passarono a combattere a fianco dei partigiani.
(7) Proprio a Genova accadde un episodio emblematico della Resistenza: l’aristocratico generale Meinhold, al comando dei 30.000 soldati che occupavano la città e i dintorni, si trovò costretto a firmare la resa nelle mani dell’operaio comunista Remo Scappini.
(8) Giovane amico lo sapevi che..., n. 8 Quaderni della Resistenza, ANPI F.V.G., 2003