
Annata
1921, ampezzano purosangue, alpino reduce dai Balcani, sono stato sempre
un ribelle.
Negli anni della giovinezza in primo piano c'era solo il lavoro. Non si
soffriva la fame, ma tutto era misurato al minimo indispensabile. Mio
padre, Tita, muratore, partiva i primi di marzo per i cantieri della Francia
e fino a novembre la famiglia, bambini ed adulti, doveva sobbarcarsi i
duri lavori della montagna. I rapporti fra generazioni erano duri, gerarchici.
Non sopportavo quella mentalità dominante, passiva, del chinare
sempre la testa della società d'allora e... di sempre.
Dopo l'8 settembre, fuggiti da Piedicolle, raggiunta la Carnia a piedi,
ho guadagnato subito il bosco sopra Cretis con alcuni sbandati del Regio
Esercito. Sul Pura si trovava già la squadra, una ventina d'uomini,
di "Barba Toni" Mario Candotti.
Non volevo essere uno strumento dell'invasore. La lotta armata era l'unico
modo per potersi liberare dall'occupante, di gran parte dei suoi servitori
e della situazione economica.
Ma volevo essere
libero, senza tessere di partito in tasca. Il colore politico che la Garibaldi
assunse, per me non aveva importanza. Come militare pensavo di far finire
la guerra prima possibile liberando l'umanità dall'oppressione
di tutti i prepotenti.
Nella scelta obbligata del di qua o di là, optai per la difesa
degli sfruttati.
Fu l'uccisione di mio cugino Battista Candotti, il 14 marzo '44, presso
Ampezzo, a determinare, per reazione, il battesimo nella lotta armata
con un agguato ad un'auto tedesca - il 2 aprile - in transito a la Maina
verso Sauris. Battista Candotti era gran lavoratore, immune dalla politica.
Quel giorno scendeva da Cretis con la scure sulla spalle. Incrociò
un camion di repubblichini provenienti da Forni di Sotto. Lo presero per
partigiano. Dai e tira: volevano caricarlo sul camion e Battista, preso
dal panico di finire internato chissà dove, fuggì verso
il Rio Mala Pala. I fascisti lo inseguirono e gli spararono dall'alto
fulminandolo sul greto del Mala Pala.
Poi ci fu il rastrellamento tedesco di Lateis al nostro gruppo composto
da una quindicina di uomini guidati da "Elio" e da "Marco"
Ciro Nigris. Ritirati nel Novarcia, proseguimmo verso Mont da Riu. Inseguiti,
arrivammo al Passo del Colador. C'erano tre metri di neve. Andavamo avanti
nuotando nella neve, uno alla volta per dieci, quindici metri ciascuno...
A rotoloni raggiungemmo Malga Chiarzò. Stanchi, senza cibo, bagnati
fino alle ossa, ci spogliammo nudi. Fisicamente eravamo allo stremo e
decidemmo di restare lì, a vendere cara la pelle. Ma gli inseguitori
non arrivarono. Poi da Pani, mandammo ad Ampezzo un uomo affinché
ci portassero dal paese qualcosa da mangiare.
Un'altro rastrellamento colpì l'ampezzano e da Pani dovemmo traslocare
sul Monte Jof. Qui ci raggiunse, valigia in mano, "Tredici"
Angelo Cucito. Dal Jof compimmo una puntata "alimentare” a
Forni di Sotto. Ottenemmo il cibo, ma la situazione in paese era critica,
tanto che il giorno dopo un fascista del luogo tirò una bomba contro
alcuni giovani nostri simpatizzanti ferendone uno all'occhio. Due giorno
dopo, un rastrellamento delle forze tedesche di Udine frugò Cima
Corso. Dal Jof li vedemmo giungere e ci dividemmo sopra Oltris:"Falco"
Vincenzo Deotto, con altri sette-otto rimasero nell'ampezzano, io, "Elio"
Domenico Nimis e "Marco" Ciro Nigris ci avviammo verso la Val
Degano.
Attaccammo le caserme dei carabinieri di Chialina, Comeglians, Forni Avoltri,
Paluzza, Timau. Nella vallata trovammo il dottor Aulo Magrini, già
nostro collaboratore dell'inverno, che aveva costituito in zona formazioni
clandestine armate.
Con la corriera arrivammo a Mione. Con noi c'erano cinque carabinieri
i fatti prigionieri a Paluzza: tre optarono per le nostre formazioni.
Ripreso il controllo della Val But, subìto un mucchio di rastrellamenti,
ci spostammo verso Paularo.
Se la metà di luglio mi vide caposquadra del Btg. Carnico, con
5-8 fedelissimi, poi, con l'ampliarsi del movimento di resistenza, assunsi
il comando di una compagnia, per finire quale vice comandante della divisione
Garibaldi - Carnia, alla pari dei commissari politici. Però, quando
li portavo in combattimento per insegnar loro "come si faceva",
diversi rincularono...
Nel maggio '44 si attuò l'idea strategica del Comando Gruppo Divisioni
Garibaldi d'interrompere la strada e la ferrovia pontebbana, per tagliare
l'afflusso tedesco in Italia. Non c'era però un accordo con altre
formazioni straniere, cioè gli jugoslavi: personalmente sono sempre
stato contro la loro mentalità, li avevo conosciuti nei Balcani...
In quell'occasione fui ferito in Val Aupa. Caricato su di un mulo dovetti
rientrare all'ospedale partigiano di Mione. Successivamente con una Compagnia
del Carnico di distaccamento a Naunina, operammo puntate fino a Caneva.
Ci fu il blocco di Tolmezzo con gli attacchi al ponte di Casanova e al
fortino sulla via di Paluzza. Con la compagnia, poi Btg. Nassivera, prendemmo
posizione a Terzo di Zuglio.
Arrivò la fine della Zona Libera...
L'8 ottobre pioveva che dio la mandava: alle 6-7 del mattino, i cosacchi
tentarono di forzare il blocco di Casanova, a cavallo. Li ricacciammo.
Ritentarono verso le 8, appoggiati da due panzer tedeschi. Un
carro rimase impantanato nel But, poi forze cosacche e fascisti sfondarono.
Devo dire che proprio le formazioni fasciste si dimostravano le più
pericolose: mentre qualche ufficiale tedesco "mostrava giudizio"
non rischiando, i fascisti creavano bande assai imprevedibili. A Ponte
di Zuglio ci dividemmo: diversi tornarono a casa, noi prendemmo la via
di Fielis.
I cosacchi salirono il monte: cercai di tener inquadrata la mia trentina
di uomini. Valicato l'Arvenis, arrivammo alla Patussera, in comune di
Ovaro, all’imbocco della Val Pesarina, dove si trovava il Comando
Divisione. Ci rimandarono sul Zoncolan con un camion della ditta Cimenti,
e di lì, a piedi, verso Monte Tamai: vedemmo i cosacchi occupare
la Val Calda. Tornati indietro alla Patussera, fummo spediti, a gruppi,
a svernare in alta montagna.
Andammo a Mione. Nell'ospedale partigiano erano ricoverati dieci altoatesini,
tra i quali il tenente comandante del presidio, presi nell'attacco a Sappada.
Passò un reparto osovano: volevano far fuori gli altoatesini. Glielo
proibii, anche con l'aiuto del cappellano don Lodovico Sandri, minacciandoli
di morte. Trovammo poi "Gracco" che stava celebrando un processo
sommario a due coniugi del luogo accusati di spionaggio: esigeva la loro
fucilazione. Ciò avrebbe significato, vista l'avanzata cosacca,
la morte sicura degli abitanti maschi e la deportazione. Impedii la fucilazione.
Trovai rifugio in uno stavolo sotto Malga Avedrugno, con 10-12 uomini.
Tra un rastrellamento e l'altro, spostandoci di località, nella
neve alta - l'inverno '44-45 fu uno dei peggiori del secolo - sfuggimmo
alla caccia cosacca.
Per non morire di fame e di freddo, o farci catturare, nell'interno d'uno
stavolo di Mione costruimmo una falsa parete di steli di granoturco. Sfidando
la fucilazione in caso di scoperta, Giacomina Pol "da Feranda"
ci ospitò e pensò, nonostante la miseria, a farci pervenire
anche del pane. Il mangiare ci veniva passato da sotto la greppia. In
cambio cedevamo il bugliolo di legno...
Arrivò primavera: il 28 aprile mi venne segnalato il rientro a
Lenzone di due repubblichini del Btg. alpini Tagliamento. Evitata la guardai
cosacca sul ponte di Ovaro, salimmo verso Lenzone. Il primo, che abitava
nelle prime case, ci cedette l'arma senza far discussioni; l'altro, figlio
di un maresciallo della forestale, lo trovammo a letto. Appena mi vide
inveì, ma gli dissi: "Non vociare, non fare storie. Dovresti
essere fucilato. Se tu mi avessi preso mi avresti fucilato sul posto o
l’avresti fatto fare da altri. Dammi il tuo mitra e finiamola qua."
Il milite tentò di prendere tempo finché, spazientito, gli
urlai: “O me lo dai oppure ti porto via al comando!"
L'uomo, preso il mitra nascosto sotto il materasso di un altro letto,
me lo consegnò.
Il 29 mi portarono a Mione l'interprete del comando tedesco di Tolmezzo:
era ricercato da tutte le formazioni partigiane per collaborazionismo.
L'uomo, nativo di Luincis, mi raccontò i motivi della sua scelta
di campo: aveva 7-8 figli. Piangeva. Ritenevo la guerra oramai conclusa
e così lo lasciai andare con queste parole: "Vai e non
fare stupidaggini. Sei hai qualcosa di cui rispondere, la magistratura
si occuperà di te..." Tanto fu che il 2 maggio anche
lui partecipò ai combattimenti contro i cosacchi ad Ovaro.
Il 7 maggio fu fucilato al km 15, sul ponte del Vinadia, dagli osovani.
Mi dissero che gli osovani avevano fucilato una spia sul Vinadia e andai
sul posto: riconobbi nel cadavere l'interprete che avevo graziato a Mione.
Sceso a Villa al comando osovano feci le mie rimostranze. "Era
una spia e bisognava fucilarla!" fu la loro risposta alla mia
affermazione: "Ma lo sapete che la guerra è finita? E
ora chi manterrà la sua famiglia? Se avessi ritenuto quell'uomo
colpevole avrei fatto io quel lavoro per tempo." Controbatterono:
"Non c'interessa. Era nota la sua colpa, e abbiamo agito di conseguenza!"
Maggio
1945. Eravamo di stanza a Mione. Il primo, verso le 9,30 il CLN Val di
Gorto mi mandò a chiamare, dato l'impasse nelle trattative intavolate
ad Ovaro con i cosacchi. Per la piazza e le vie del paese cosacchi e osovani
convivevano pacificamente mentre a casa Martinis CLN e il magg. Nasikow
stavano discutendo. I cosacchi avevano posto una pregiudiziale: non volevano
aver nulla a che fare con i garibaldini.
Non volevo intervenire operativamente. I cosacchi erano troppi, ben armati,
ad un passo dall'Austria, con in più la sicurezza dell'arrivo di
rinforzi. La coda della loro colonna in ritirata era ancora in movimento
nella conca di Tolmezzo.
Militarmente un attacco avrebbe comportato gravi rischi per gli attaccanti
e rappresaglie sicure sui paesani. La cosa ad un occhio militare era lampante.
Inoltre, a nemico che fugge ponti d'oro! Tanto più che
i cosacchi sapevano di trovarsi sull'uscio di casa e il pensiero d'una
loro resa proprio a un soffio dalla salvezza, era un'idea peregrina.
Ma venne a chiamarmi prima Dino, un uomo di Entrampo, poi uno di Chialina,
infine Giobatta Martinis, macellaio di Ovaro. Disse: “Il CLN
ti ordina di scendere ad Ovaro!” Come militare dovetti infine
obbedire, pena il processo per disobbedienza. Prudentemente, però,
mi recai nella chiesa di Cella dove potevo osservare la situazione. A
Cella mi raggiunge Fabian che mi disse: "Furore, se possibile,
astieniti dall'entrare in paese, perché sono in atto attriti fra
CLN e comandante cosacco. I cosacchi non vogliono arrendersi. Stiamo attraversando
una fase inconcludente. I cosacchi stanno solo prendendo tempo...";
poi riprese la via di Ovaro.
Arrivò un'altra staffetta del CLN invitandomi, per la quarta volta,
a scendere. Ubbidii.
Nel CLN Val di Gorto - Rinaldo Cioni, Giovanni Cleva, Leandro De Antoni,
Candido, Osvaldo Fabian, don Cortiula parroco di Ovaro - solo Osvaldo
Fabian ed un altro, inutilmente, si dichiararono per far liberamente defluire
i cosacchi verso l'Austria. Ma l'ing. Cioni, e tutti i "nuovi partigiani",
compresi quelli d’un camion arrivati balzandosi con bandiera e canti
da Rigolato, no.
L'Osoppo era certa d'ottenere la resa dei cosacchi. Nulla sapevo delle
trattative in Tolmezzo con l'ataman per una libera ritirata dei
cosacchi fino a Monte Croce. Arrivai in piazza ad Ovaro verso le 16,30
con 12-13 garibaldini e una decina di georgiani. I cosacchi guardavano
con odio il nostro fazzoletto rosso. Lo levammo per non alzare la tensione.
La piazza brulicava di cosacchi, di fazzoletti verdi e di “nuovi
partigiani”. Erano stati fatti giungere da tutte le località
prossime per far pesare il numero sul tavolo delle trattative, ma non
avevano inquadramento ed esperienza di guerra.
Mentre i miei uomini si fermarono di fronte Casa Martinis, fui invitato
nella la sala dove il CLN stava trattando con Nasikow, perché si
pensava che la mia presenza avesse un peso per la resa. Onde non offrire
pretesti, entrando tolsi perfino le insegne di grado.
Ad un certo punto Nasikow abbandonò la seduta rifiutando la resa.
Il CLN invitò me e "Paolo” Giancarlo Chiussi, a compiere
un estremo tentativo per far ricredere il maggiore cosacco. Nasikow entrò
nel suo comando all'Albergo Martinis, noi arrivammo fin sotto. Da una
finestra, Nasikow, con un gesto della mano ci interrogò su cosa
volessimo. Nel frattempo, nel centro della piazza del municipio fu portata,
legata su di una sedia, dagli osovani, la moglie del Nasikow. Avrebbe
dovuto servire ad “ammorbidirlo"; Nasikow, invece, rientrando
dal riquadro dalla finestra, ci lanciò una bomba a mano. Fui ferito
leggermente ad una guancia.
I cosacchi spararono anche dalla scuola adiacente al Municipio. Ritiratomi,
scomparsi Chiussi e Foi, ci rifugiammo per la notte nella cartiera.
Nevicava. Il 2 mattina burrascava. Tornammo in paese. Dal cortile delle
scuole, verso le 8,30-9, ritentammo il contatto con i cosacchi colà
acquartierati, ma non vollero darci retta, anzi, aprirono il fuoco dalla
finestra dei gabinetti mentre stavo salendo le scale dal municipio. Sotto
il fuoco, raggiunsi il tetto del municipio: da lassù cominciai
a lanciare bombe a mano sui cosacchi dappresso. Non si arresero. Era tarda
mattinata. Decidemmo allora di far saltare l'edificio: dalla miniera recuperammo
due cassette di esplosivi e le piazzai sotto il muro: invece d'esplodere
s'incendiarono e la costruzione cominciò a bruciare: crollò
parte del tetto e un mucchio di cosacchi rimase ucciso nell'interno; quelli
che cercarono d'uscire caddero sotto il mio Breda.
Arrivarono i rinforzi cosacchi da Tolmezzo ed i loro arrivò scompaginò
le forze raccogliticce del CLN. Sparando, mi sganciai verso Comeglians.
I cosacchi avevano posto in posizione un pezzo anticarro in mezzo alla
strada nazionale, 40 metri dietro la curva dell'albergo, e da qui battevano
le frazioni di Ovaro sulla destra. Tirai l'ultima raffica sui serventi
e 2 caddero a terra. Arrivato sul ponte di Chialina, esaurite le munizioni,
mi trovai sotto il fuoco: saltai il parapetto e presi per Mione. Sulla
curva, adagiati sul ciglio, trovai i georgiani del capitano Uruschadse
Akaki, morti.
Tornato a Chialina, trovai "Da Monte" Romano Marchetti, commissario
dell'Osoppo, in borghese e senz'armi, e ci scambiammo chiarimenti: restava
solo la ritirata.
Marchetti proseguì verso Comeglians, ed io, da solo, varcato il
Degano, salii verso Ovasta. Da lassù vedevo i cosacchi venir avanti
a plotoni sulla discesa di Chialina: trovato un mitragliatore russo a
ruota, lo posai sulla forcella di un melo e sparai giù. I cavalli
si imbizzarrirono, spaventati, volarono in alto zolle di terra. Pensai
che quello sarebbe stato l'ultimo mio combattimento. Giunto a Ovasta decisi
di farla finita: prima di soccombere avrei sparato fino all'ultimo. Basta,
non ne potevo più...
Mi tornarono in mente le fatiche trascorse per cambiare il mondo, e la
la lotta, il sangue..., ma senza mai essermi sporcato le mani con esecuzioni
o condanne a morte, anche di spie confesse.
Il
poi, dopo tre anni di cure per la TBC, la paleontologia, la pittura e
la scultura, mi hanno dato l'opportunità di ripensare obiettivamente,
senza protagonismi, alle mie azioni...

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