Romano Marchetti "Da Monte" Narrazione |
L'otto settembre ero a Fiume. Allora avevo già preso contatti con
Fermo Solari quando ero Tenente degli alpini alla caserma Di Prampero
a Udine nel febbraio '43 grazie al sottoten. Del Bianco militante del
Partito d'Azione. Verso il 10 settembre gli "ussari di Pomerania"
iniziarono a bombardarci, ci siamo allontanati dalle baracche. Ho detto
ai miei commilitoni: io vado sul monte Re dai partigiani jugoslavi,
chi vuole mi segua, gli altri raggiungano le proprie famiglie! Mi
ha seguito il sergente Guerra di Vicenza. Siamo successivamente andati
a Vipacco. Sulla battaglia di Ovaro 12 settembre 2004 |
"Libertà vo cercando..." Intervista di Alberto Burgos a Romano Marchetti (18 marzo 2005) |
Ho fatto la guerra in Grecia e in Albania come ufficiale degli Alpini, e ne sono uscito menomato, anzi sedentario, sia per delle brutte ferite alle gambe sia a causa del tifo, che mi aveva portato in fin di vita. Ma tu avevi già avuto la notizia dell’armistizio dell’8 settembre? No, io non avevo avuto alcuna notizia: sono stato svegliato dalle bombe! Eri in divisa? Sì, armato e in divisa. Avevate armi? No. In fondo sembrava che le cose fossero tranquille. Una rete per il momento diciamo passiva: nel senso di organizzazione… Su questo dovremmo fare un lungo discorso... Il problema era: cosa facciamo? Ma nota bene che era intervenuto il fatto dell’abbruciamento di Forni di Sotto. E c’era stata la morte di Del Din: il giorno dopo uno dei miei, Nino Pizzo, che in seguito sarà comandante del battaglione Val Tagliamento, mi ha raccontato quello ch’era successo, ed io l’ho portato nel luogo dal quale doveva sparare alla caserma che era occupata soprattutto dalla milizia confinaria. Nel timore di essere identificato... Nel timore di essere preso! Dal punto di vista gerarchico tu da chi dipendevi e quale era il tuo ruolo? Mah, ho sempre fatto in un certo modo per conto mio. Riconoscevo in “Verdi” la persona di cui mi fidavo di più. Quindi tu eri una sorta di libero pensatore, un battitore libero, e ti occupavi di un lavoro di propaganda, di diffusione di idee di libertà. Non eri ancora entrato da un punto di vista strettamente organizzativo in una formazione armata. Entro nella formazione armata in occasione della liberazione di “Aurelio” e “Verdi”, dato che avevo fatto un discreto lavoro e mi conosceva ormai tutta la gente, sia a Caneva, Tolmezzo, Paularo, in tutta la Carnia. Dunque tu sei commissario politico... L’Osoppo diceva "delegato politico". Perché “Commissario” era un termine di derivazione sovietica... Già. Ma il delegato politico aveva una funzione politica, appunto, di controllo: come mai, quindi, proprio ad un pensatore laico viene affidato un incarico se non proprio ideologico certo di gran delicatezza? Sai, erano momento molto difficili per la Osoppo e quindi hanno preso tutti coloro che potevano essere utili. E poi c’è stato il volere di tutti quelli del battaglione Val But, del battaglione Val Tagliamento, del battaglione Carnia, tutti d’accordo perché io avevo avuto rapporti anche con “Barba Livio” e quindi mi hanno nominato addirittura a pieni voti, diciamo così. È successo dopo l’incontro con “Lino” e lui, che non era uno sciocco, ha subito capito che non c’era niente da fare con me. La legge sulla bonifica? Sì, la legge della bonifica integrale: aveva studiato in Svizzera questo problema e da quella aveva capito qualcosa della libertà cantonale: ecco che viene fuori Cattaneo, il suo pensiero, e anche Mazzini: ma soltanto da un punto di vista ideologico, e fino a un certo punto, perché Mazzini era centralista, tutto sommato, mentre Cattaneo aveva questo grosso discorso cantonale, cioè la libertà periferica. Mazzini, però, aveva anche una forte carica religiosa, mistica... Era un mistico: dio e popolo era una delle sue frasi, ed anche un’altra molto bella: pensiero ed azione. Queste cose me le ricordo ancora! Parlavi prima del Partito d’Azione e di Fermo Solari, che ne era uno dei fondatori. Ma l’Osoppo, era collegata a questi due partiti, azionista e democristiano, così diversi perché il partito d’azione era d’impronta fortemente laica ed in qualche modo era un partito di sinistra. Come si conciliavano, dunque, questi due orientamenti? All’inizio le cose andavano bene, ma in un secondo tempo ha preso il sopravvento la parte democristiana ed ha preso forza proprio nel momento in cui il gruppo degli azionisti ha imprigionato “Verdi” e “Aurelio”. Erano loro quelli più attivi in questa lotta e la persona che conoscevo già da tempo, Comessatti, era uno dei capi. Nel Friuli c’era questo grosso nucleo di azionisti, ma era in minoranza rispetto ai democristiani. Ecco quindi che le formazioni Giustizia e Libertà promosse dal Partito d’Azione in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, di fatto qui non c’erano. I primi tempi gli azionisti erano con l’Osoppo, e poi si sono per così dire sciolti, quando “Verdi” e “Aurelio” con un contro colpo di mano sono stati liberati e sono diventati comandante generale e delegato politico generale, nei fatti, perché dopo da un punto di vista formale “Aurelio” non risulta mai: era sempre insieme a “Verdi”, era un prete molto coraggioso, ma diciamolo subito, anche decisamente fanatico. I tuoi rapporti con la Garibaldi erano buoni, comunque, sia sul piano personale che su quello politico. Ma io sono sempre stato abbastanza amico loro, e infatti appena ho potuto ho fatto il comando unico, che però non è stato riconosciuto. Già, tu ad un certo punto prendi, diciamo così “in autonomia”, la decisione di formare un comando unico Osoppo - Garibaldi: gli scopi sono evidenti, ma che ruolo avrebbe dovuto avere e che giurisdizione? L’idea di riunire Osoppo e Garibaldi era anche dei comunisti. Molto spesso “Andrea” Mario Lizzero e “Ninci”, l’uno commissari e l’altro comandante di tutte le formazioni del Friuli, me l’avevano anche detto. Ma non occorreva che me lo dicessero: io già dall’inizio non capivo questa divisione e collaboravo correttamente e sinceramente con “Ugo” di Preone. Mirko, spieghiamo chi è. “Mirko” era il comandante del battaglione carnico Garibaldi: era un giovane slavo, anche abbastanza simpatico, ma lì si presenta con la pistola e dice “Io gli buco la pancia a quello lì!”” Ma parlava perché intendesse la nuora (alludeva a me, cioè). Tanto più gli do una lezione: rimetto in piedi quello che posso rimettere in piedi e poi faccio il comando unico, perché non possiamo continuare a spararci, i nemici sono da un’altra parte. Beh, un’immagine un po’ grossolana del comunismo… Faceva presa, comunque, e questo in un certo modo va a carico di quelli che ci credevano, ma c’è qualche cosa di più: nel comunismo io ho sempre notato, anche negli ignoranti comunisti, una gran passione per l’istruzione; l’unico discorso mal fatto dai comunisti è stato il paraocchi rispetto a Stalin. Ma tutti quelli che ho conosciuto io, se parlavi un po’ scientificamente, restavano a bocca aperta ad ascoltarti, tutti, tutti. Nessuno escluso. Se non ti dispiace apriamo una parentesi su questo: sono tempi in cui comunista sembra quasi un insulto, un peccato originale. Tu li hai conosciuti in un periodo particolarmente difficile; c’erano anche quelli ingenui o fanatici, però riconosci loro, anche i meno colti, dignità, passione, onestà, pur condannando i loro “paraocchi” verso l’Unione Sovietica. Durante la Resistenza in che modo vedevi questi conflitti di tipo ideologico, che poi hanno anche avuto momenti tragici come Porzûs, tra i partigiani comunisti e gli altri? Al di là degli aspetti strettamente operativi e organizzativi. Al comando unico ci ha creduto profondamente il comandante “Tredici”. Difatti, sarà il nove ottobre, lui viene giù ad Ovaro e mi dice “Vieni con me, andiamo in giù.” Da notare che qualche giorno prima io avevo ricevuto tramite mio fratello l’indicazione che “fra qualche giorno ci sarà l’attacco dei tedeschi e dei cosacchi”. Ho verificato l’informazione: a lui, che era vicedirettore della Cooperativa carnica, era giunta da Udine, salvo errore, dal responsabile dell’alimentazione, che era un emiliano, mi pare. Adesso, ricordare tutti i nomi così all’improvviso non mi è facile, a novantadue anni. Allora io, cosciente del fatto che c’era il comando unico, ho dato a “Tredici” la comunicazione: stai attento che qui mi viene segnalato questo fatto. Cioè, tu non solo hai fatto il piano per l’Osoppo, ma sei stato anche tu a comunicare alla Garibaldi… Ho comunicato alla Garibaldi che io facevo così. Suggerendogli di fatto di fare altrettanto per le loro formazioni. Questo era implicito. Allora, dopo due giorni “Tredici” - si vede che era stato impressionato da questo fatto - viene giù, mi chiama, andiamo. Arriviamo a Esemon, è quasi notte e c’è una linea formata da osovani e garibaldini: cosacchi e tedeschi stanno venendo giù sia dalla parte di Verzegnis che dalla parte di Lauco: si vedono le fiammelle, le mitraglie che tirano. È l’invasione della Zona libera. Sulla zona libera torniamo dopo, sia sugli aspetti politici, che su quelli militari. Ancora sulla questione del comando unico: ha una vita brevissima. Da chi viene disconosciuto? Non mi risulta che la Garibaldi lo abbia fatto: ti posso anche aggiungere che nel febbraio del ’45 “Andrea” Mario Lizzero, ferito a Feltrone, dove mi reco spesso perché conosco la Durigon, discute con me per rifare il comando unico, tenta con me e mi chiama commissario; non sa che io non sono più niente, e anche se io glielo dico discutiamo tutta la notte. Io rispettavo il suo modo di pensare. Bisognava per lo meno sposarlo insieme all’idea assolutamente materialista, perché altrimenti non si capisce bene il discorso… Erano tutti atei i comunisti che conoscevo io, i comandanti, e anche quelli che credevano in quel momento erano in un certo modo assimilati. Però io ammiravo anche questo spirito: pensavo già allora a un’Europa… a un tragitto pratico di cui l’Europa era una tappa. Ancora oggi penso che il fine può essere quello, deve essere quello. Il problema è: quanti secoli ci vogliono? Il mio discorso non è contrario, anzi è favorevolissimo, ma se oggi dico “proletari di tutti i paesi unitevi” Bin Laden comincia a battermi le mani perché... Tu sostieni, quindi, che sul problema del comando unico da parte della Garibaldi c’era, forse anche con un po’ di strumentalità, una maggior vocazione unitaria, una maggior apertura. Questo disegno non viene però contraccambiato, anzi. Purtroppo. Pensa al fallimento degli azionisti in seno all’Osoppo, pensa inoltre al fatto che cacciato Cocito, cioè “Tredici” dal comando della Garibaldi, il comando viene dato a “Barba Toni”, cioè Mario Candotti, che non è affatto e non è mai stato comunista; c’è il comunista abbastanza disponibile alla discussione, Tranquillo De Caneva e c’è il non comunista, il capo di stato maggiore Ciro Nigris. Si sarà forse aggregato dopo al comunismo, ma il primo lavoro che ha fatto Nigris è stato su mio incarico: a Udine mi avevano chiesto di trovare un luogo in Carnia dove gli alleati potessero fare un lancio di armi, così sono andato ad Ampezzo da Ciro Nigris e gli ho chiesto, visto che lui conosceva bene la zona del Navarza, di andare su e dirmi: e lui mi ha fatto addirittura una mappa e questa carta è andata a “Verdi”, non alla Garibaldi. Poi Nigris è stato assimilato dalla Garibaldi. Questo incontro quando avviene? Dev’essere l’uno o il due di ottobre. Comunque si conclude la faccenda con una bevuta, perché “Barba Toni” tira fuori un fiasco: lui era anche un tipo allegro. Il risultato è questo: “Tredici” comandante (ma non era lì) della Osoppo-Garibaldi Carnia, “Da Monte” commissario, Zoffi vice comandante, “Gracco” vicecommissario e Ciro Nigris capo di stato maggiore: tre della Garibaldi, due della Osoppo; si rispettava in un certo modo le forze in campo. Eravate, mi pare, seimila contro trentamila. Seimila? Magari! Il nostro numero era inferiore. Ma tu avevi studiato il piano di ritiro per tutte le forze? No, io ho fatto il piano per l’Osoppo e gliel’ho comunicato. Lui poteva avere idee diverse, per questo io non mi sono peritato di dire “facciamo così”. Io ero a Luint e lui alla Patossera: gli ho mandato la notizia per mezzo di un partigiano. Prima di esaminare i vari aspetti della ritirata, torniamo al comando unico: dal punto di vista politico operativo nasce e muore subito? Non proprio, non muore subito, adesso capirai. E da qui la vicenda del processo. Qual era esattamente capo d’imputazione, diserzione o negligenza? Beh, adesso non saprei dire, perché i rapporti non erano così precisi, erano molto fraterni e talvolta violenti, come tra fratelli, e le parole servon poco. Lui veniva accusato di essersi trattenuto quando non doveva: era questo il fatto. Io intanto, dopo fatto questo lavoro di creazione di basi da un punto di vista anche alimentare, scendo a Maiaso, dov’era la casa di mio nonno: prendo contatto con qualcuno, non so bene cosa fare, immagino di aver pensato “Chissà che non ci sia qualche reparto verso Preone, “Tredici” cosa farà?” Diffidenza, perché? Chissà, forse era girata la voce che lui li aveva abbandonati, sai come succede. Allora si scende e lì abbiamo trovato l’Ors di Pani: amici, abbracci. Poi le vicende dell’invasione cosacca, che sono abbastanza note. M’interessava capire quando, da parte del comando della Osoppo, viene di fatto annullata la decisione del comando unico. O meglio, formalmente non viene annullata… Io l’ho saputo ai primi di dicembre, quando ho preso atto che quelli mi hanno detto che il mio nuovo incarico era “prendere contatto con la gente”; ma del fatto che il comando unico non era stato riconosciuto, del fatto che io non ero più comandante di niente e che dovevo solo occuparmi dei rapporti tra popolazione e partigiani, l’ho saputo solo i primi di dicembre, tornando da Tramonti, dove ero andato con “Tredici” a prendere i contatti. Ma ti è stata data comunicazione formale di questo? Niente di formale, no. Me ne sono reso conto perché intanto era avvenuto il processo a “Tredici”, al quale ero stato presente e lì nessuno disse che lui aveva perso il comando; ma è venuto automatico di pensarlo quando c’è l’attacco comandato da Tranquillo De Caneva contro i cosacchi di Raveo. Cioè la ritirata di tutti verso la stessa direzione? No. A un certo momento c’è stata la decisione di attaccare i cosacchi che si erano insediati da pochi giorni a Raveo: hanno studiato il modo di tentare di tagliarli fuori e hanno fatto una specie di combattimento alle loro spalle. Da quanto mi risulta questo non è esatto ed è esatto quello che scrive Carletto. Lunga! Eh, 17 ore... Ma tu che obiettivo avevi? Di ricongiungermi coi miei. Dopo l’attacco di “Ape” e “Walter” a Raveo, è arrivata la notizia che i cosacchi avevano richiesto dei cannoni per distruggerci. Noi siamo in Pani. Ma loro avevano montato alcuni cannoni sul treno per sparare… Sì, ma il treno poteva arrivare solo fino in Vinadia, e lì dovevano caricare tutto sui camion per andare più avanti: il ponte sul torrente non esisteva più, l’aveva fatto saltare uno della Garibaldi. Ma ti fidavi, in un momento così caldo, di andare a trattare? I nazifascisti credevano ancora all’arma segreta, io no, e sbagliavamo tutti, perché l’arma segreta c’era, ma non era ancora al punto giusto. Era un caso? Mah, potrei anche dirti che l’ho fatto apposta, ma non è vero. Ma il brutto comincia adesso. L’indomani mattina - doveva essere il 26 o il 28 novembre - mi bendano e mi mettono su un carro, dove c’ero solo io, passiamo il Tagliamento e arriviamo a Esemon di Sopra. Mi scaricano in una casa a metà circa della grande via e a un certo momento arriva un colonnello delle SS con un tenente viennese che faceva da interprete. Ho pensato “qua mi fanno fuori”. Però, si è scomodato un colonnello delle SS! Sì, o forse non era un colonnello, ma certamente aveva come interprete il tenente. Poi Verdi mi disse che ero stato un mezzo cretino, perché avevo fatto il furbo. Comunque l’ufficiale ha tentato di convincermi a portare la Osoppo contro la Garibaldi: a un certo momento mi fa dire “Vedrete che vi trattiamo molto bene, vi diamo da mangiare” e io ho risposto “Come le vacche”. Mi è scappata! E lui mi risponde “Altrimenti come le tigri”, cioè ti ammazziamo. Dove hanno ammazzato Mirko. Sì. Lì vedo un gruppo di garibaldini che sta picconando, probabilmente per allestire una riserva di viveri o di armi. È un po’ lontano, li saluto e proseguo; arrivato in cima mi butto di là, e a momenti muoio nella neve, era più alta di me, farinosa: son rotolato, non riuscivo a stare in piedi, ho fatto una fatica spaventosa a cavarmela. Arrivo a Lateis e lì trovo “Tredici” che mi guarda: “Te s’è vivo ancora!” Perché si sentivano più sicuri e conoscevano meglio… Sì, io non avevo pensato abbastanza bene, la prima parte era giusta, quello di ritirarsi combattendo, ma avrei dovuto capire e dire dopo tornate nei vostri posti, avete le amicizie … Era più facile, se non altro per mangiare. Sì, come dire, tatticamente sarebbe stata perfetta se io avessi indovinato anche la seconda parte, invece io non l’avevo prevista per niente. Io volevo chiederti di fare un passo indietro sul discorso della zona libera. Bisogna rifarsi ai tempi precedenti. Avviene che in quindici giorni in settembre … viene nominato il CLN della Carnia, il quale si trasforma in repubblica partigiana, praticamente si può dire che già il 15 settembre esiste. Quindi la decisione viene presa autonomamente in Carnia e dopo Andrea e gli altri vengono su a prendere atto, in qualche modo, e a dare una sanzione. Non ti so dire bene cosa, credo che io sono uno dei fondatori perché ho portato il rappresentante dei socialisti, ma ero già stato insieme a De Caneva ed altri nella nomina dei sindaci della liberazione, a Enemonzo mi ricordo bene che eravamo andati al bacino della luce elettrica e lì avevamo chiamato i capifamiglia del paese, quelli che volevano venire e che c’erano, non ce n’era tanti, abbiamo distribuito i foglietti e loro son tornati col voto ed è riuscito Zanier. Questo avviene nel giugno, luglio … prima quello di Villa Santina, a cui avevo partecipato indirettamente, dove era stato eletto sindaco della liberazione il podestà di prima, che era Fiorillo di Salazar. Ma perché lo chiami sindaco della liberazione? Era un modo di dire, intanto non erano più podestà ma sindaci, ma erano sindaci di quel momento, della liberazione. In ogni comune nasce un sindaco e un rappresentante del CLN. Ma perché due, un sindaco con funzioni amministrative e un CLN politico? Sì, appunto, l’altro ha un significato politico, l’altro accetta i rischi. E il CL diventa di valle. Questo non succede per i sindaci. Ad un certo momento questi comitati di valle nominano un CLN della Carnia, il quale si insedia ad Ampezzo, perché Tolmezzo non era disponibile, va ben che mezzo Tolmezzo era partigiano, tutte le frazioni, anche Caneva. Poi chissà chi decide, credo che l’idea viene fuori un po’ vagamente dalla testa di Emilio Beltrame, comunista, forse, lui non era tanto un partigiano, quanto un teorico. Forse lui era informato della Val d ’Ossola. Non so, può darsi. Ad ogni modo io vengo convocato ed è la prima riunione di questo comitato, che manca del rappresentante socialista e mi precipito a cercare Giovanni Cleva che venga a rappresentare il partito socialista. Io assisto alla prima riunione che avviene fra Beltrame, comunista e don Aldo Moretti, medaglia d’oro, Lino, e la discussione avviene sul fatto che nasce la vera giunta di governo della zona libera, che io la chiamerei giunta civile della repubblica democratica. C’è il contrasto sulla questione delle organizzazioni di massa? No, c’è contrasto perché Beltrame propone nel governo anche la rappresentante delle donne, il rappresentante dei giovani, il rappresentante dei contadini e quello degli operai. E lì avviene che ad un certo momento si conclude senza che sia concluso chiaramente, nel senso che si mettono d’accordo che il gruppo deliberante è quello dei partiti, cioè il gruppo civile, perché bisogna anche dire che siamo soltanto garanti Andrea per la Garibaldi e io per la Osoppo. Questo governo più esattamente dovrebbe essere pensato formato da due gruppi più i due garanti. Siccome si è tanto parlato dei partiti, della discussione accesa sulle organizzazioni di massa, invece si è parlato pochissimo, non si sa nulla su questa funzione che avevate tu e Andrea: garanti, era una funzione di fatto ma non riconosciuta? Di fatto, delle proposte, la proposta un po’ tirata per i capelli di Andrea di abolire la pena di morte nonostante Stalin vivente … fa un po’ pensare. E la mia di stabilire l’aliquota sul livello del reddito. Tutte e due erano proposte in un certo senso rivoluzionarie, ma… Non è che facessimo i garanti attuali, tutto sommato davamo una mano. Ma era un ruolo che non era formalizzato, vi veniva riconosciuto per la vostra storia. Sì, devi pensare che tutto avviene senza che ci fossero delle parole che inquadrassero la figura. Ma i membri della giunta vengono in realtà nominati in una riunione del CLN della Carnia, non vengono eletti, ma nominati. Devi tener conto del fatto dei precedenti: c’era stata la nomina dei sindaci e dei rappresentanti del CLN, quindi anche se non è in quel momento una nomina elettiva, nei fatti concreti è una nomina valida. Volevo portarti una dichiarazione recente che dice che la nostra repubblica era stata la più democratica di tutta Italia. Dicevamo delle trattative che sono state avviate con i cosacchi per la loro resa. Come sono state avviate? Il giorno 26 io scendo a Tolmezzo per mettermi d’accordo con quelli del CL o con i partigiani della Osoppo che lavoravano sul terreno di fare in maniera che, quando i cosacchi, dovessero andarsene, non facessero del male alla popolazione. Dovevo dormire nella ex sede dell’Istituto tecnico di Tolmezzo in cui avevo fatto i quattro anni delle inferiori, dove c’è oggi la sede del comando di Finanza. In quell’ambiente io ho preso contatto con i rappresentanti che ho detto e ci siamo messi d’accordo. Augusto Vidoni mi ha detto che era pericoloso dormire lì e mi ha portato a casa sua che è proprio di faccia al campanile di Tolmezzo, verso ovest. La mattina, forse verso le nove, scendo con lui e trovo la signorina Maria Chiussi, che era un’amica di famiglia, e ci informa del fatto che sono stati presi, quella mattina ritengo, una ventina di persone. Ma erano venti partigiani? No, era un rastrellamento. C’era di mezzo anche uno che era un impresario della Tot, che era un ex fascista, Tonin Filippuzzi, che era stato accusato di avere fra i suoi uomini dei partigiani. Lui ogni volta che mi trovava mi diceva “eh, tu che mi hai salvato la vita”. Ma allora alcuni di questi sono stati arrestati puntando a prendere persone precise, non era un rastrellamento generico. Sì, penso di sì, forse che sapessero anche di mio fratello può darsi, comunque li prendono e li imprigionano ed io decido di dire, stati attenti che qua stanno arrivando gli alleati, comportatevi abbastanza bene. A un certo momento, non so quello che mi è saltato in testa, a Domanov gli dico… Però ci sei andato… Col fazzoletto verde, l’ho messo a metà piazza … Rischiando di prenderti una schioppettata… Eh, va be’. Entro e mi guardano rispettosamente, forse abbastanza stupiti, e vado immediatamente in presenza di Domanov, il comandante generale, l’atamano di battaglia, perché Krasnov non è atamano di battaglia, è piuttosto il politico. Apriamo una parentesi, perché molti immaginano che ci fossero “i cosacchi”, mentre invece c’erano non solo tante etnie, ma ci sono stati tre grandi gruppi, quindi, c’era l’atamano di battaglia, l’atamano Krasnov che era più prestigioso, ma rea più un’autorità morale e politica. Sì, esattamente. E poi c’era la cosiddetta armata del Caucaso, ma contava di meno. Sì. Tra Krasnov e Damanov c’era un contrasto di potere in qualche modo? Credo di no, credo che fossero pari grado, ma che tutto sommato leggerissimamente dominasse Domanof. Perché aveva anche più uomini, più mezzi. Non solo, ma perché presso lui c’era credo un capitano delle SS che… Faceva da collegamento con Trieste. Credo sia così, adesso sono cose sulle quali non sono andati in fondo. Comunque ad un certo momento, dopo aver accennato al fatto che stavano venendo avanti gli alleati, che quindi si comportassero come dovevano, mi viene per la testa quella pazzia, cioè loro chiedono “cosa dobbiamo fare?” “voltate le armi e sparate sui tedeschi”. Mi è venuta proprio così. Loro mi dicono no, noi sappiamo che fra i tuoi c’è il comando inglese, tu portaci giù un inglese che dica quello che dici tu. Però di inglesi non ce n’erano più in Carnia? Sì, c’era su a Val di Lauco Mosder, che aveva con sé… Ma non aveva l’autorità per trattare… Lui faceva il collegamento, aveva un gruppo di suoi uomini australiani, un polacco anche, un neozelandese. E come mai tu non ti rivolgi a lui, ma hai un’altra idea? Non mi rivolgo a lui perché invento lì per lì una battuta, sono loro che mi dicono sappiamo che tu hai gli inglesi lassù. Io andavo quasi ogni settimana in mezzo ai miei, specie all’eroico Lupo, che poi è diventato comunista, l’ho nominato io comandante del battaglione Val But, quello che è rimasto tutto l’inverno in montagna e che, finita la giostra, siccome era molto bravo, Verdi ha chiesto che andasse su a Tarvisio a tener Traviso per l’Italia e lui è andato insieme con … e se Tarvisio è ancora italiano credo che una parte del merito debba essere riconosciuto a Lupo, De Mattia Giovanni di Sutrio. Comunque, loro sanno, quindi ti conoscevano bene, che tu hai i contatti con gli inglesi e loro vogliono trattare con degli ufficiali inglesi, perché dei partigiani non si fidano, ma soprattutto pensano che chi deciderà la loro sorte saranno gli alleati. Credo che sia esatto pensare così. E a questo punto però la domanda è: come mai, visto che a Lauco c’è ancora un ufficiale di collegamento, tu non vai da lui. Io non vado da lui perché penso che sia una balla quella che ho detto. Cioè pensi che non sia il caso di coinvolgere gli inglesi in una pensata tua. Appunto. E poi quello lì cosa faceva, aveva la radio e comunicava dove buttare le armi. Era un maggiore inglese, o capitano, che per esempio Della Schiava Vittorio (che poi quando è finita la guerra allora era comandante di un gruppo del Val But, dipendente da Lupo, ma poi è diventato comandante di un altro battaglione non so se Serio o qualcosa del genere, lui era di Paularo, e il suo commissario era Vinicio Talotti, lui anarchico piuttosto e Talotti democristiano; si chiamava Lampo) e un giorno Lampo era andato lì tutto vestito di bianco perché portava degli inglesi lungo la ferrovia pontebbana, gli faceva scavalcare la ferrovia, andavano all’aeroporto che aveva costruito Tito, lui era uno che conosceva bene la zona, e diceva “chel la lu copi” “e parcè?” “al mangje, al bef”… Sì, c’erano spesso anche degli aspetti di colore. Sì … polenta e panorama. Comunque, tu hai fatto questa boutade su Domanov, e ti viene poi un’altra idea. Mi viene quasi subito. Dico Gianroberto Burgos è un tipo che ha una bella presenza, non solo, ma deve averla a morte coi cosacchi perché gli hanno offeso la moglie una volta, mi avevano raccontato così … tuo padre ci teneva a queste forme, e poi la brutalità credo che fosse peggio della morte. Comunque vado e gli chiedo “sai l’inglese tu?” “sì, lo so” “allora vestiti da inglese e domani vieni giù a dire ai cosacchi quello che vogliono”. Naturalmente lui non aveva questa mentalità quasi goliardica mia, lui era un ufficiale di marina, nobile, un po’ di puzza sotto il naso è ammissibile che l’abbiate tutti quanti. Scusa, io dico quello che penso. Ma lui non ti risponde. Non mi risponde. La sua correttezza stava lì, ecco perché dico che non dice niente, deve aver detto non mi va. L’indomani mattina si presenta vestito da capitano di corvetta. Io non gli dico niente, chiaro che lui non accetta, questo è un modo spregiudicato di agire. Così veniamo giù, se non ricordo male guida Tomat, tuo padre a fianco di Tomat, io dietro. Disarmati. Certo disarmati, andavamo a parlamentare. E credo che quando lo hanno chiamato dentro i tedeschi gli abbiano anche chiesto se era armato o no. Hanno visto questa macchina, credo di non sbagliarmi, con la bandiera tricolore sul cofano e credo con questo fazzolettino bianco e dicono è tutto regolare. E arrivate a Tolmezzo senza che vi fermino. Nessuno ci ha fermati, siamo passati dappertutto, ma probabilmente a Villa Santina mi conosceva solo l’interprete. Il comando esattamente dov’era, Domanov dov’era? Albergo Roma, primo piano. Quindi arrivate in piazza, che sarà stata piena di soldati. No, non c’era molta gente, ho incrociato mio padre a un certo momento, ma non si è accorto di me. Sono salito immediatamente sopra al primo piano, ho preso contatto con Domanov, ho fatto quello che ti ho detto. L’indomani tornando sono arrivato lì, io non contavo più niente, chi contava era Gianroberto Burgos, il quale discuteva, discuteva, discuteva, ma non gli ha detto di voltare le armi contro i tedeschi; non so cosa gli abbia detto, perché non abbiamo avuto tempo di parlare dopo. Ti ho già detto che quando sono arrivato a … ti devo raccontare che a Caneva ci hanno fermato due volte. Comunque la discussione è lunga ma non porta a niente. Non porta assolutamente a niente. L’unica soluzione sarebbe stata la mia. Potevano forse guadagnare qualche punto, ma comunque non era il caso di andare a parlare con la periferia, era l’unico modo che ho preso io, di parlare col comandante, non poteva essere in modo diverso. Quelli là per forza ti dicono “domanda a Tolmezzo”. Secondo la tua opinione, come mai Domanov dice di o quando era evidente che avrebbero fatto una brutta fine. Perché, per un senso dell’onore, perché sperava in qualche trattativa con gli inglesi? Domanov probabilmente da un punto di vista delle decisioni politiche si rimetteva a Krasnov, e lui aveva tutto da perdere e poteva solo sperare in Alexander, perché lui e Alexander avevano combattuto insieme coma bianchi in Russia contro Trotsky, erano amici. Con la differenza che Krasnov contava già a quel tempo, era generale già a quel tempo, invece quell’altro … comunque contava su un rapporto personale che… Poi sai c’erano già gli accordi: voi dovete consegnarci tutti i nostri nemici. Quindi Alexander gli avrebbe detto sì sì e poi … comunque la trattativa. È venuto uno storico inglese a chiedermi e lui insisteva col dire che non era una brutta azione quella che aveva fatto Alexander, c’è un libro scritto in inglese da qualche parte, sono stati qui un giorno intero. Il suo libro è uscito anche a New York. Comunque voi tornate indietro in tre in questa macchina e a Caneva… A Caneva veniamo fermati, invitato tuo padre ad entrare nell’androne, entra nell’androne dove stanno pochi minuti mentre io penso qui ci fanno fuori e mi rannicchio sul fondo. Lui esce, saluta e andiamo via. Quindi un atteggiamento corretto da parte dei tedeschi. Direi efficiente e corretto. Soldati dell’esercito. Ho ammirato il modo di fare: questi qui stan perdendo la guerra e sono come se andassero in battaglia. Mi ha impressionato. E perciò appena arrivato io ho guardato la bandiera e a Gigi Covassi gli ho detto è meglio tirarla via. Poi Solari era sanguigno. Sì, sanguigno, ma non era da buttar via neanche Gigi. A Caneva vi fermano una prima volta e poi… E poi una seconda volta 500 metri, dove la strada di Caneva taglia la ferrovia esistente c’era un casello. Dove è nato un partigiano nostro, Accaino, che è stato fino all’altro giorno presidente dell’ANPI di Tolmezzo. Ci fermano una seconda volta e non lo portano nel casello, ma deve essere stata una tenda 50 metri più in là. Va là, chiacchiera un momento, libero e torna via. Sempre efficiente e corretto. Era la bandiera tricolore sabauda. Sì sabauda, ci salutiamo, non mi ricordo bene neanche quando, comunque io non ho più visto tuo padre che a Tolmezzo cinque giorni dopo. Su questo a te risulterebbe che lui successivamente viene prelevato, va in Austria… Sì, viene prelevato, lo dice anche lui [cerca in un libro] guarda che è un libro interessante, ci sono degli errori, per esempio Giovanni Cleva è detto comunista, mentre è socialista, a meno che non ci sia un altro Cleva. Invece Carletto Chiussi dice che rappresentante dei comunisti e capo del comitato è Cioni. Ecco: prima relazione di Flavio, Gianroberto Burgos, “il comandante Paolo e Gianroberto Burgos mandano Mario Tomat a Tolmezzo con un documento scritto dove si chiede la resa dell’atamano. Questo dovrebbe avvenire il giorno 2 maggio mattina. Come mai, io mi dico, se lui prima dice che va a Mione e non si muove da lì. Allora il 2 lui è a Tolmezzo di sicuro. Probabilmente è più di un errore, forse eccessiva prudenza, perché questa era una relazione ufficiale al proprio comando. Credo che il comando della marina, o comunque i comandi militari… Prima relazione. Sì, ma la seconda relazione era una relazione di un privato cittadino all’Istituto del movimento di liberazione; questa è una relazione formale, ufficiale, presentata al comando della marina. E questa è un gioco per salvare Paolo, si dovrebbe pensare così, dalla tua analisi. Secondo me si mescolano un errore di ricostruzione e una tattica politica. Due e mezzo di mattina, ma come mai la mattina presto del 2 maggio lui è con Paolo e lui non sa tutto quello che è avvenuto? Sì, ma Gortani dice: insieme a Burgos andiamo non da Domanov ma da Krasnov: Ma cos’è questa storia di Klagenfurt? Aspetta che la trovo… La mattina del 2 maggio. Questa è la mattina dell’1 maggio. Tu la notte tra l’1 e il 2 dormi a Comeglians… La notte tra l’1 e il 2 io dormo a Trava; no, fra il 30 e l’1 io dormo a Trava, dopo aver parlato con Salamachin, vado a Povolaro, parlo con De Antoni e poi scendo a Ovaro e vedo quella bandiera, sempre quella, che è minacciata dal fuoco, l’1 maggio, tranquillo. Dopo io mi fermo lì in una baracca, viene la gente, parla con me, io non so cosa dire, mi trovo spaesato, io non c’entro, cosa devo fare: sto qui e aspetto. Nessuno ha chiesto a me di questa faccenda, io sono sorpreso da questa faccenda. Non capisco, tu mi parli dell’1? Sì, dell’1. Ma, l’1 non era successo granché. No, ma io mi trovo l’1 che non so cosa fare, c’è confusione, nessuno viene da me. Bisogna anche pensare che io sento di non avere nessuna responsabilità. Ma Paolo non è a Ovaro. Paolo è a Ovaro, ma sta trattando, però non scrive niente. Quindi la notte tra l’1 e il 2 tu dove dormi? Io dormo in baracca su due sedie. E quando scoppia la caserma? Non sento niente. Quindi tu in sostanza confermi quella che può essere la versione diciamo meno diplomatica ma più realistica che c’è un gruppo di antifascisti dell’ultimissima ora che vuole acquistare una certa credibilità, convince Paolo a fare questo attacco a Ovaro. Non ti so dire, forse anche lui è trainato, chissà, tu devi leggere questa cosa qua, lui esagera sempre, si ritiene lui sempre responsabile, ma dovrebbe essere grossomodo lui il responsabile fino a che Cioni non gli dice “io voglio anche i comunisti qua”. In quel momento lui dice “allora la responsabilità è vostra”, ma quello che scrive lui qui, ripeto che lui si ritiene più importante di quanto sia, se tu leggi qui tu dici che l’ha fatta lui la faccenda. Lui ha convinto Paolo, più che il contrario. Questa però è una cosa che nessuno finora ha mai detto. Lui lo dice. Sì, ma col fatto che evidentemente non gliel’hanno pubblicata, forse apposta. Sì. Cambiamo argomento: ti posso chiedere qualcosa su Toni Zanella? Sì, puoi chiedere. Comunque, mi pesa ancora la faccenda di Ovaro, profondamente. Dunque, s ull’Ors di Pani: voi vi conoscevate già, quando andavi da ragazzo a Maiaso. No, non lo conoscevo. Andavo a Maiaso, ma Pani è a 1000 metri. Si andava mille volte, ma non conoscevo l’Ors. Forse c’era suo padre, quello che è stato sbranato dai muli. Quindi vi siete conosciuti… Arrivato lì verso i primi di ottobre o gli ultimi di settembre, la prima cosa che abbiamo fatto è che siamo andati in tre su in Pani: io, mio fratello, che veniva fuori dalla Russia, che era sottotenente di artiglieria da montagna e Giulio Orgnani, tenente di cavalleria, geometra, mezzo nobile, che era parente di mia zia Diana, che ti ho parlato prima. Questi tre vanno su, a un certo momento… Perché conoscevate il luogo. Ho deciso io e ho detto andiamo su, facciamo delle buche, mettiamo delle armi, mettiamo dei viveri, scatolette e se dobbiamo andar su perché veniamo braccati dai tedeschi sappiamo cosa fare. Quindi voi non andate da Toni Zanella, andate in Pani perché si presta… Sì, andiamo in Pani, però nello stavolo più alto di quello di Toni. L’incontro con Toni Zanella lo trovi in quell’opuscolo che ho fatto io, c’è qualche correzione fatta quando Dorigo mi ha chiesto di pubblicarlo ed è una correzione che riguarda piuttosto il fatto che Toni copriva la figlia, si sapeva, ma io cerco di giocare con le parole, per non dire proprio. Ma come nasce la vostra collaborazione? L’amicizia comincia con la lite, perché quando noi poi lo conosciamo, sento ancora il rumore delle buiazze che cascano e sento la bestemmia, sento che viene giù la bestemmia da sopra le nuvole, c’erano le nuvole che ci toccavano quasi i capelli. Viene giù, era andato a cercare una capra, non ci guarda neanche noi tre e poi ci manda su nell’ultimo stavolo lassù in cima, al di sopra. Cioè lui non vorrebbe avere a che fare con voi? Non vuole avere a che fare. Allora dopo un giorno o due Giulio Orgnani dice che non se la sente di andare avanti, ufficiale di cavalleria, torna indietro. Allora io e mio fratello facciamo ‘ste buche, troviamo uno stavolo in Nolia, una località al di sopra di Feltrane, su in cima, alla stessa altezza di Pani ma in versante Tagliamento, nascondiamo la roba, naturalmente è la prima cosa che hanno rubato, non ho più trovato. Comunque abbiamo finito il lavoro e l’ultimo giorno andiamo lì e non troviamo più il binocolo che avevo lasciato, che mio padre aveva portato dall’America latina, quando era andato in America latina, mandato da Mussolini, quando la famiglia si era profondamente indebitata perché mia sorella Maria che faceva il quarto anno di ragioneria a Udine è diventata tisica, è andata all’ospedale, allora non c’era l’aiuto sociale e lui si è indebitato in maniera tremenda. Chi gli ha dato i soldi è stato il marito della maestra Cleva, era il rappresentante della posta di Prato Carnico, era stato derubato da quell’Aso che poi è diventato mio amico, quello bruciato a Sappada. Comunque mio padre si era indebitato, pieno di attenzioni per questa figlia, veniva su Varisco che era uno dei migliori professori specialista. Ma perché America latina? Tuo padre va in America latina? Mia nonna, sua madre, che sapeva che era aiutata in parte da questo figlio prima e dopo si era trovata in difficoltà anche lei, ha scritto una lettera al duce “ti sei dimenticato i tuoi vecchi amici”. Mussolini, che era stato cacciato da mio padre con la fine… Cacciato, non gli ha rinnovato la supplenza… Sì, lo ha liberato dall’incarico, ecco, allora gli ha proposto un posto di direttore generale delle scuole italiane di Montevideo e lui è partito un anno. Muore mia sorella, lui torna, aveva pagato i debiti, torna giù un’altra volta e fa un altro anno e poi torna su. E porta questo famoso binocolo. Questo famoso binocolo, che mi aveva parlato di un prete che poi era diventato suo amico e gli aveva dato ‘sto binocolo. Io l’avevo lasciato lì insieme a dei sacchi e questo binocolo sparisce. Allora io scendo giù arrabbiatissimo e incrocio Toni nella sua abitazione e comincio ad insultarlo. Lui prende il fucile e mio fratello mi dice taci, lascia perdere. E la volta dopo che ci siamo incontrati mi ha abbracciato, mi dava del tu. Trovavo sotto la porta scritto “ven su”: era lui e io andavo su. “eristu ancje tu ufficial?” perché gli bucavano la montagna sparando, ma questo dopo la guerra. Perché pensava che tu potessi… Allora mi dava un formaggio e diceva “và”. Ma questa amicizia nasce così… Nasce così, improvvisamente, però mi hanno spiegato che non l’aveva rubato lui, ma il suo aiutante, un giovane di Raveo che si chiama De Marchi. Comunque nasce questa amicizia e tu ritieni, perdona la parola, di utilizzarla questa amicizia, pensi di poterti fidare. Assolutamente, perché lui era stato renitente nella guerra del ’18, mi pare, comunque aveva lì anche un ragazzo toscano che era scappato dall’esercito. Chiariamo una cosa: non è che lui avesse sentimenti antifascisti o altro. No, il suo ideale era diventare l’imperatore di Pani. Aveva ospitato la maestra e lì i bambini andavano, aveva creato la chiesetta, che dopo la lite ha riempito di patate. Aveva sposato una donna brutta e vecchia perché aveva dei terreni in mezzo ai suoi e lui li voleva. Comunque diventate amici e lui vi aiuta per amicizia, non per affinità politica. No, lui era un generoso, lui quando andavano su le donne a chiedere burro, formaggio, quando tutti avevano la tessera e la tessera non arrivava a sfamarti, tutta la gente andava su in Pani e lui sfamava tutti. “trop al chilo” “chel di ammasso”, quasi niente insomma. La generosità non mi sembra una delle caratteristiche principali dei carnici... No, lui era di Amaro, comunque cjargnel, della montagna. Comunque lui in questo momento di bisogno della guerra era generoso ed è stato generoso anche con voi partigiani. Tra l’altro ci ha ceduto la camera, io dormivo nel suo letto, io e “Tredici” dormivamo nel suo letto. Con me era diventato un amico. Perché erano successe delle cose in cui credo che mi abbia apprezzato. Ti dico una sola cosa; ad un certo punto Fermo Cacitti, Prospero, davanti a quattro persone: io, “Tredici”, l’Ors e Bruno (Zoffi Terenzio), che poi si vanta di fare quello che ho fatto io, era impossibile pensare che Marchetti potesse fare una cosa del genere, non è stata neanche cattiveria … Ma che cosa? Allora Prospero incontra uno che era accusato di tradimento, un partigiano della Osoppo, spara, ma la pistola si inceppa e allora volta la pistola e gliela dà in testa. Assassino, in quel momento io mi sono precipitato su di lui, quando ho visto il sangue e l’ho immobilizzato, se no lo ammazzava. Dopo Bruno mi ha raccontato il fatto, che l’aveva fatto lui! Imbarazzante la cosa. Cos’hai fatto, hai riso? Be’, non ho detto niente. Tornando a Toni Zanella, lui era generoso con tutti, e lo faceva per generosità con la sua gente, anche se uno era di Sutrio o di… Per esempio, non diceva “orco can i ves di copami dutas ches bestias”, diceva “copaimi las vacjas, no las cjaras”. Quindi si è anche un po’ esagerata la sua collaborazione con la Resistenza, era più un fatto di terra. Io non posso dirlo, penso di sì, era un uomo che ammirava le cose di natura. Dopo aver sacramentato sugli ufficiali che gli bucavano il prato. Quindi lui anche nei momenti più difficili aiutava sia la popolazione che i partigiani, senza particolare ragionamento politico, però era una brava persona in questo. Sì, era una brava persona, aveva sentimenti e poi quando, nel fatto di cui ti ho raccontato la sua reazione era chiara … odiava quel modo di fare, quell’uccidere che avveniva sotto i nostri occhi. Cioè lui sicuramente non era… Non era come “Tredici”. “Tredici” aveva il binocolo “I sè giovani, i gà morbin” e poi ha tornato a guardare … Era cinico… Sì era così. Cioè vedere ammazzare una persona per lui era… Sì, sì … “i sè giovani, i gà morbin”. Sì ma avere morbin non significa mica essere assassini. Quindi l’Ors, apparentemente più rude, poi in realtà… Sì, la vita lui la rispettava. Lui rispettava la vita e la natura perché, dopo avermi preso in giro perché non potevo aiutarlo contro i miei amici ufficiali, mi ha portato a vedere il torrente che gli aveva portato via un pezzo di terra ed era meravigliato e arrabbiato, ma era anche ammirato … era stata così la natura, la forza, no, …”vustu mangjà cunin?” “sì, bon!” Ma è vero che lui un giorno quando i cosacchi sono andati perché sapevano che c’erano i partigiani … perché non lo hanno ammazzato? È vero che lui li ha in qualche modo intimoriti con un aspetto che… Un pochino, e un pochino li comprava col formaggio. Sai, ucciderlo si perdeva anche i salami e il formaggio… Quindi la leggenda che loro lo vedono e ne rimangono impressionati… Ma guarda la faccia che ha … è la faccia di un furbo matricolato ha una faccia… Si dice che poi gli è stato dato un colbacco di ermellino in segno di omaggio. Sì, forse, ma era più uno scambio. Uno scambio, quindi, più che un dono simbolico. Lui dopo a noi, dava anche a loro le vacche dice, non state a toccarmi le capre, no. Forse allora non lo hanno ammazzato più che per timore per convenienza, perché se c’era lui funzionava… Ma sai, io non vorrei dirti di sì anche se lo penso perché è difficile entrare nell’animo … in un certo modo c’è anche che lui rappresentava un vecchio rispetto a loro… Non era tanto vecchio durante la guerra! No, ma sembrava … era piccolo, ma aveva in un certo modo un aspetto imponente lo stesso. Con le dalbide, correva con le dalbide di legno come una lepre … e quando veniva giù era sempre con le dalbide lui … non so se aveva anche i “glacins”. Io non è che voglio fare queste domande maliziosamente per distruggere, per carità, è che a volte l’eccessiva retorica è fastidiosa … No, no comunque lui mi riteneva un amico. Questo è chiaro, mi trattava da amico. E siete rimasti poi in amicizia fino… Fino a quando è morto. Lui è morto nel cinquanta… Io ero stato mandato via, a Savona, ho scritto l’opuscolo quando ero a Savona, con tanta nostalgia di lui … ma dopo veniva giù perché aveva affari con Pittoni. Ma è vera la famosa leggenda di Venezia e dei biglietti? Perché questa è la storia più famosa, un po’ anche stupida, però… La raccontano, ma poteva essere vera, dal tipo, no, ma non era cosa fatta da lui, semmai dal padre. Almeno quando ero ragazzo si diceva così del padre, poi è passata. Sarà avvenuto qualcosa del genere. Lui se ne fregava. Che lui andasse lì al Caffè Contarena e che ordinasse una tazza di latte e che poi ci mettesse dentro la polenta tolta dalla schiena … sì, può essere e che gli altri ridessero e che lui magari dicesse al cameriere “ti doi cinc francs: digj a chei là ch’à ridin che ti detin cussì” può essere. Poi si ricama sopra, ma come tipo poteva farlo. Ma secondo te nell’insieme era un figura atipica rispetto alla Carnia, perché queste figure patriarcali da noi non ci sono mai state, no? No, no. Forse per quello si è creata la leggenda perché in fondo… Sì, ma sai, lui aveva una mistica, la mistica di diventare i re di Pani, che noi gliel’abbiamo rovinata. Quando lui ha conosciuto me, in modo particolare me, e che poi è diventato tal quale amico, lui ha cominciato a dire “orco can. Nella vita non c’è solo la terra” deve aver pensato. Perché l’amicizia che ha dimostrato con me era assoluta. Come se quasi tu gli avessi rovinato un sogno. Io ho pensato così. Però poi lui l’ha realizzato il sogno, perché era padrone di tutta la zona. No, la moglie, non gli aveva ceduto la terra … poi lei è morta, la terra l’hanno presa i figli. Quindi lui non ha ereditato la terra, l’hanno ereditata i figli. Non so bene, lui aveva un pezzo di terra verso il Chiarzò, mi ha mostrato anche le mappe … era un’amicizia strana, tutto sommato. Persone totalmente diverse. Sì, totalmente diverse, e poi veniva giù… Scusa, una sciocchezza: lui sapeva leggere? Sì, ben sapeva scrivere, mi scriveva “ven su”, mi metteva sotto lì … e io sapevo che era lui. [Romano è stanco, mi chiede di interrompere] |