Quando
Hitler consegnò il Friuli ai cosacchi
Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del 1945 decine di migliaia
di cosacchi e di caucasici, trasportati dalla Russia e dall’Europa
orientale nell’Alto Friuli e nella Carnia, vennero a presidiare
i paesi friulani, spesso dopo aver costretto ad uno sfollamento forzato
le popolazioni locali. Erano stati mandati dai nazisti nel “Kosakenland
in Nord Italien”, la terra che era stata loro, se non promessa,
quantomeno affidata, in cambio di un’azione di repressione antipartigiana.
Per sette mesi i cosacchi cercarono di ricostituire nell’Alto Friuli
i loro villaggi, le “stanitse”, riproponendo costumi,
tradizioni, religione delle lontane regioni russe.
Alla fine della guerra, i friulani cercheranno faticosamente di porre
rimedio al dramma di una lunga occupazione; i cosacchi, invece, andranno
incontro a un doloroso destino, dalla Drava alla Siberia.
1)
LE MOTIVAZIONI DI UN SINGOLARE STANZIAMENTO
“Litorale
Adriatico”, così lo avevano definito, riprendendo un vecchio
mito asburgico, i nazisti che, dopo l’armistizio dell’8 settembre
1943, avevano occupato il Friuli, Trieste e l’Istria, istituendovi
l’OZAK (Operationszonen Adriatisches Küstenland,
Zona di Operazioni del Litorale Adriatico) una sorta di protettorato,
retto dal gauleiter Friedrich Rainer. Come in
altre zone occupate (un’esperienza analoga si era avuta nel Trentino-Alto
Adige con l’Alpenvorland), il presidio dei principali centri
abitati e la difesa degli obiettivi di carattere militare era stata affidata
alla Wehrmacht, mentre l’opera di repressione contro atti
di sabotaggio era demandata alle SS (il capo della Polizia a Trieste era
Odilo Globocnick, che aveva già avuto esperienze
“significative” nel protettorato nazista istituito in Polonia).
Nel Litorale Adriatico, per mesi, venne dunque attuata ogni forma di azione
punitiva per reprimere la diffusione del movimento della Resistenza che
pure, nonostante ciò, trovò modo di consolidarsi e di ottenere
anche significative affermazioni, come la costituzione, nell’estate
del ’44, di due Zone Libere, quella del Friuli
Orientale e quella della Carnia.
Contro questa minaccia, per riprendere quindi il controllo sul territorio
e garantirsi la sicurezza di transito sulle principali vie di comunicazione,
le autorità militari naziste determinarono di attuare una vasta
azione di rastrellamento per debellare il movimento partigiano, affidando
successivamente a unità collaborazioniste il compito di occupare
stabilmente i centri abitati e mantenervi un saldo presidio. A questa
incombenza vennero designati i cosacchi e i caucasici, popolazioni sradicate,
a causa della guerra, dalla loro terra di origine e trasportate in Friuli
al servizio del progetto nazista.

Ma chi erano i cosacchi e come era accaduto che essi
avessero aderito alle ideologie naziste?
Per trovare delle risposte adeguate alle scelte adottate dai cosacchi
negli anni della seconda guerra mondiale, bisogna risalire piuttosto indietro
nel tempo, all’epoca della costituzione in comunità organizzate
di queste popolazioni, alla nascita di un comune sentire incentrato sui
concetti di specificità e di autonomia. Dal XV al XVII secolo in
Russia, sotto gli Zar, vigeva infatti la dura condizione dei servi della
gleba, per sfuggire alla quale alcuni coraggiosi, amanti della libertà,
cercarono di allontanarsi, lungo i fiumi e le pianure sconfinate, sino
alla periferia dell’impero, dove non arrivava il potere feudale
né quello centrale a imporre le regole. “Kazak”
o “Cosacco”, è un termine che deriva dal turco e significa
“uomo libero, errante”: così vennero quindi
definiti quegli uomini forti andati alla ricerca di nuove terre, dove
insediarono le loro stanitse, villaggi che costituivano contemporaneamente
un’organizzazione economica, di autogoverno e militare, rette da
un capo espressamente nominato, l’Ataman, per difendersi dalla ferrea
autorità del potere centrale e dalle scorrerie dei popoli d’oltre
Caucaso.
Quando il potere zarista comprese che gli insediamenti cosacchi alla periferia
dell’impero potevano costituire un avamposto contro gli attacchi
esterni, le scorrerie dei popoli tartari e turchi, venne loro assegnata
una funzione di privilegio, delegandoli però alla difesa dei confini.
I cosacchi, fuggiti dalle imposizioni dello stato russo, vennero così
integrati in quello stesso stato e, col tempo, diventarono una sorta di
fedelissimo braccio armato del potere, sino a costituirsi in corpo specializzato
da utilizzare nelle campagne belliche (nel 1812 furono tra i principali
artefici dell’esito disastroso della campagna napoleonica in Russia)
ed anche uno strumento di repressione verso le frequenti rivolte contadine.
Abbattuto il potere zarista con la Rivoluzione del 1917,
spazzata via la servitù della gleba, fuggita la nobiltà
ed arrivati al potere i bolscevichi, i cosacchi vennero puniti per il
loro ruolo di servitori dello Zar e combattenti con le Armate Bianche.
Un decreto del 1923 proibiva espressamente l’uso del termine “cosacco”;
contemporaneamente veniva radicalmente mutata la toponomastica dei territori
abitati dai cosacchi, abolendo i termini specifici che li potessero richiamare.
Con la salita al potere di Stalin prese avvio un percorso di repressioni,
deportazioni in Siberia, esproprio e collettivizzazione
delle terre, con eliminazioni fisiche dei principali responsabili del
popolo cosacco, al fine di annullarne il concetto di nazionalità.
Con l'invasione e l'occupazione dell'URSS da parte delle
truppe naziste (1941-1943), diverse popolazioni della Russia meridionale
trovarono apparentemente accolte le proprie rivendicazioni autonomistiche.
Facendo quindi leva sul sentimento antibolscevico di queste popolazioni,
i nazisti riuscirono così a trovare dei nuovi alleati. Furono infatti
attorno al milione i russi inquadrati nell'apparato militare tedesco:
migliaia di esuli zaristi fuggiti all'epoca della rivoluzione bolscevica,
centinaia di migliaia di prigionieri di guerra (spinti, più che
da ragioni ideali, dal contingente desiderio di uscire dai lager), i componenti
di comunità e gruppi etnici (quali appunto i cosacchi) ostili al
bolscevismo che avevano seguito, anche fisicamente, le sorti delle armate
tedesche. Tra gli esempi più noti, la costituzione di due divisioni
cosacche inquadrate direttamente agli ordini del generale tedesco von
Pannwitz e l’Armata Russa di Liberazione (ROA), comandata
dal generale Vlasov.

Le popolazioni cosacche, aggregatesi agli invasori nazisti,
vennero più volte spostate in Ucraina, in Polonia e nella Russia
Bianca. A queste genti era stato assicurato dai nazisti il ritorno alle
terre di origine in un contesto di larga autonomia o, in subordine, l'assegnazione
di nuovi territori. É questo, in sostanza, il tenore del noto proclama
del 10 novembre 1943 del ministro per i Territori Occupati dell'Est Rosenberg
e del comandante della Wehrmacht Keitel che diede origine al
mito del "Kosakenland in Nord Italien":
"In riconoscimento dei servigi da voi resi sul campo di battaglia,
(…) riteniamo quale nostro dovere promettere a voi, cosacchi del
Don, del Kuban, del Terek e degli altri eserciti, nonché a quei
russi che da lungo tempo hanno vissuto tra di noi e con voi hanno combattuto
contro i sovietici, quanto segue:
1 - Tutti i vostri diritti e privilegi, che già ebbero a godere
i vostri padri fin dai tempi più antichi;
2 - La vostra autonomia, che ha fatto la vostra storica fama;
3 - L’intangibilità del vostro possesso della terra, da voi
acquistata con il lavoro vostro e dei vostri avi.
4 - Qualora gli eventi bellici dovessero rendere temporaneamente impossibile
il ritorno nella terra dei vostri padri, noi faremo risorgere la vostra
vita di cosacchi in altra parte dell'Europa, sotto la protezione del Führer,
ponendo a vostra disposizione la terra e tutto ciò che è
necessario per una vita autonoma."
Il proclama tendeva evidentemente a stabilire un pieno legame tra i cosacchi
e gli occupanti tedeschi, per ottenere una piena identificazione del “problema
cosacco” con il destino dei tedeschi stessi, mediante l’assicurazione
di garantire loro un territorio dove insediarsi. Con l’inizio della
ritirata tedesca, i cosacchi vennero trasferiti prima in Ucraina e poi
nella Russia Bianca; reparti della fanteria cosacca vennero anche impiegati
dai tedeschi nella repressione della rivolta di Varsavia. Nel frattempo,
venne individuato il luogo dove “far risorgere la vita cosacca”: il Friuli. La decisione formale di inviare i cosacchi in Italia venne
presa nel luglio del '44, quando Globocnik firmò col generale cosacco Domanov un accordo che, autorizzando l’insediamento
in Friuli, riservava un duro trattamento alle popolazioni locali, determinandone
in qualche caso l'allontanamento coatto e in altri la coabitazione forzata
con i cosacchi: "I residenti nei villaggi italiani, considerati
politicamente insopportabili, saranno allontanati dalle loro case, delle
quali usufruiranno i cosacchi, in particolare quelli dell'armata del Don.
Nei villaggi destinati ai cosacchi del Kuban, Terek e Stavropol, i residenti
non saranno allontanati dalle loro abitazioni, ma dovranno comunque far
posto alle truppe occupanti..."
Di lì a poco si giunse all'attuazione pratica delle direttive,
con l’autorizzazione al trasferimento di 4.000 caucasici (distinti
burocraticamente in 2.000 “armati” e 2.000 “familiari”)
e 18.000 cosacchi (poi saliti a 22.000: 9.000 “armati”, 6.000
“vecchi”, 4.000 “familiari” e 3.000 “bambini”)
nel Litorale Adriatico. Ebbe così inizio l'Operazione Ataman,
con la preparazione dei vagoni (furono necessari più di 50 treni
merci militari) che avrebbero portato, dopo un viaggio di settimane, i
cosacchi in Italia.
2)
CENNI SULL’ATTIVITÀ DELLA RESISTENZA NEL FRIULI
Già
nei giorni immediatamente successivi all’armistizio dell’8
settembre 1943 si erano costituite le prime formazioni partigiane,
soprattutto nella zona delle Prealpi Giulie e a ridosso del confine con
la Jugoslavia, sul Collio Goriziano. Erano spesso gruppi spontanei, male
armati; le formazioni maggiormente organizzate erano della Brigata
Garibaldi “Friuli” che però, dopo un imponente
rastrellamento tedesco del novembre ’43, abbandonarono la zona delle
Prealpi Giulie per trasferirsi un gruppo nella zona di Cormons (Btg. Mazzini),
l’altro (Btg. Friuli) sulle Prealpi Carniche, nella zona del Monte
Cjaurleç. Fu tra la fine dell’inverno e l’inizio della
primavera che i Battaglioni si rinforzarono, grazie soprattutto all’arrivo
di numerosi giovani che, per sottrarsi ai bandi di arruolamento della
Rsi, salivano in montagna per entrare nelle forze partigiane, organizzate
in una decina di Battaglioni. Nello stesso periodo andavano costituendosi
anche le formazioni della Brigata “Osoppo”
i cui ispiratori erano rappresentanti della DC e del Partito d’Azione,
col sensibile appoggio del clero: un’iniziativa nata con l’intento
di dare vita a una formazione armata contro tedeschi e fascisti, coinvolgendo
quei settori della popolazione che non si riconoscevano nelle formazioni
garibaldine, di ideologia comunista.
Nell’estate del 1944 si ebbe dunque la massima espansione del movimento
partigiano in Friuli: grazie al continuo afflusso di giovani combattenti,
le Brigate poterono trasformarsi in Divisioni. Alla fine dell’estate
si conteranno tre Divisioni: la “Garibaldi - Friuli” (in Carnia
e nelle Prealpi Carniche, con 5 Brigate), la “Garibaldi-Natisone”
(nelle Prealpi Giulie, con 2 Brigate) e la “Osoppo-Friuli”
(nelle Prealpi Giulie, in Carnia e in Val Cellina, con 5 Brigate).
La continua opera di sabotaggio agli impianti tedeschi e l’eliminazione
di decine di presìdi nazifascisti portarono alla liberazione di
svariate zone, con la conseguente costituzione di due “Zone Libere”,
quella del Friuli Orientale e quella della Carnia.
La Zona Libera del Friuli orientale comprendeva una superficie
di 70 Kmq, con circa 20.000 abitanti distribuiti su sei Comuni a nord-est
di Udine; quella della Carnia comprendeva una superficie
di oltre 2.500 Kmq, con circa 90.000 abitanti distribuiti su 38 comuni
(oltre alla Carnia, zone dell’Alto Pordenonese e alcuni comuni della
provincia di Belluno). Quella Carnica fu la più estesa tra le zone
libere che vennero a costituirsi nel nord Italia durante l’occupazione
tedesca e fu quella che maggiormente riuscì a darsi un’organizzazione
democratica: vennero organizzate libere elezioni, costituita una Giunta
di Governo, presi importanti provvedimenti in materia di scuola, giustizia,
riforma tributaria, politica economica.
3)
L'ARRIVO DEI COSACCHI IN FRIULI
Le
truppe cosacche e caucasiche giunsero in Italia, con migliaia di cavalli,
carriaggi e masserizie, attraverso la linea ferroviaria Villach-Tarvisio,
a partire dal 20 luglio 1944, con una serie di arrivi
di convogli che si protrasse in maniera continuativa sino al 10 agosto,
per poi assumere carattere di sporadicità. La principale località
di smistamento fu Stazione per la Carnia, tra i paesi di Venzone ed Amaro,
dove giunsero complessivamente una cinquantina di treni; altri contingenti
fecero scalo alle stazioni di Pontebba e di Gemona.
Da Carnia le truppe si mossero inizialmente in due direzioni: a nord verso
Amaro e a sud verso Osoppo. Prima dell'occupazione dei paesi, per circa
un mese e mezzo, i cosacchi stazionarono dunque nella piana di Amaro,
tra il Tagliamento ed il paese e a Osoppo, attorno alla storica fortezza.
Altri gruppi presero stanza a Gemona occupando, sotto il controllo tedesco,
alcuni edifici pubblici, come le scuole. Nella stessa Gemona venne fissata
inizialmente la sede del comando del generale T. I. Domanov.
Migliaia di persone provate dal lungo, estenuante viaggio, cercarono una
sistemazione provvisoria in diverse località, tentando di provvedere
autonomamente alla soluzione delle necessità più impellenti,
giacché praticamente nulla era stato predisposto per garantire
mezzi di sostentamento e di assistenza adeguati. Fu così che reparti
a cavallo cominciarono a battere le campagne e i centri abitati, razziando
tutto quello che poteva servire a garantire un minimo di sopravvivenza.
Profondo stupore destarono dunque fra i friulani questi nuovi venuti,
come descritto da Mario Pacor: “Si presentavano per lo più
nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando
primitive urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole,
quelli che le avevano. Erano infatti vestiti e armati nei modi più
vari, molti in uniformi grigio-verdi tedesche con appena qualche variante
cosacca, ma armati di moderni fucili e mitra, altri in più pittoresche
quanto assurde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con grandi
colbacchi di pelo in testa, cartucciere intrecciate sul petto, lunghe
bande azzurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali
e pistoloni variamente istoriati.
Ai drappelli militari facevano seguito carovane di carriaggi sui quali
viaggiavano donne, vecchi e bambini, e tra un carro e l’altro o
al loro fianco cavalli, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino
cammelli o dromedari”.
Fu insomma l’aspetto umano, la variegata panoramica offerta dall’aspetto
dei civili cosacchi, più che il lato strettamente militare, a colpire,
come traspare, per esempio, dalla stupita descrizione dei cosacchi fatta
dal parroco di Buia: “Sui carri, tipici carri primitivi, stretti,
sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose, utensili
e pignatte, damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie
da scartocciare, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni
sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età,
con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in
male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio.
Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione,
con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletti… Gli uomini
indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo
dei cosacchi, berretto nero di pelo con la parte superiore rossa, blu,
verde…”.
La qualità e la quantità delle formazioni cosacche giunte
in Italia suscitarono un palese disappunto da parte degli stessi tedeschi,
i quali avevano sperato di poter disporre di reparti militari in assetto
di guerra da impiegarsi immediatamente nelle azioni contro le forze partigiane
e, viceversa, si trovavano di fronte a contingenti nei quali erano predominanti
i civili. In una relazione da Berlino, un alto funzionario nazista scrisse
infatti: "Ci si aspettava brigate e reggimenti cosacchi bene
organizzati, che potessero essere immediatamente impiegati nelle lotte
contro le bande. Non era noto a sufficienza che si trattava di profughi,
i quali erano da diversi mesi in cammino dall'est a piedi e per ferrovia,
con attrezzature, armamento ed abbigliamento di emergenza, e che nelle
carovane si trovavano le famiglie dei cosacchi in armi... Ne risultarono
grandissime difficoltà nell'acquartieramento e nell'approvvigionamento..".
L'arrivo delle formazioni cosacche non costituì, inizialmente,
un fattore pienamente valutato da parte delle forze della resistenza che,
probabilmente, non riuscirono a valutare interamente il carattere antipartigiano
dell'iniziativa. Contro i convogli e le tradotte giunte in Friuli attraverso
la ferrovia non venne praticamente tentato alcun attacco o sabotaggio.
Solo in un secondo momento, di fronte al concretarsi dell'insediamento,
con la stabilizzazione dei centri di raccolta, vennero avviate alcune
azioni di sabotaggio. L’azione più importante avvenne nella
notte tra il 26 e il 27 agosto del 1944 quando i partigiani garibaldini
dei Btg. Matteotti e Stalin sferrarono un attacco contro i cosacchi attestati
nelle scuole di Campagnola di Gemona.
4)
L’ASSALTO ALLE ZONE LIBERE
Alla
fine di settembre la 305° Divisione tedesca, appoggiata da tre reggimenti
cosacchi e da alcuni battaglioni fascisti attaccarono la Zona
Libera del Friuli orientale. Dopo combattimenti protrattisi per
alcune giornate, i partigiani si ritirarono verso il Collio goriziano;
tedeschi e cosacchi, pur vincitori, infierirono contro i civili, ritenendoli
responsabili dell’appoggio dato al movimento partigiano, provvedendo
ad incendiare diversi paesi (il bilancio complessivo sarà di 690
abitazioni e 436 rustici distrutti, 35 civili assassinati, 220 –
tra partigiani e civili – catturati e deportati nei campi di sterminio).
Seconda tappa dell’offensiva nazista fu quella che venne da loro
definita la “settimana della liberazione e riconquista del settore
dei monti S. Simeone e Brancot”.
Vi fu un massiccio e rapido ammassamento (tre la fine di settembre ed
i primi di ottobre) di uomini e mezzi tutt'intorno alla Zona Libera del
Friuli e in particolare tra Amaro e Tolmezzo e sulla testa di ponte di
Braulins.
Nella mattinata del 2 ottobre, il colonnello De Lorenzi, comandante della
M.D.T. (Milizia per la Difesa Territoriale), guidò l’attacco,
condotto da fascisti e nazisti, contro le forze partigiane dei Comuni
di Trasaghis e Bordano. Dopo un intenso cannoneggiamento, le truppe attraversarono
il Tagliamento, vanamente contrastate dalle forze partigiane. Vennero
così occupati i paesi di Braulins prima e di Trasaghis
poi. Dopo diversi scontri protrattisi per tutta la giornata successiva,
nella mattinata del 4 ottobre i nazifascisti tentarono un'azione di aggiramento:
presi tra due fuochi, i partigiani furono costretti a ritirarsi.
I reparti nazifascisti poterono così occupare il paese di Avasinis.
Intanto veniva subito disposto lo sfollamento di Braulins che un testimone
diretto descrisse così: “Il ponte sul Tagliamento era
interrotto ed il fiume in piena. Si videro allora i vecchi, le donne ed
i bambini di Braulins e Trasaghis trascinare, piangendo, sotto la pioggia
incessante, quelle poche masserizie che riuscivano a salvare, quelle poche
bestie che costituivano tutta la loro ricchezza ed affrontare il fiume
minaccioso. Le acque ribaltavano barelle, travolgevano nella loro furia
vacche e maiali, botti di vino e cesti di vestiario. Fu l'esodo più
disastroso che gente abbia mai dovuto compiere sotto la minaccia delle
pistole nemiche".
Nel paese di Avasinis, grazie all’opera di mediazione del locale
parroco, don Zossi, si riuscì ad ottenere una dilazione che poi
servì per scongiurare lo sfollamento di quella località.
Ad Alesso, la più grossa frazione del Comune, le direttive dell’evacuazione
vennero applicate duramente. Giunti infatti i repubblichini ad Alesso
nel primo pomeriggio, venne subito ordinato lo sgombero, così descritto
dal sacerdote del paese, don Noacco: “Un colonnello repubblicano,
De Lorenzi, volle arrogarsi per primo l'onore di intimare, con volto arcigno,
lo sgombero di tutta la popolazione in 24 ore; la sera un comandante teutonico,
radunati alcuni uomini, ripeteva l'amara antifona - perché - aggiungeva
- c'era stato in paese il comando partigiano. Le preghiere e suppliche
delle donne a nulla valsero, discussioni non erano permesse. (..)
Di sgomberare immediatamente tutti gli ufficiali repubblicani ci predicavano.
Ad aumentare il nostro sgomento, alcuni ci dissero che per noi in Germania
c'era pronto un villaggio e che ci tenessimo uniti per il nostro meglio.
Frattanto entrava nel paese un battaglione di cosacchi ed i tedeschi e
i repubblicani se ne andarono”.
Il maggiore responsabile nazista nella provincia di Udine, l’SS-und
Polizei Kommandeur Jacob Ludolf von Alvensleben, assieme al comandante
dei cosacchi in Friuli, il generale T. I. Domanov, compì un sopralluogo
nel comune di Trasaghis il 5 ottobre. Oltrepassato il Tagliamento al ponte
di Braulins, ispezionarono i paesi, spingendosi sino sulla piazza di Alesso,
dove vennero accolti dai responsabili della M.D.T. (e in primo luogo dal
colonnello De Lorenzi) che avevano diretto l’offensiva e disposto
lo sfollamento della popolazione civile, per sanzionare l’ufficiale
consegna del territorio occupato ai cosacchi. Dopo due giornate di inutili
preghiere, lo sfollamento venne reso operativo dall’8 ottobre. Fu
così che (è ancora don Noacco a raccontare) “sotto
una pioggia torrenziale parte della popolazione si diresse per Somplago,
la massa al di là del Tagliamento, che per disgrazia era in piena
e il passaggio appena possibile a piedi per il ponte interrotto, trovando
ospitalità a Gemona, Osoppo, Buia, Majano, Comerzo, Villanova di
S. Daniele, Flaibano, Ruscletto, Tomba di Mereto, Pantianicco, Grions
del Torre, Orsaria, Artegna, Montenars…. Rimasero in paese solo
alcuni ammalati, impotenti a muoversi e qualche vecchietto non sazio ancora
di tenere duro. (…) I vecchietti rimasti furono poi dai
cosacchi catturati, rinchiusi in prigione e, spogliati di tutto, cacciati".
Dopo la "settimana per la liberazione dei settori monte Brancot e
San Simeone", che portò alla sostanziale eliminazione del
movimento partigiano nella Valle del Lago e alla conseguente occupazione
cosacca, le forze nazifasciste, dall’8 ottobre, diedero attuazione
piena alla progettata "Operazione Waldlaüfer"
che, in poche settimane, diede agli hitleriani il pieno possesso della
Carnia. Furono 25 i civili uccisi nella sola avanzata verso la Carnia:
tra questi, un sacerdote, il curato di Imponzo don Giuseppe Treppo, assassinato
mentre tentava di difendere alcune donne dalle insidie dei cosacchi occupanti.
Dall’8 al 13 ottobre vennero dunque occupate le valli dei fiumi
But, Chiarsò e Degano e quindi la Val Tagliamento; successivamente
venne portato l’attacco contro la Val Cellina e, infine, contro
la zona delle Prealpi Carniche, attorno al Monte Rossa, dove si erano
concentrati gli ultimi reparti partigiani combattenti.
All'inizio di dicembre erano stati sostanzialmente raggiunti i traguardi
che i responsabili nazisti del Litorale Adriatico si erano posti, vale
a dire l'eliminazione del pericolo rappresentato dall'organizzazione partigiana,
la garanzia dell'assicurata sorveglianza delle principali vie di comunicazione,
il controllo sostanziale della regione garantito dalla presenza delle
unità collaborazioniste cosacco-caucasiche.
5) SETTE MESI DI KOSAKENLAND
Nei
paesi occupati dai cosacchi, gli abitanti furono presto obbligati a cedere
metà delle stanze di ogni abitazione. I rapporti tra i carnici
e gli occupanti furono inizialmente difficili, giacché si dovette
dare in tempi brevi risposta alle necessità dei nuovi arrivati:
alloggiamento, approvvigionamento di derrate alimentari, ricovero e mantenimento
del bestiame e degli animali giunto al seguito dei cosacchi.., il tutto
aggravato da un atteggiamento di tracotanza assunto dagli occupanti.
Così descrisse l’insediamento Michele Gortani: “I
nuovi venuti penetravano da padroni in tutte le case, secondo il loro
capriccio, e di solito preferendo quelle abitate a quelle disposte esclusivamente
per loro. Trattavano gli abitanti come soggetti al loro servizio. Usavano
spesso di sedersi a tavola all’ora del pasto e appropriarsi il poco
che le famiglie avevano preparato per sé. Rovistavano a piacere
per ogni dove, rubando qualunque cosa li talentasse, dagli oggetti di
valore alle vesti, dalle lenzuola e coperte ai viveri di ogni specie,
dagli animali da cortile alle masserizie. Mostravano una predilezione
particolare per le pecore, delle quali non una venne risparmiata. Per
i loro cavalli innumerevoli, non contenti di lanciarli al pascolo giorno
e notte negli orti e nei campi, saccheggiavano sistematicamente le provviste
di fieno che le nostre donne avevano con aspre fatiche trasportate dalla
montagna fino in paese, per l’alimentazione del bestiame durante
l’inverno”.
Successivamente poté subentrare un periodo di relativo assestamento,
cosicché la convivenza forzata tra occupanti e popolazione carnica
poté instaurarsi lungo criteri di maggiore vivibilità e
reciproca comprensione. Il problema più rilevante fu comunque quello
dell’approvigionamento, come testimoniato anche dal diario del parroco
di Invillino, in Carnia: “Eran arrivati come zingari con una
lunga teoria di carri traballanti trascinati da cavalli ridotti all’osso
e con unamandria di vacche altrettanto magre ed affamate. La preoccupazione
della sopravvivenza degli animali li costrinse alla ricerca affannosa
di fieno. Durante tutte le stagioni, anche d’inverno, le magre vaccherelle
gironzolavano per la campagna mentre i padroni, ogni volta che se ne presentasse
l’occasione, tentarono di appropriarsi del prezioso alimento ovunque
lo trovassero. Alla popolazione venne imposta ripetute volte la ingiunzione
di versare contribuzioni di fieno per parecchie centinaia di quintali…”.

Nel territorio occupato vennero create 44 stanitse (presidi a
costituzione mista civile e militare). Il quadro generale risulta abbastanza
complesso e frammentario, e questo per la diversa matrice etnica e culturale
degli occupanti. I cosacchi erano divisi in più eserciti, indicati
col nome del fiume che attraversava le terre di origine (cosacchi del
Don, del Terek, dell' Ural, del Kuban...); vi erano poi un nutrito gruppo
caucasico e sparute minoranze georgiane, armene, turchestane e di altre
origini ancora. Il territorio dell’Alto Friuli e della Carnia
venne diviso sostanzialmente a metà: la parte settentrionale
(con sede di comando a Paluzza e giurisdizione sulle Valli del But, del
Chiarsò, del Degano, sulla Val Pesarina e la Val Calda) ai caucasici
(la Divisione Caucasica era comandata dal generale Klitsch)
e quella meridionale (con sede di comando a Tolmezzo e giurisdizione sulla
Carnia meridionale e le vallate delle Prealpi) ai cosacchi (la Divisione Cosacca era comandata dal generale Domanov); un contingente
georgiano, assegnato di rinforzo, si insediò nel mese di febbraio
nel paese di Comeglians.
I reparti militari cosacchi erano organizzati su quattro Reggimenti,
di sede rispettivamente a Clauzetto, Tarcento, Enemonzo e Ampezzo; un
quinto Reggimento, di riserva, era stanziato a Osoppo.
Vennero costituite anche la Riserva di Cavalleria Cosacca, composta da
3000 uomini comandati dal generale Shuro (e inizialmente stanziati a Povoletto),
una Scuola di Guerra a Tolmezzo, comandata dal generale
Borodin e una Scuola di Cadetti a Villa Santina, comandata
dal generale Salamakin.

Nelle zone occupate dai caucasici, Paluzza diventò
sede del Comando caucasico e del tribunale popolare, a Treppo si istituì
un ospedale con 35 posti-letto, con un reparto di chirurgia,
uno di medicina e uno di malattie infettive; a Cercivento venne istituito
un ricovero per invalidi di guerra; Sutrio diventò sede di una scuola caucasica in Casa Del Moro, così come Paluzza.
Ligosullo ospitò un teatro, mentre a Sutrio venne
istituita un’orchestra ed una scuola di ballo. A Paluzza, inoltre,
venne allestita una tipografia dove si stampava un giornale
in caratteri cirillici, in uscita due volte alla settimana, Severokavkazec,
che fungeva da organo di stampa dei nord caucasici stanziati nell’Alta
Carnia (per i cosacchi, stanziati nei comuni più a sud, usciva
il bisettimanale Kazac'ja Zemlja, Terra cosacca). Nella valle del Tagliamento,
a Villa Santina, trovò sede la Scuola Allievi Ufficiali.
Gli occupanti giunsero perfino a mutare il nome originario dei
paesi: Alesso divenne Novocerkassk, Cavazzo Carnico
Jekaterinodar (o Krasnodar) Trasaghis Novorossisk.
Una relazione nazista del novembre '44 attesta l'avvenuta occupazione,
con brani di involontaria (o tragica?) ironia: "Entro i primi
di novembre l'intero territorio fu ripulito dalle bande e la popolazione
parzialmente evacuata. Alcune località furono prese in consegna
da Stanize cosacche e trasformate in breve in lindi villaggi cosacchi.
Negli altri villaggi gli italiani possono rimanere ed ai cosacchi devono
cedere solo parti compatte dei loro villaggi..."
E lo stesso comandante delle SS e della Polizia per la Provincia del Friuli,
von Alvensleben, ribadiva il concetto all’Arcivescovo di Udine che
gli si era rivolto preoccupato per le drammatiche conseguenze dell’occupazione
cosacca: “La chiamata dei cosacchi e dei caucasici nel territorio
del Friuli è stata resa necessaria per distruggere l’ognora
crescente unità dei banditi. É chiaramente dimostrato che
l’attività dei banditi là, dove nelle ultime settimane
furono inviati i cosacchi ed i caucasici, fu realmente repressa…”.
Le testimonianze sono generalmente concordi nell'indicare una prima fase
caratterizzata da prepotenze, ruberie e occupazioni forzose
ed una successiva segnata da una maggiore attenzione e cura, orientata
verso lo stabilizzarsi ed il consolidarsi della convinzione che la permanenza
in Friuli per i cosacchi potesse durare a lungo e fosse quindi necessario
apprestare strutture maggiormente stabili. Dappertutto furono instaurate
regole molto severe per quanto riguardava la circolazione
delle persone: stabilite proibizioni precise nelle ore di coprifuoco,
venne richiesto un lasciapassare per gli spostamenti fra i paesi e, soprattutto,
dai paesi alle località di pascolo. I lasciapassare, rilasciati
dai comandi, erano redatti in italiano, tedesco e russo, recavano il nome
del titolare e dei suoi familiari e l'indicazione della località
che era consentito raggiungere dalla residenza abituale.
Il proposito dello stanziamento duraturo viene chiarito dall'avvio, da
parte dei cosacchi, di lavori agricoli nelle campagne
dei paesi sfollati. Alcune testimonianze riferiscono di una sorta di divisione
organizzata dei terreni, con l'assegnazione di fondi individuali alle
diverse famiglie. Profonda curiosità destarono naturalmente gli
aspetti legati alla diversa religiosità, a partire
dalle funzioni in chiesa, allo svolgimento dei funerali (spesso con la
deposizione e l’offerta di viveri sulle sepolture) o nello svolgimento
di processioni epifaniche con abluzioni rituali nei laghi e nei corsi
d’acqua. Per lo svolgimento delle loro funzioni religiose, i cosacchi,
in qualche caso, giunsero ad occupare le stesse chiese cattoliche; più
frequentemente requisirono un capace edificio pubblico (soprattutto scuole)
per adattarlo a luogo d’assemblea religiosa.
In numerosi paesi si venne a stabilire dunque una sorta di convivenza
forzata che, in qualche caso, diede luogo anche a episodi di
fraternizzazione tra occupanti ed occupati. Durante l'inverno le forze
lavorative locali, bloccate le tradizionali attività, dovettero
necessariamente aderire alle offerte di lavoro degli occupanti nazisti.
L'organizzazione Todt, i cui aderenti indossavano una
divisa color cachi, e quella parallela Enzian (i cui aderenti indossavano
una divisa grigioverde con una fascia di riconoscimento al braccio) aprirono
cantieri in diverse località, soprattutto per il miglioramento
della viabilità, la costruzione di gallerie e rifugi antiaerei,
l'allestimento di linee di fortificazione. Tutti gli uomini validi (compresi
diversi partigiani che, dopo i rastrellamenti, avevano temporaneamente
abbandonato la macchia) vennero reclutati, in una serie di cantieri allestiti
nei diversi paesi.
Va ricordato infine che il paese di Verzegnis si trovò
ad ospitare la residenza del capo supremo delle forze cosacche, l'atamano
Piotr Nikolaevic Krassnov, giunto in Carnia assieme alla
moglie Lidia Fedeorovna nel mese di febbraio 1945. Il piccolo paese carnico
diventò, in quei mesi, un punto di riferimento per la nobiltà
cosacca, come ricostruito dal Carnier: “Principesse e dame,
provenendo da Tolmezzo, Osoppo e da varie zone di insediamento, raggiungevano
il quartier generale per porgere un saluto all’atamano e alla consorte.
Krassnoff, tralasciando momentaneamente i suoi problemi, sapeva assum,ere
un contegno cavalleresco, compiacendosi di quelle visite ch’egli
accoglieva con rigorosa etichetta poiché riteneva che fosse suo
compito ridare auge al mondo aristocratico russo vissuto per troppo tempo
in esilio. Al quartier generale di Krassnoff si godeva, benché
si fosse in tempo di dura guerra, di un lusso imperiale: una nostalgia
che il nazionalsocialismo tollerava per i suoi fini politici e propagandistici”.
6)
LA FINE DELL’AVVENTURA COSACCA
Negli
ultimi giorni di aprile, a Campoformido, vicino a Udine, l’atamano
Krassnov ebbe un incontro col generale Vlasov, il comandante della ROA,
l’Armata Russa di Liberazione. Constatato l’esito sfavorevole
della guerra, venne concordemente deciso che i cosacchi stanziati in Friuli
avrebbero dovuto ritirarsi in Austria dove, presumibilmente, si sarebbe
tentato di organizzare una resistenza.
Tra la fine di aprile ed i primi di maggio si assistette dunque al ritiro
delle formazioni cosacche e naziste dalla Carnia e dall’Alto Friuli.
Un grave episodio che caratterizzò i giorni della ritirata avvenne
ad Avasinis, una piccola frazione del Comune di Trasaghis
dove, il 2 maggio 1945, a guerra praticamente conclusa, venne compiuta
dai nazisti, per motivazioni mai completamente chiarite, una strage tra
la popolazione civile. Tale eccidio fu opera di una compagnia di circa
250 Waffen SS appartenenti probabilmente alla Karstjäger
Brigade (una formazione composita della quale facevano parte anche
istriani, altoatesini e friulani). Nel pomeriggio del primo maggio, dunque,
un nucleo SS si suddivise, attestandosi parte sul "Montisel"
sopra Trasaghis e parte tentando un aggiramento attraverso le montagne
sopra Avasinis. La notte trascorse tranquilla. Al mattino del giorno seguente,
forse dopo alcune raffiche di mitragliatore sparate dai partigiani, appostati
sul ciglione sovrastante il cimitero contro le SS che avanzavano, i nazisti
sferrarono un attacco convergente contro Avasinis: penetrarono nel paese
da tre direzioni concentriche e, sbaragliate in breve le difese partigiane,
diedero atto ad una strage feroce che colpì indistintamente uomini,
donne, anziani, bambini: 51 le vittime complessive di quel massacro.
La strage venne interrotta dall'intervento di un ufficiale tedesco, si
dice un maggiore che montava un cavallo bianco, verso il mezzogiorno del
due maggio. Da quel momento i nazisti, dopo aver anche iniziato a trasportare
alcuni cadaveri in un canale poco distante dal paese, si apprestarono
a pernottare, dopo aver catturato e imprigionato tutte le altre persone
trovate ancora in giro. Al mattino del giorno successivo la squadra di
SS abbandonò il paese: parte proseguì compatta, diversi
militari cercarono di disperdersi autonomamente, spesso dopo aver indossato
abiti civili (non è chiaro se si sia trattato di "diserzioni"
o, più probabilmente, di un "rompete le righe" al quale
aderirono i militari di origine non germanica, una volta appresa la notizia
della capitolazione dell’esercito tedesco in Italia).
La gente di Avasinis poté uscire dai rifugi e dalle stanze ove
era stata imprigionata, ridiscendere dalla montagna e iniziare la pietosa
opera di recupero delle 51 vittime, indirizzare verso gli ospedali gli
11 feriti.
Mentre ad Avasinis aveva luogo l’eccidio, nelle stesse ore, ad Ovaro,
in Carnia, i cosacchi in ritirata, dopo un attacco partigiano, accerchiarono
il paese e uccisero diversi partigiani, 8 georgiani che si erano uniti
alle forze della Resistenza e oltre 22 civili, fra i quali il parroco
don Cortiula. I fatti ebbero una drammatica successione: dopo che contro
un comandante partigiano, venuto a trattare la resa, era stata lanciata
una bomba a mano, i partigiani assalirono e fecero saltare in aria la
caserma del presidio caucasico, causando parecchie vittime. Inferociti,
allora, i caucasici si lanciarono indiscriminatamente contro i civili,
uccidendo quanti incontravano sulla loro strada, saccheggiando, incendiando
case. Alcuni georgiani, unitisi ai partigiani, vennero individuati ed
uccisi; i loro corpi vennero poi disposti in maniera rituale sulla piazza
del paese.
All'eccidio di Avasinis fece invece seguito una dura vendetta che sfociò
nell'uccisione sia di sbandati dell'esercito nazista sia di cosacchi che
non erano riusciti a ritirarsi ed erano stati presi prigionieri dai partigiani.
Nelle ore immediatamente successive alla strage vennero infatti organizzate
delle spedizioni e delle battute tese a raggiungere e catturare gli autori
del massacro di Avasinis: vennero intercettati diversi nazifascisti ritenuti
responsabili della strage, i quali vennero prelevati e ricondotti ad Avasinis.
Ad Avasinis i prigionieri vennero portati sulle piazze, sottoposti a processi
sommari e quindi uccisi dalla rabbia popolare, direttamente sulle piazze
o in luoghi appartati.
I cosacchi arresisi ad Avasinis e nei paesi circostanti alle formazioni
partigiane erano stati portati in montagna alla fine di aprile e custoditi
in alcune basi partigiane. Il numero complessivo dei cosacchi catturati
si fa ammontare a oltre un centinaio. Questi, nella maggior parte, dopo
essere stati portati in basi partigiane maggiormente arretrate al momento
dell'arrivo in paese della squadra SS autrice del massacro, vennero fucilati
dai partigiani nei giorni immediatamente successivi alla strage del 2
maggio, in una serie di azioni, probabilmente nemmeno coordinate tra loro,
dettate da un atteggiamento di istintiva emotività in reazione
all'eccidio.
La maggior parte dei cosacchi, dispersi lungo tutte le vallate carniche,
senza alcuna ratificazione di resa, iniziarono invece la ritirata verso
la Carinzia: fra la fine di aprile ed i primi di maggio vennero organizzate
delle lunghe colonne di fuggiaschi in direzione dell'Austria. I principali
itinerari della ritirata furono quelli lungo la Val Tagliamento e lungo
la Valle del But: entrambe le colonne confluirono nel paese di Paluzza
da dove raggiunsero il passo di Monte Croce Carnico per
poi scendere verso la vallata austriaca della Drava.
Dopo il difficile superamento del passo di Monte Croce (l’ultimo
transito è segnalato il 5 maggio 1945), i cosacchi furono concentrati
nella cittadina di Peggetz, nei pressi di Lienz, ove, per circa un mese,
venne allestito un campo di raccolta, sotto il controllo degli inglesi.
Vennero loro requisiti cavalli e armi e, generalmente, tenuti in condizioni
di isolamento.
Gli accordi tra le grandi potenze prevedevano la riconsegna all'Unione
Sovietica di tutte quelle formazioni e quelle popolazioni che
si erano schierati a fianco del nazismo: ciò fu fatto senza tener
conto di situazioni personali o di giustificazioni storiche collettive.
In un primo tempo gli inglesi fecero arrestare i principali ufficiali
cosacchi, poi, il primo giugno, venne dato l'annuncio ufficiale dell'imminente
riconsegna di tutti i cosacchi all'Unione Sovietica, con il rimpatrio
forzato. La notizia, sostanzialmente inattesa, fu accolta con scene di
panico e disperazione; parecchi tentarono la fuga, trovando a decine la
morte nelle acque della Drava.
La maggior parte dei cosacchi venne deportata nei campi di concentramento
sovietici in Siberia e condannata a lunghi anni di detenzione. I principali
responsabili del movimento cosacco, tra i quali l’atamano Krassnov
e il generale Domanov, vennero processati e giustiziati
a Mosca nel 1947.
I cosacchi che riuscirono a evitare il trasferimento in Unione Sovietica
cercarono di trovare rifugio lontano dalla terra d'origine (consistenti
gruppi cosacchi si ricostituirono, per esempio, in Germania, in Francia,
in Israele, negli Stati Uniti, nel Canada, nel Sud America, in Australia).
7)
SESSANT’ANNI DOPO…
La
dispersione e la prigionia in Siberia non sono riuscite a cancellare il
senso di identità e di appartenenza del popolo cosacco che si è
mantenuto sino a poter riemergere in forma non più clandestina
dopo il crollo dell’URSS. Con la “perestroijka”
di Gorbaciov c’è stata infatti una prima liberalizzazione,
che ha consentito a diverse comunità cosacche di ricostituirsi
in krug (circoli associativi), di riprendere l’elezione
dei rispettivi atamani; qualche anno più tardi, con la presidenza
Eltsin, i cosacchi sono stati pressoché completamente riabilitati
e sono anche state loro restituite, in gran parte, le terre. Boris Eltsin
ha infatti promulgato, nel 1992, un decreto che includeva i cosacchi nell’elenco
di quelle popolazioni che avevano subito un’evidente oppressione
ed assegnava conseguentemente un compenso per le sofferenze subite in
epoca sovietica.
Con l’inizio della prima guerra cecena, ha avuto modo di risvegliarsi
lo spirito militaresco dei cosacchi: quelli del Terek hanno infatti chiesto
di essere impiegati per la repressione della guerriglia. Il Presidente
Elsin ha rifiutato, ma da parte cosacca si è continuato a riprendere,
e in qualche caso a ostentare, queste caratteristiche paramilitari, sino
ad ottenere l’assenso a ricostituire unità militari attraverso
uno specifico riconoscimento della ripresa del concetto di autonomia cosacca.
Il Presidente Putin, recentemente, ha infatti anche ricostituito la Guardia
Nazionale cosacca.
Quanto al Friuli, il ricordo dell'occupazione rimane nella memoria degli
anziani e si concreta attraverso alcune sparute testimonianze materiali
(icone, armi, oggetti di vita quotidiana…) sopravvissute al tempo
e ai danni del terremoto del 1976.
Se, sul piano umano, individuale, non sono stati rari gli episodi di amicizia
avviati tra friulani e cosacchi, storicamente il peso dell'invasione ha
rappresentato un peso che solo faticosamente è stato superato.
Una diffusa corrente storiografica, supportata da testimonianze orali
e scritte riferite a quel periodo, tende ad accentuare, più che
il peso dell’occupazione, una sorta di sentimento generalizzato
di pietà, da parte della gente friulana, nei confronti delle popolazioni
cosacche, viste come vittime più che oppressori. Andando però
alle radici di questo sentimento, possono essere condivise le parole dello
storico Flavio Fabbroni, secondo il quale le motivazioni di quel senso
di pietà popolare nei confronti dell’esperienza cosacca,
“lungi dal significare adesione ad una ideologia, simpatia verso
collaborazionisti in quanto tali, rivela invece la profonda umanità,
l’esaltazione dei diritti della vita contro la morte e contro la
guerra, che le masse popolari spesso sanno esprimere anche in condizioni
eccezionalmente avverse” quali sono state, appunto, quelle
dell’occupazione cosacca in Friuli.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE
·
P.A. Carnier, L'armata cosacca in Italia 1944-1945, Mursia, 1990
· M. Di Ronco, L’occupazione cosacco-caucasica della Carnia (1944-1945),
Tolmezzo, 1988
· F. Fabbroni, L'occupazione cosacca della Carnia e dell'Alto Friuli, “Storia
Contemporanea in Friuli”, 15 (1984)
·
M. Gortani, Il martirio
della Carnia, Leonardo, 2000
·
M. Pacor, Le orde
cosacche invadono il Friuli, “Storia Illustrata”
n. 208, marzo 1975
·
B. Rocca, Un avvenimento
poco conosciuto del 2° conflitto mondiale. L’impiego dei cosacchi
in Italia, “Rivista Militare” n. 5, 1988
·
P. Stefanutti, Novocerkassk
e dintorni. L'occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 -
aprile 1945), IFSML, Udine, 1995
· P. Stefanutti, S. Di Giusto, D.Tomat, Memorie di un esodo. I giorni dello
sfollamento dell’ottobre 1944 e dell’occupazione cosacca nel
Comune di Trasaghis, Comune di Trasaghis, 2003.
* Pieri Stefanutti ha pubblicato
vari libri sulle vicende della prima e della seconda guerra mondiale nel
territorio dell’Alto Friuli e, in particolare, Novocerkassk
e dintorni, IFSML, 1995, espressamente dedicato all’occupazione
cosacca.
Il saggio qui riprodotto
è stato pubblicato, con lievi adattamenti, sul n. 29 del marzo
2005 della rivista "Millenovecento" col titolo "I
cosacchi sotto le Alpi". |