Pieri Stefanutti *

1944-45: l’occupazione cosacco-caucasica della Carnia e dell’Alto Friuli


Quando Hitler consegnò il Friuli ai cosacchi

Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del 1945 decine di migliaia di cosacchi e di caucasici, trasportati dalla Russia e dall’Europa orientale nell’Alto Friuli e nella Carnia, vennero a presidiare i paesi friulani, spesso dopo aver costretto ad uno sfollamento forzato le popolazioni locali. Erano stati mandati dai nazisti nel “Kosakenland in Nord Italien”, la terra che era stata loro, se non promessa, quantomeno affidata, in cambio di un’azione di repressione antipartigiana. Per sette mesi i cosacchi cercarono di ricostituire nell’Alto Friuli i loro villaggi, le “stanitse”, riproponendo costumi, tradizioni, religione delle lontane regioni russe.
Alla fine della guerra, i friulani cercheranno faticosamente di porre rimedio al dramma di una lunga occupazione; i cosacchi, invece, andranno incontro a un doloroso destino, dalla Drava alla Siberia.

1) LE MOTIVAZIONI DI UN SINGOLARE STANZIAMENTO

“Litorale Adriatico”, così lo avevano definito, riprendendo un vecchio mito asburgico, i nazisti che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, avevano occupato il Friuli, Trieste e l’Istria, istituendovi l’OZAK (Operationszonen Adriatisches Küstenland, Zona di Operazioni del Litorale Adriatico) una sorta di protettorato, retto dal gauleiter Friedrich Rainer. Come in altre zone occupate (un’esperienza analoga si era avuta nel Trentino-Alto Adige con l’Alpenvorland), il presidio dei principali centri abitati e la difesa degli obiettivi di carattere militare era stata affidata alla Wehrmacht, mentre l’opera di repressione contro atti di sabotaggio era demandata alle SS (il capo della Polizia a Trieste era Odilo Globocnick, che aveva già avuto esperienze “significative” nel protettorato nazista istituito in Polonia). Nel Litorale Adriatico, per mesi, venne dunque attuata ogni forma di azione punitiva per reprimere la diffusione del movimento della Resistenza che pure, nonostante ciò, trovò modo di consolidarsi e di ottenere anche significative affermazioni, come la costituzione, nell’estate del ’44, di due Zone Libere, quella del Friuli Orientale e quella della Carnia.
Contro questa minaccia, per riprendere quindi il controllo sul territorio e garantirsi la sicurezza di transito sulle principali vie di comunicazione, le autorità militari naziste determinarono di attuare una vasta azione di rastrellamento per debellare il movimento partigiano, affidando successivamente a unità collaborazioniste il compito di occupare stabilmente i centri abitati e mantenervi un saldo presidio. A questa incombenza vennero designati i cosacchi e i caucasici, popolazioni sradicate, a causa della guerra, dalla loro terra di origine e trasportate in Friuli al servizio del progetto nazista.


Ma chi erano i cosacchi e come era accaduto che essi avessero aderito alle ideologie naziste?
Per trovare delle risposte adeguate alle scelte adottate dai cosacchi negli anni della seconda guerra mondiale, bisogna risalire piuttosto indietro nel tempo, all’epoca della costituzione in comunità organizzate di queste popolazioni, alla nascita di un comune sentire incentrato sui concetti di specificità e di autonomia. Dal XV al XVII secolo in Russia, sotto gli Zar, vigeva infatti la dura condizione dei servi della gleba, per sfuggire alla quale alcuni coraggiosi, amanti della libertà, cercarono di allontanarsi, lungo i fiumi e le pianure sconfinate, sino alla periferia dell’impero, dove non arrivava il potere feudale né quello centrale a imporre le regole. “Kazak” o “Cosacco”, è un termine che deriva dal turco e significa “uomo libero, errante”: così vennero quindi definiti quegli uomini forti andati alla ricerca di nuove terre, dove insediarono le loro stanitse, villaggi che costituivano contemporaneamente un’organizzazione economica, di autogoverno e militare, rette da un capo espressamente nominato, l’Ataman, per difendersi dalla ferrea autorità del potere centrale e dalle scorrerie dei popoli d’oltre Caucaso.
Quando il potere zarista comprese che gli insediamenti cosacchi alla periferia dell’impero potevano costituire un avamposto contro gli attacchi esterni, le scorrerie dei popoli tartari e turchi, venne loro assegnata una funzione di privilegio, delegandoli però alla difesa dei confini. I cosacchi, fuggiti dalle imposizioni dello stato russo, vennero così integrati in quello stesso stato e, col tempo, diventarono una sorta di fedelissimo braccio armato del potere, sino a costituirsi in corpo specializzato da utilizzare nelle campagne belliche (nel 1812 furono tra i principali artefici dell’esito disastroso della campagna napoleonica in Russia) ed anche uno strumento di repressione verso le frequenti rivolte contadine.
Abbattuto il potere zarista con la Rivoluzione del 1917, spazzata via la servitù della gleba, fuggita la nobiltà ed arrivati al potere i bolscevichi, i cosacchi vennero puniti per il loro ruolo di servitori dello Zar e combattenti con le Armate Bianche. Un decreto del 1923 proibiva espressamente l’uso del termine “cosacco”; contemporaneamente veniva radicalmente mutata la toponomastica dei territori abitati dai cosacchi, abolendo i termini specifici che li potessero richiamare.
Con la salita al potere di Stalin prese avvio un percorso di repressioni, deportazioni in Siberia, esproprio e collettivizzazione delle terre, con eliminazioni fisiche dei principali responsabili del popolo cosacco, al fine di annullarne il concetto di nazionalità.
Con l'invasione e l'occupazione dell'URSS da parte delle truppe naziste (1941-1943), diverse popolazioni della Russia meridionale trovarono apparentemente accolte le proprie rivendicazioni autonomistiche. Facendo quindi leva sul sentimento antibolscevico di queste popolazioni, i nazisti riuscirono così a trovare dei nuovi alleati. Furono infatti attorno al milione i russi inquadrati nell'apparato militare tedesco: migliaia di esuli zaristi fuggiti all'epoca della rivoluzione bolscevica, centinaia di migliaia di prigionieri di guerra (spinti, più che da ragioni ideali, dal contingente desiderio di uscire dai lager), i componenti di comunità e gruppi etnici (quali appunto i cosacchi) ostili al bolscevismo che avevano seguito, anche fisicamente, le sorti delle armate tedesche. Tra gli esempi più noti, la costituzione di due divisioni cosacche inquadrate direttamente agli ordini del generale tedesco von Pannwitz e l’Armata Russa di Liberazione (ROA), comandata dal generale Vlasov.



Le popolazioni cosacche, aggregatesi agli invasori nazisti, vennero più volte spostate in Ucraina, in Polonia e nella Russia Bianca. A queste genti era stato assicurato dai nazisti il ritorno alle terre di origine in un contesto di larga autonomia o, in subordine, l'assegnazione di nuovi territori. É questo, in sostanza, il tenore del noto proclama del 10 novembre 1943 del ministro per i Territori Occupati dell'Est Rosenberg e del comandante della Wehrmacht Keitel che diede origine al mito del "Kosakenland in Nord Italien": "In riconoscimento dei servigi da voi resi sul campo di battaglia, (…) riteniamo quale nostro dovere promettere a voi, cosacchi del Don, del Kuban, del Terek e degli altri eserciti, nonché a quei russi che da lungo tempo hanno vissuto tra di noi e con voi hanno combattuto contro i sovietici, quanto segue:
1 - Tutti i vostri diritti e privilegi, che già ebbero a godere i vostri padri fin dai tempi più antichi;
2 - La vostra autonomia, che ha fatto la vostra storica fama;
3 - L’intangibilità del vostro possesso della terra, da voi acquistata con il lavoro vostro e dei vostri avi.
4 - Qualora gli eventi bellici dovessero rendere temporaneamente impossibile il ritorno nella terra dei vostri padri, noi faremo risorgere la vostra vita di cosacchi in altra parte dell'Europa, sotto la protezione del Führer, ponendo a vostra disposizione la terra e tutto ciò che è necessario per una vita autonoma
."

Il proclama tendeva evidentemente a stabilire un pieno legame tra i cosacchi e gli occupanti tedeschi, per ottenere una piena identificazione del “problema cosacco” con il destino dei tedeschi stessi, mediante l’assicurazione di garantire loro un territorio dove insediarsi. Con l’inizio della ritirata tedesca, i cosacchi vennero trasferiti prima in Ucraina e poi nella Russia Bianca; reparti della fanteria cosacca vennero anche impiegati dai tedeschi nella repressione della rivolta di Varsavia. Nel frattempo, venne individuato il luogo dove “far risorgere la vita cosacca”: il Friuli. La decisione formale di inviare i cosacchi in Italia venne presa nel luglio del '44, quando Globocnik firmò col generale cosacco Domanov un accordo che, autorizzando l’insediamento in Friuli, riservava un duro trattamento alle popolazioni locali, determinandone in qualche caso l'allontanamento coatto e in altri la coabitazione forzata con i cosacchi: "I residenti nei villaggi italiani, considerati politicamente insopportabili, saranno allontanati dalle loro case, delle quali usufruiranno i cosacchi, in particolare quelli dell'armata del Don. Nei villaggi destinati ai cosacchi del Kuban, Terek e Stavropol, i residenti non saranno allontanati dalle loro abitazioni, ma dovranno comunque far posto alle truppe occupanti..."
Di lì a poco si giunse all'attuazione pratica delle direttive, con l’autorizzazione al trasferimento di 4.000 caucasici (distinti burocraticamente in 2.000 “armati” e 2.000 “familiari”) e 18.000 cosacchi (poi saliti a 22.000: 9.000 “armati”, 6.000 “vecchi”, 4.000 “familiari” e 3.000 “bambini”) nel Litorale Adriatico. Ebbe così inizio l'Operazione Ataman, con la preparazione dei vagoni (furono necessari più di 50 treni merci militari) che avrebbero portato, dopo un viaggio di settimane, i cosacchi in Italia.

2) CENNI SULL’ATTIVITÀ DELLA RESISTENZA NEL FRIULI

Già nei giorni immediatamente successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 si erano costituite le prime formazioni partigiane, soprattutto nella zona delle Prealpi Giulie e a ridosso del confine con la Jugoslavia, sul Collio Goriziano. Erano spesso gruppi spontanei, male armati; le formazioni maggiormente organizzate erano della Brigata Garibaldi “Friuli” che però, dopo un imponente rastrellamento tedesco del novembre ’43, abbandonarono la zona delle Prealpi Giulie per trasferirsi un gruppo nella zona di Cormons (Btg. Mazzini), l’altro (Btg. Friuli) sulle Prealpi Carniche, nella zona del Monte Cjaurleç. Fu tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera che i Battaglioni si rinforzarono, grazie soprattutto all’arrivo di numerosi giovani che, per sottrarsi ai bandi di arruolamento della Rsi, salivano in montagna per entrare nelle forze partigiane, organizzate in una decina di Battaglioni. Nello stesso periodo andavano costituendosi anche le formazioni della Brigata “Osoppo” i cui ispiratori erano rappresentanti della DC e del Partito d’Azione, col sensibile appoggio del clero: un’iniziativa nata con l’intento di dare vita a una formazione armata contro tedeschi e fascisti, coinvolgendo quei settori della popolazione che non si riconoscevano nelle formazioni garibaldine, di ideologia comunista.
Nell’estate del 1944 si ebbe dunque la massima espansione del movimento partigiano in Friuli: grazie al continuo afflusso di giovani combattenti, le Brigate poterono trasformarsi in Divisioni. Alla fine dell’estate si conteranno tre Divisioni: la “Garibaldi - Friuli” (in Carnia e nelle Prealpi Carniche, con 5 Brigate), la “Garibaldi-Natisone” (nelle Prealpi Giulie, con 2 Brigate) e la “Osoppo-Friuli” (nelle Prealpi Giulie, in Carnia e in Val Cellina, con 5 Brigate).
La continua opera di sabotaggio agli impianti tedeschi e l’eliminazione di decine di presìdi nazifascisti portarono alla liberazione di svariate zone, con la conseguente costituzione di due “Zone Libere”, quella del Friuli Orientale e quella della Carnia.
La Zona Libera del Friuli orientale comprendeva una superficie di 70 Kmq, con circa 20.000 abitanti distribuiti su sei Comuni a nord-est di Udine; quella della Carnia comprendeva una superficie di oltre 2.500 Kmq, con circa 90.000 abitanti distribuiti su 38 comuni (oltre alla Carnia, zone dell’Alto Pordenonese e alcuni comuni della provincia di Belluno). Quella Carnica fu la più estesa tra le zone libere che vennero a costituirsi nel nord Italia durante l’occupazione tedesca e fu quella che maggiormente riuscì a darsi un’organizzazione democratica: vennero organizzate libere elezioni, costituita una Giunta di Governo, presi importanti provvedimenti in materia di scuola, giustizia, riforma tributaria, politica economica.

3) L'ARRIVO DEI COSACCHI IN FRIULI

Le truppe cosacche e caucasiche giunsero in Italia, con migliaia di cavalli, carriaggi e masserizie, attraverso la linea ferroviaria Villach-Tarvisio, a partire dal 20 luglio 1944, con una serie di arrivi di convogli che si protrasse in maniera continuativa sino al 10 agosto, per poi assumere carattere di sporadicità. La principale località di smistamento fu Stazione per la Carnia, tra i paesi di Venzone ed Amaro, dove giunsero complessivamente una cinquantina di treni; altri contingenti fecero scalo alle stazioni di Pontebba e di Gemona.
Da Carnia le truppe si mossero inizialmente in due direzioni: a nord verso Amaro e a sud verso Osoppo. Prima dell'occupazione dei paesi, per circa un mese e mezzo, i cosacchi stazionarono dunque nella piana di Amaro, tra il Tagliamento ed il paese e a Osoppo, attorno alla storica fortezza. Altri gruppi presero stanza a Gemona occupando, sotto il controllo tedesco, alcuni edifici pubblici, come le scuole. Nella stessa Gemona venne fissata inizialmente la sede del comando del generale T. I. Domanov.
Migliaia di persone provate dal lungo, estenuante viaggio, cercarono una sistemazione provvisoria in diverse località, tentando di provvedere autonomamente alla soluzione delle necessità più impellenti, giacché praticamente nulla era stato predisposto per garantire mezzi di sostentamento e di assistenza adeguati. Fu così che reparti a cavallo cominciarono a battere le campagne e i centri abitati, razziando tutto quello che poteva servire a garantire un minimo di sopravvivenza.
Profondo stupore destarono dunque fra i friulani questi nuovi venuti, come descritto da Mario Pacor: “Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primitive urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le avevano. Erano infatti vestiti e armati nei modi più vari, molti in uniformi grigio-verdi tedesche con appena qualche variante cosacca, ma armati di moderni fucili e mitra, altri in più pittoresche quanto assurde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con grandi colbacchi di pelo in testa, cartucciere intrecciate sul petto, lunghe bande azzurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni variamente istoriati.
Ai drappelli militari facevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggiavano donne, vecchi e bambini, e tra un carro e l’altro o al loro fianco cavalli, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cammelli o dromedari
”.
Fu insomma l’aspetto umano, la variegata panoramica offerta dall’aspetto dei civili cosacchi, più che il lato strettamente militare, a colpire, come traspare, per esempio, dalla stupita descrizione dei cosacchi fatta dal parroco di Buia: “Sui carri, tipici carri primitivi, stretti, sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose, utensili e pignatte, damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie da scartocciare, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età, con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio. Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione, con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletti… Gli uomini indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo dei cosacchi, berretto nero di pelo con la parte superiore rossa, blu, verde…”.
La qualità e la quantità delle formazioni cosacche giunte in Italia suscitarono un palese disappunto da parte degli stessi tedeschi, i quali avevano sperato di poter disporre di reparti militari in assetto di guerra da impiegarsi immediatamente nelle azioni contro le forze partigiane e, viceversa, si trovavano di fronte a contingenti nei quali erano predominanti i civili. In una relazione da Berlino, un alto funzionario nazista scrisse infatti: "Ci si aspettava brigate e reggimenti cosacchi bene organizzati, che potessero essere immediatamente impiegati nelle lotte contro le bande. Non era noto a sufficienza che si trattava di profughi, i quali erano da diversi mesi in cammino dall'est a piedi e per ferrovia, con attrezzature, armamento ed abbigliamento di emergenza, e che nelle carovane si trovavano le famiglie dei cosacchi in armi... Ne risultarono grandissime difficoltà nell'acquartieramento e nell'approvvigionamento..".
L'arrivo delle formazioni cosacche non costituì, inizialmente, un fattore pienamente valutato da parte delle forze della resistenza che, probabilmente, non riuscirono a valutare interamente il carattere antipartigiano dell'iniziativa. Contro i convogli e le tradotte giunte in Friuli attraverso la ferrovia non venne praticamente tentato alcun attacco o sabotaggio. Solo in un secondo momento, di fronte al concretarsi dell'insediamento, con la stabilizzazione dei centri di raccolta, vennero avviate alcune azioni di sabotaggio. L’azione più importante avvenne nella notte tra il 26 e il 27 agosto del 1944 quando i partigiani garibaldini dei Btg. Matteotti e Stalin sferrarono un attacco contro i cosacchi attestati nelle scuole di Campagnola di Gemona.

4) L’ASSALTO ALLE ZONE LIBERE

Alla fine di settembre la 305° Divisione tedesca, appoggiata da tre reggimenti cosacchi e da alcuni battaglioni fascisti attaccarono la Zona Libera del Friuli orientale. Dopo combattimenti protrattisi per alcune giornate, i partigiani si ritirarono verso il Collio goriziano; tedeschi e cosacchi, pur vincitori, infierirono contro i civili, ritenendoli responsabili dell’appoggio dato al movimento partigiano, provvedendo ad incendiare diversi paesi (il bilancio complessivo sarà di 690 abitazioni e 436 rustici distrutti, 35 civili assassinati, 220 – tra partigiani e civili – catturati e deportati nei campi di sterminio).
Seconda tappa dell’offensiva nazista fu quella che venne da loro definita la “settimana della liberazione e riconquista del settore dei monti S. Simeone e Brancot”.
Vi fu un massiccio e rapido ammassamento (tre la fine di settembre ed i primi di ottobre) di uomini e mezzi tutt'intorno alla Zona Libera del Friuli e in particolare tra Amaro e Tolmezzo e sulla testa di ponte di Braulins.
Nella mattinata del 2 ottobre, il colonnello De Lorenzi, comandante della M.D.T. (Milizia per la Difesa Territoriale), guidò l’attacco, condotto da fascisti e nazisti, contro le forze partigiane dei Comuni di Trasaghis e Bordano. Dopo un intenso cannoneggiamento, le truppe attraversarono il Tagliamento, vanamente contrastate dalle forze partigiane. Vennero così occupati i paesi di Braulins prima e di Trasaghis poi. Dopo diversi scontri protrattisi per tutta la giornata successiva, nella mattinata del 4 ottobre i nazifascisti tentarono un'azione di aggiramento: presi tra due fuochi, i partigiani furono costretti a ritirarsi.
I reparti nazifascisti poterono così occupare il paese di Avasinis. Intanto veniva subito disposto lo sfollamento di Braulins che un testimone diretto descrisse così: “Il ponte sul Tagliamento era interrotto ed il fiume in piena. Si videro allora i vecchi, le donne ed i bambini di Braulins e Trasaghis trascinare, piangendo, sotto la pioggia incessante, quelle poche masserizie che riuscivano a salvare, quelle poche bestie che costituivano tutta la loro ricchezza ed affrontare il fiume minaccioso. Le acque ribaltavano barelle, travolgevano nella loro furia vacche e maiali, botti di vino e cesti di vestiario. Fu l'esodo più disastroso che gente abbia mai dovuto compiere sotto la minaccia delle pistole nemiche".
Nel paese di Avasinis, grazie all’opera di mediazione del locale parroco, don Zossi, si riuscì ad ottenere una dilazione che poi servì per scongiurare lo sfollamento di quella località.
Ad Alesso, la più grossa frazione del Comune, le direttive dell’evacuazione vennero applicate duramente. Giunti infatti i repubblichini ad Alesso nel primo pomeriggio, venne subito ordinato lo sgombero, così descritto dal sacerdote del paese, don Noacco: “Un colonnello repubblicano, De Lorenzi, volle arrogarsi per primo l'onore di intimare, con volto arcigno, lo sgombero di tutta la popolazione in 24 ore; la sera un comandante teutonico, radunati alcuni uomini, ripeteva l'amara antifona - perché - aggiungeva - c'era stato in paese il comando partigiano. Le preghiere e suppliche delle donne a nulla valsero, discussioni non erano permesse. (..) Di sgomberare immediatamente tutti gli ufficiali repubblicani ci predicavano. Ad aumentare il nostro sgomento, alcuni ci dissero che per noi in Germania c'era pronto un villaggio e che ci tenessimo uniti per il nostro meglio. Frattanto entrava nel paese un battaglione di cosacchi ed i tedeschi e i repubblicani se ne andarono”.
Il maggiore responsabile nazista nella provincia di Udine, l’SS-und Polizei Kommandeur Jacob Ludolf von Alvensleben, assieme al comandante dei cosacchi in Friuli, il generale T. I. Domanov, compì un sopralluogo nel comune di Trasaghis il 5 ottobre. Oltrepassato il Tagliamento al ponte di Braulins, ispezionarono i paesi, spingendosi sino sulla piazza di Alesso, dove vennero accolti dai responsabili della M.D.T. (e in primo luogo dal colonnello De Lorenzi) che avevano diretto l’offensiva e disposto lo sfollamento della popolazione civile, per sanzionare l’ufficiale consegna del territorio occupato ai cosacchi. Dopo due giornate di inutili preghiere, lo sfollamento venne reso operativo dall’8 ottobre. Fu così che (è ancora don Noacco a raccontare) “sotto una pioggia torrenziale parte della popolazione si diresse per Somplago, la massa al di là del Tagliamento, che per disgrazia era in piena e il passaggio appena possibile a piedi per il ponte interrotto, trovando ospitalità a Gemona, Osoppo, Buia, Majano, Comerzo, Villanova di S. Daniele, Flaibano, Ruscletto, Tomba di Mereto, Pantianicco, Grions del Torre, Orsaria, Artegna, Montenars…. Rimasero in paese solo alcuni ammalati, impotenti a muoversi e qualche vecchietto non sazio ancora di tenere duro. (…) I vecchietti rimasti furono poi dai cosacchi catturati, rinchiusi in prigione e, spogliati di tutto, cacciati".

Dopo la "settimana per la liberazione dei settori monte Brancot e San Simeone", che portò alla sostanziale eliminazione del movimento partigiano nella Valle del Lago e alla conseguente occupazione cosacca, le forze nazifasciste, dall’8 ottobre, diedero attuazione piena alla progettata "Operazione Waldlaüfer" che, in poche settimane, diede agli hitleriani il pieno possesso della Carnia. Furono 25 i civili uccisi nella sola avanzata verso la Carnia: tra questi, un sacerdote, il curato di Imponzo don Giuseppe Treppo, assassinato mentre tentava di difendere alcune donne dalle insidie dei cosacchi occupanti. Dall’8 al 13 ottobre vennero dunque occupate le valli dei fiumi But, Chiarsò e Degano e quindi la Val Tagliamento; successivamente venne portato l’attacco contro la Val Cellina e, infine, contro la zona delle Prealpi Carniche, attorno al Monte Rossa, dove si erano concentrati gli ultimi reparti partigiani combattenti.
All'inizio di dicembre erano stati sostanzialmente raggiunti i traguardi che i responsabili nazisti del Litorale Adriatico si erano posti, vale a dire l'eliminazione del pericolo rappresentato dall'organizzazione partigiana, la garanzia dell'assicurata sorveglianza delle principali vie di comunicazione, il controllo sostanziale della regione garantito dalla presenza delle unità collaborazioniste cosacco-caucasiche.


5) SETTE MESI DI KOSAKENLAND

Nei paesi occupati dai cosacchi, gli abitanti furono presto obbligati a cedere metà delle stanze di ogni abitazione. I rapporti tra i carnici e gli occupanti furono inizialmente difficili, giacché si dovette dare in tempi brevi risposta alle necessità dei nuovi arrivati: alloggiamento, approvvigionamento di derrate alimentari, ricovero e mantenimento del bestiame e degli animali giunto al seguito dei cosacchi.., il tutto aggravato da un atteggiamento di tracotanza assunto dagli occupanti.
Così descrisse l’insediamento Michele Gortani: “I nuovi venuti penetravano da padroni in tutte le case, secondo il loro capriccio, e di solito preferendo quelle abitate a quelle disposte esclusivamente per loro. Trattavano gli abitanti come soggetti al loro servizio. Usavano spesso di sedersi a tavola all’ora del pasto e appropriarsi il poco che le famiglie avevano preparato per sé. Rovistavano a piacere per ogni dove, rubando qualunque cosa li talentasse, dagli oggetti di valore alle vesti, dalle lenzuola e coperte ai viveri di ogni specie, dagli animali da cortile alle masserizie. Mostravano una predilezione particolare per le pecore, delle quali non una venne risparmiata. Per i loro cavalli innumerevoli, non contenti di lanciarli al pascolo giorno e notte negli orti e nei campi, saccheggiavano sistematicamente le provviste di fieno che le nostre donne avevano con aspre fatiche trasportate dalla montagna fino in paese, per l’alimentazione del bestiame durante l’inverno”.
Successivamente poté subentrare un periodo di relativo assestamento, cosicché la convivenza forzata tra occupanti e popolazione carnica poté instaurarsi lungo criteri di maggiore vivibilità e reciproca comprensione. Il problema più rilevante fu comunque quello dell’approvigionamento, come testimoniato anche dal diario del parroco di Invillino, in Carnia: “Eran arrivati come zingari con una lunga teoria di carri traballanti trascinati da cavalli ridotti all’osso e con unamandria di vacche altrettanto magre ed affamate. La preoccupazione della sopravvivenza degli animali li costrinse alla ricerca affannosa di fieno. Durante tutte le stagioni, anche d’inverno, le magre vaccherelle gironzolavano per la campagna mentre i padroni, ogni volta che se ne presentasse l’occasione, tentarono di appropriarsi del prezioso alimento ovunque lo trovassero. Alla popolazione venne imposta ripetute volte la ingiunzione di versare contribuzioni di fieno per parecchie centinaia di quintali…”.


Nel territorio occupato vennero create 44 stanitse (presidi a costituzione mista civile e militare). Il quadro generale risulta abbastanza complesso e frammentario, e questo per la diversa matrice etnica e culturale degli occupanti. I cosacchi erano divisi in più eserciti, indicati col nome del fiume che attraversava le terre di origine (cosacchi del Don, del Terek, dell' Ural, del Kuban...); vi erano poi un nutrito gruppo caucasico e sparute minoranze georgiane, armene, turchestane e di altre origini ancora.

Il territorio dell’Alto Friuli e della Carnia venne diviso sostanzialmente a metà: la parte settentrionale (con sede di comando a Paluzza e giurisdizione sulle Valli del But, del Chiarsò, del Degano, sulla Val Pesarina e la Val Calda) ai caucasici (la Divisione Caucasica era comandata dal generale Klitsch) e quella meridionale (con sede di comando a Tolmezzo e giurisdizione sulla Carnia meridionale e le vallate delle Prealpi) ai cosacchi (la Divisione Cosacca era comandata dal generale Domanov); un contingente georgiano, assegnato di rinforzo, si insediò nel mese di febbraio nel paese di Comeglians.
I reparti militari cosacchi erano organizzati su quattro Reggimenti, di sede rispettivamente a Clauzetto, Tarcento, Enemonzo e Ampezzo; un quinto Reggimento, di riserva, era stanziato a Osoppo.
Vennero costituite anche la Riserva di Cavalleria Cosacca, composta da 3000 uomini comandati dal generale Shuro (e inizialmente stanziati a Povoletto), una Scuola di Guerra a Tolmezzo, comandata dal generale Borodin e una Scuola di Cadetti a Villa Santina, comandata dal generale Salamakin.



Nelle zone occupate dai caucasici, Paluzza diventò sede del Comando caucasico e del tribunale popolare, a Treppo si istituì un ospedale con 35 posti-letto, con un reparto di chirurgia, uno di medicina e uno di malattie infettive; a Cercivento venne istituito un ricovero per invalidi di guerra; Sutrio diventò sede di una scuola caucasica in Casa Del Moro, così come Paluzza. Ligosullo ospitò un teatro, mentre a Sutrio venne istituita un’orchestra ed una scuola di ballo. A Paluzza, inoltre, venne allestita una tipografia dove si stampava un giornale in caratteri cirillici, in uscita due volte alla settimana, Severokavkazec, che fungeva da organo di stampa dei nord caucasici stanziati nell’Alta Carnia (per i cosacchi, stanziati nei comuni più a sud, usciva il bisettimanale Kazac'ja Zemlja, Terra cosacca). Nella valle del Tagliamento, a Villa Santina, trovò sede la Scuola Allievi Ufficiali.
Gli occupanti giunsero perfino a mutare il nome originario dei paesi: Alesso divenne Novocerkassk, Cavazzo Carnico Jekaterinodar (o Krasnodar) Trasaghis Novorossisk.


Una relazione nazista del novembre '44 attesta l'avvenuta occupazione, con brani di involontaria (o tragica?) ironia: "Entro i primi di novembre l'intero territorio fu ripulito dalle bande e la popolazione parzialmente evacuata. Alcune località furono prese in consegna da Stanize cosacche e trasformate in breve in lindi villaggi cosacchi. Negli altri villaggi gli italiani possono rimanere ed ai cosacchi devono cedere solo parti compatte dei loro villaggi..."
E lo stesso comandante delle SS e della Polizia per la Provincia del Friuli, von Alvensleben, ribadiva il concetto all’Arcivescovo di Udine che gli si era rivolto preoccupato per le drammatiche conseguenze dell’occupazione cosacca: “La chiamata dei cosacchi e dei caucasici nel territorio del Friuli è stata resa necessaria per distruggere l’ognora crescente unità dei banditi. É chiaramente dimostrato che l’attività dei banditi là, dove nelle ultime settimane furono inviati i cosacchi ed i caucasici, fu realmente repressa…”.

Le testimonianze sono generalmente concordi nell'indicare una prima fase caratterizzata da prepotenze, ruberie e occupazioni forzose ed una successiva segnata da una maggiore attenzione e cura, orientata verso lo stabilizzarsi ed il consolidarsi della convinzione che la permanenza in Friuli per i cosacchi potesse durare a lungo e fosse quindi necessario apprestare strutture maggiormente stabili. Dappertutto furono instaurate regole molto severe per quanto riguardava la circolazione delle persone: stabilite proibizioni precise nelle ore di coprifuoco, venne richiesto un lasciapassare per gli spostamenti fra i paesi e, soprattutto, dai paesi alle località di pascolo. I lasciapassare, rilasciati dai comandi, erano redatti in italiano, tedesco e russo, recavano il nome del titolare e dei suoi familiari e l'indicazione della località che era consentito raggiungere dalla residenza abituale.
Il proposito dello stanziamento duraturo viene chiarito dall'avvio, da parte dei cosacchi, di lavori agricoli nelle campagne dei paesi sfollati. Alcune testimonianze riferiscono di una sorta di divisione organizzata dei terreni, con l'assegnazione di fondi individuali alle diverse famiglie. Profonda curiosità destarono naturalmente gli aspetti legati alla diversa religiosità, a partire dalle funzioni in chiesa, allo svolgimento dei funerali (spesso con la deposizione e l’offerta di viveri sulle sepolture) o nello svolgimento di processioni epifaniche con abluzioni rituali nei laghi e nei corsi d’acqua. Per lo svolgimento delle loro funzioni religiose, i cosacchi, in qualche caso, giunsero ad occupare le stesse chiese cattoliche; più frequentemente requisirono un capace edificio pubblico (soprattutto scuole) per adattarlo a luogo d’assemblea religiosa.
In numerosi paesi si venne a stabilire dunque una sorta di convivenza forzata che, in qualche caso, diede luogo anche a episodi di fraternizzazione tra occupanti ed occupati. Durante l'inverno le forze lavorative locali, bloccate le tradizionali attività, dovettero necessariamente aderire alle offerte di lavoro degli occupanti nazisti.

L'organizzazione Todt, i cui aderenti indossavano una divisa color cachi, e quella parallela Enzian (i cui aderenti indossavano una divisa grigioverde con una fascia di riconoscimento al braccio) aprirono cantieri in diverse località, soprattutto per il miglioramento della viabilità, la costruzione di gallerie e rifugi antiaerei, l'allestimento di linee di fortificazione. Tutti gli uomini validi (compresi diversi partigiani che, dopo i rastrellamenti, avevano temporaneamente abbandonato la macchia) vennero reclutati, in una serie di cantieri allestiti nei diversi paesi.

Va ricordato infine che il paese di Verzegnis si trovò ad ospitare la residenza del capo supremo delle forze cosacche, l'atamano Piotr Nikolaevic Krassnov, giunto in Carnia assieme alla moglie Lidia Fedeorovna nel mese di febbraio 1945. Il piccolo paese carnico diventò, in quei mesi, un punto di riferimento per la nobiltà cosacca, come ricostruito dal Carnier: “Principesse e dame, provenendo da Tolmezzo, Osoppo e da varie zone di insediamento, raggiungevano il quartier generale per porgere un saluto all’atamano e alla consorte. Krassnoff, tralasciando momentaneamente i suoi problemi, sapeva assum,ere un contegno cavalleresco, compiacendosi di quelle visite ch’egli accoglieva con rigorosa etichetta poiché riteneva che fosse suo compito ridare auge al mondo aristocratico russo vissuto per troppo tempo in esilio. Al quartier generale di Krassnoff si godeva, benché si fosse in tempo di dura guerra, di un lusso imperiale: una nostalgia che il nazionalsocialismo tollerava per i suoi fini politici e propagandistici”.

6) LA FINE DELL’AVVENTURA COSACCA

Negli ultimi giorni di aprile, a Campoformido, vicino a Udine, l’atamano Krassnov ebbe un incontro col generale Vlasov, il comandante della ROA, l’Armata Russa di Liberazione. Constatato l’esito sfavorevole della guerra, venne concordemente deciso che i cosacchi stanziati in Friuli avrebbero dovuto ritirarsi in Austria dove, presumibilmente, si sarebbe tentato di organizzare una resistenza.
Tra la fine di aprile ed i primi di maggio si assistette dunque al ritiro delle formazioni cosacche e naziste dalla Carnia e dall’Alto Friuli.

Un grave episodio che caratterizzò i giorni della ritirata avvenne ad Avasinis, una piccola frazione del Comune di Trasaghis dove, il 2 maggio 1945, a guerra praticamente conclusa, venne compiuta dai nazisti, per motivazioni mai completamente chiarite, una strage tra la popolazione civile. Tale eccidio fu opera di una compagnia di circa 250 Waffen SS appartenenti probabilmente alla Karstjäger Brigade (una formazione composita della quale facevano parte anche istriani, altoatesini e friulani). Nel pomeriggio del primo maggio, dunque, un nucleo SS si suddivise, attestandosi parte sul "Montisel" sopra Trasaghis e parte tentando un aggiramento attraverso le montagne sopra Avasinis. La notte trascorse tranquilla. Al mattino del giorno seguente, forse dopo alcune raffiche di mitragliatore sparate dai partigiani, appostati sul ciglione sovrastante il cimitero contro le SS che avanzavano, i nazisti sferrarono un attacco convergente contro Avasinis: penetrarono nel paese da tre direzioni concentriche e, sbaragliate in breve le difese partigiane, diedero atto ad una strage feroce che colpì indistintamente uomini, donne, anziani, bambini: 51 le vittime complessive di quel massacro.
La strage venne interrotta dall'intervento di un ufficiale tedesco, si dice un maggiore che montava un cavallo bianco, verso il mezzogiorno del due maggio. Da quel momento i nazisti, dopo aver anche iniziato a trasportare alcuni cadaveri in un canale poco distante dal paese, si apprestarono a pernottare, dopo aver catturato e imprigionato tutte le altre persone trovate ancora in giro. Al mattino del giorno successivo la squadra di SS abbandonò il paese: parte proseguì compatta, diversi militari cercarono di disperdersi autonomamente, spesso dopo aver indossato abiti civili (non è chiaro se si sia trattato di "diserzioni" o, più probabilmente, di un "rompete le righe" al quale aderirono i militari di origine non germanica, una volta appresa la notizia della capitolazione dell’esercito tedesco in Italia).
La gente di Avasinis poté uscire dai rifugi e dalle stanze ove era stata imprigionata, ridiscendere dalla montagna e iniziare la pietosa opera di recupero delle 51 vittime, indirizzare verso gli ospedali gli 11 feriti.
Mentre ad Avasinis aveva luogo l’eccidio, nelle stesse ore, ad Ovaro, in Carnia, i cosacchi in ritirata, dopo un attacco partigiano, accerchiarono il paese e uccisero diversi partigiani, 8 georgiani che si erano uniti alle forze della Resistenza e oltre 22 civili, fra i quali il parroco don Cortiula. I fatti ebbero una drammatica successione: dopo che contro un comandante partigiano, venuto a trattare la resa, era stata lanciata una bomba a mano, i partigiani assalirono e fecero saltare in aria la caserma del presidio caucasico, causando parecchie vittime. Inferociti, allora, i caucasici si lanciarono indiscriminatamente contro i civili, uccidendo quanti incontravano sulla loro strada, saccheggiando, incendiando case. Alcuni georgiani, unitisi ai partigiani, vennero individuati ed uccisi; i loro corpi vennero poi disposti in maniera rituale sulla piazza del paese.
All'eccidio di Avasinis fece invece seguito una dura vendetta che sfociò nell'uccisione sia di sbandati dell'esercito nazista sia di cosacchi che non erano riusciti a ritirarsi ed erano stati presi prigionieri dai partigiani.
Nelle ore immediatamente successive alla strage vennero infatti organizzate delle spedizioni e delle battute tese a raggiungere e catturare gli autori del massacro di Avasinis: vennero intercettati diversi nazifascisti ritenuti responsabili della strage, i quali vennero prelevati e ricondotti ad Avasinis. Ad Avasinis i prigionieri vennero portati sulle piazze, sottoposti a processi sommari e quindi uccisi dalla rabbia popolare, direttamente sulle piazze o in luoghi appartati.
I cosacchi arresisi ad Avasinis e nei paesi circostanti alle formazioni partigiane erano stati portati in montagna alla fine di aprile e custoditi in alcune basi partigiane. Il numero complessivo dei cosacchi catturati si fa ammontare a oltre un centinaio. Questi, nella maggior parte, dopo essere stati portati in basi partigiane maggiormente arretrate al momento dell'arrivo in paese della squadra SS autrice del massacro, vennero fucilati dai partigiani nei giorni immediatamente successivi alla strage del 2 maggio, in una serie di azioni, probabilmente nemmeno coordinate tra loro, dettate da un atteggiamento di istintiva emotività in reazione all'eccidio.


La maggior parte dei cosacchi, dispersi lungo tutte le vallate carniche, senza alcuna ratificazione di resa, iniziarono invece la ritirata verso la Carinzia: fra la fine di aprile ed i primi di maggio vennero organizzate delle lunghe colonne di fuggiaschi in direzione dell'Austria. I principali itinerari della ritirata furono quelli lungo la Val Tagliamento e lungo la Valle del But: entrambe le colonne confluirono nel paese di Paluzza da dove raggiunsero il passo di Monte Croce Carnico per poi scendere verso la vallata austriaca della Drava.
Dopo il difficile superamento del passo di Monte Croce (l’ultimo transito è segnalato il 5 maggio 1945), i cosacchi furono concentrati nella cittadina di Peggetz, nei pressi di Lienz, ove, per circa un mese, venne allestito un campo di raccolta, sotto il controllo degli inglesi. Vennero loro requisiti cavalli e armi e, generalmente, tenuti in condizioni di isolamento.
Gli accordi tra le grandi potenze prevedevano la riconsegna all'Unione Sovietica di tutte quelle formazioni e quelle popolazioni che si erano schierati a fianco del nazismo: ciò fu fatto senza tener conto di situazioni personali o di giustificazioni storiche collettive. In un primo tempo gli inglesi fecero arrestare i principali ufficiali cosacchi, poi, il primo giugno, venne dato l'annuncio ufficiale dell'imminente riconsegna di tutti i cosacchi all'Unione Sovietica, con il rimpatrio forzato. La notizia, sostanzialmente inattesa, fu accolta con scene di panico e disperazione; parecchi tentarono la fuga, trovando a decine la morte nelle acque della Drava.
La maggior parte dei cosacchi venne deportata nei campi di concentramento sovietici in Siberia e condannata a lunghi anni di detenzione. I principali responsabili del movimento cosacco, tra i quali l’atamano Krassnov e il generale Domanov, vennero processati e giustiziati a Mosca nel 1947.
I cosacchi che riuscirono a evitare il trasferimento in Unione Sovietica cercarono di trovare rifugio lontano dalla terra d'origine (consistenti gruppi cosacchi si ricostituirono, per esempio, in Germania, in Francia, in Israele, negli Stati Uniti, nel Canada, nel Sud America, in Australia).

 

7) SESSANT’ANNI DOPO…

La dispersione e la prigionia in Siberia non sono riuscite a cancellare il senso di identità e di appartenenza del popolo cosacco che si è mantenuto sino a poter riemergere in forma non più clandestina dopo il crollo dell’URSS. Con la “perestroijka” di Gorbaciov c’è stata infatti una prima liberalizzazione, che ha consentito a diverse comunità cosacche di ricostituirsi in krug (circoli associativi), di riprendere l’elezione dei rispettivi atamani; qualche anno più tardi, con la presidenza Eltsin, i cosacchi sono stati pressoché completamente riabilitati e sono anche state loro restituite, in gran parte, le terre. Boris Eltsin ha infatti promulgato, nel 1992, un decreto che includeva i cosacchi nell’elenco di quelle popolazioni che avevano subito un’evidente oppressione ed assegnava conseguentemente un compenso per le sofferenze subite in epoca sovietica.
Con l’inizio della prima guerra cecena, ha avuto modo di risvegliarsi lo spirito militaresco dei cosacchi: quelli del Terek hanno infatti chiesto di essere impiegati per la repressione della guerriglia. Il Presidente Elsin ha rifiutato, ma da parte cosacca si è continuato a riprendere, e in qualche caso a ostentare, queste caratteristiche paramilitari, sino ad ottenere l’assenso a ricostituire unità militari attraverso uno specifico riconoscimento della ripresa del concetto di autonomia cosacca. Il Presidente Putin, recentemente, ha infatti anche ricostituito la Guardia Nazionale cosacca.

Quanto al Friuli, il ricordo dell'occupazione rimane nella memoria degli anziani e si concreta attraverso alcune sparute testimonianze materiali (icone, armi, oggetti di vita quotidiana…) sopravvissute al tempo e ai danni del terremoto del 1976.
Se, sul piano umano, individuale, non sono stati rari gli episodi di amicizia avviati tra friulani e cosacchi, storicamente il peso dell'invasione ha rappresentato un peso che solo faticosamente è stato superato. Una diffusa corrente storiografica, supportata da testimonianze orali e scritte riferite a quel periodo, tende ad accentuare, più che il peso dell’occupazione, una sorta di sentimento generalizzato di pietà, da parte della gente friulana, nei confronti delle popolazioni cosacche, viste come vittime più che oppressori. Andando però alle radici di questo sentimento, possono essere condivise le parole dello storico Flavio Fabbroni, secondo il quale le motivazioni di quel senso di pietà popolare nei confronti dell’esperienza cosacca, “lungi dal significare adesione ad una ideologia, simpatia verso collaborazionisti in quanto tali, rivela invece la profonda umanità, l’esaltazione dei diritti della vita contro la morte e contro la guerra, che le masse popolari spesso sanno esprimere anche in condizioni eccezionalmente avverse” quali sono state, appunto, quelle dell’occupazione cosacca in Friuli.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

· P.A. Carnier, L'armata cosacca in Italia 1944-1945, Mursia, 1990
· M. Di Ronco, L’occupazione cosacco-caucasica della Carnia (1944-1945), Tolmezzo, 1988
· F. Fabbroni, L'occupazione cosacca della Carnia e dell'Alto Friuli, “Storia Contemporanea in Friuli”, 15 (1984)
· M. Gortani, Il martirio della Carnia, Leonardo, 2000
· M. Pacor, Le orde cosacche invadono il Friuli, “Storia Illustrata” n. 208, marzo 1975
· B. Rocca, Un avvenimento poco conosciuto del 2° conflitto mondiale. L’impiego dei cosacchi in Italia, “Rivista Militare” n. 5, 1988
· P. Stefanutti, Novocerkassk e dintorni. L'occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 - aprile 1945), IFSML, Udine, 1995
· P. Stefanutti, S. Di Giusto, D.Tomat, Memorie di un esodo. I giorni dello sfollamento dell’ottobre 1944 e dell’occupazione cosacca nel Comune di Trasaghis, Comune di Trasaghis, 2003.

 

* Pieri Stefanutti ha pubblicato vari libri sulle vicende della prima e della seconda guerra mondiale nel territorio dell’Alto Friuli e, in particolare, Novocerkassk e dintorni, IFSML, 1995, espressamente dedicato all’occupazione cosacca.
Il saggio qui riprodotto è stato pubblicato, con lievi adattamenti, sul n. 29 del marzo 2005 della rivista "Millenovecento" col titolo "I cosacchi sotto le Alpi".