Rosa Cantoni "Giulia"*
per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo un brano tratto da

Enrico Folisi, La liberazione del Friuli 1943-1945. Una guerra per la democrazia, Gaspari, 2005


Mi chiamo Giulia, ma questo nome mi è stato dato all'inizio della Resistenza dal compagno Aldo Lampredi "Guido", che era dirigente della delegazione triveneta, un compagno che ricordo con grande simpatia per le sue capacità. Sono di famiglia operaia, famiglia antifascista proprio istintivamente da sempre, coerente fino all'ultimo. A quattordici anni sono andata a lavorare in fabbrica, in una fabbrica di confezioni di abiti di sartoria praticamente, la fabbrica Armando Basevi di Udine, che aveva circa quattrocentocinquanta operaie e operai, si, uomini e donne, ma la maggior parte, come succede, in quei mestieri lì, erano la maggior parte donne; ed era un ambiente si può dire antifascista, così istintivo semplice, antifascista escluso un piccolo gruppetto che non poteva mancare.
Comunque era una vita dura, perché si lavorava a cottimo, le paghe erano poche, e via si tira avanti, in questi anni si parla di queste cose, si critica sempre in sordina e il fascismo va avanti, diventa l'Impero e via si parte per le avventure di guerra, cioè Abissinia, Spagna, poi Grecia, Albania, Jugoslavia, campagna di Russia, e si paga, si paga caro, perché si paga con la vita, gli uomini che vanno pagano molti con la vita e si paga con sacrifici per cui la situazione con l'andare del tempo la gente si pone problemi, e i problemi anche politici, in altri posti, per cui succede gli scioperi anche nelle grandi fabbriche, e arriviamo al 25 luglio 1943, io sono nata il 25 luglio 1913, per cui è stato un compleanno dove il più bel regalo è stato quello di vedere cadere il fascismo; e anche in fabbrica si è dimostrato come la gente fosse stata contenta di questo, eccetera.
Ma c'erano le preoccupazioni e in quel periodo io ho conosciuto, mi hanno fatto conoscere così il ragionier Elmo Tracanelli, che era del Partito d'Azione e con lui e con altri due o tre diffondevamo il giornale "Giustizia e Libertà", poi mi hanno dato da compilare dei testi per le donne che venivano diffusi così quasi clandestinamente, comunque quelle cose così, in attesa di chi sa cosa doveva capitare. Ed è capitato l'armistizio, cioè un giorno Badoglio ha detto che siamo, che l'Italia ha dichiarato l'armistizio e non si combatte più contro i quattro alleati che erano USA, URSS e Francia e Inghilterra, no, ma ci troviamo a non essere in guerra con loro ma ad essere ancora alleati profondamente con i nazisti e questi naturalmente non mancano di reagire con l'operazione Alarico, e si invade tutta l'Italia e io mi trovo ad essere, dopo aver fatto qualcosa anch'io con i soldati per accompagnarli per cambiarsi di vestito nella fabbrica eccetera, con la complicità di un'impiegata e mi sono ritrovata, per fortuna in quel momento che desideravo, avevo perso il filo l'incontro, è venuto a cercarmi Giovanni Battista Periz "Orio", che era un compagno comunista molto bravo, sì, un uomo forte che era stato in carcere eccetera, che è stato un forte organizzatore della Resistenza, per quanto riguardava specialmente Udine e il Friuli attorno a Udine, e mi ha detto se sono d'accordo di entrare insomma anch'io a fare parte, io ho detto subito di sì e dopo mi ha fatto, mi ha messo a contatto con la Virginia Tonelli, che era una compagna che aveva vissuto tanti anni in emigrazione in Francia lì aveva militato con l'antifascismo all'estero e collaborato per l'organizzazione per la guerra di Spagna ed era esperta e molto simpatica ed è con lei mi sono trovata subito bene, poi lei è uccisa nella Risiera di San Saba a Trieste ed è decorata di medaglia d'oro al valor militare e con lei e con la Irma Franceschino, che ho conosciuto, abbiamo lavorato per iniziare questi aiuti e l'organizzazione anche della base della città, dei civili oltre che l'aiuto ai combattenti armati alla lotta armata.
Ecco di quel periodo lì posso dire di avere due ricordi così all'inizio di quella della Resistenza; cioè il primo è una mattina che son venuta giù per tornare in città essendo stata su la sera prima, ero andata su in bicicletta verso Canebola, Canal di Grivò dove c'era il primo gruppo lì di compagni, un gruppo di partigiani che si organizzavano ed ho dovuto dormire lì in una baita e mi hanno accompagnata in un pezzetto di strada; mi ricordo quella mattina lì quasi sento l'odore, il colore lo rivedo perché era un'alba bellissima, fresca molto fresca, che preludeva l'inverno e questi qui, questi compagni, una decina erano lì vestiti leggeri con calzetti che già rotti erano e poco armati, però molto pieni di spirito e questo mi dava una certa commozione perché pensavo a cosa avrebbero dovuto andare incontro in un inverno tremendo che si avvicinava.
Comunque mi hanno accompagnata, ci siamo abbracciati e quello che mi resta impresso è appunto che di questi, tutti sono caduti: i due fratelli Roiatti, che ricordo che erano stati combattenti in Spagna e in carcere sotto il fascismo, poi Mario Foschiano anche quello combattente di Spagna, che è stato fucilato nelle carceri di Udine e altri, chi qua, chi un giorno chi un'altra data, chi un altro posto, sono stati o presi  deportati in Germania e morti a Dachau e Mauthausen o fucilati o morti in combattimento.
Ecco e poi un altro episodio un po' dopo, anche  che mi fa pensare a come la Resistenza era un fatto, un fatto, anche di popolo, delle persone semplici che aiutavano, ad esempio dovevo andare su per trovarmi sulla piazzetta di un paese vicino alla fontana del paese con due compagni, conoscevo, partigiani ed un altro con non so chi sarebbe stato.
Comunque mi sono trovata lì puntuale, sentivo sparare verso, dietro le montagne e sono lì ho visto anziché i compagni una vecchietta che era seduta lì nella fontana e mi fa cenno e mi dice: "Che sinti! Che viodi che i amis, chei frutaz, mi an dite che vada in daur subit  parcé a vignarà un rastrelament; e lor son las al sigur, su, in montagne. An copat za un zovin in tal bosch e alore sa no si sa ce che al po capità!".  Va ben, ho detto "ariviodisi!" e sono andata, grazie, e sono andata giù, riprendo la strada del ritorno vado un po' a piedi, oh è da notare che avevo quattro bombe a mano dentro avvolte in carta che sembravano quattro uova, e vado giù, mi avvio verso la strada a piedi perché la strada era troppo ripida e brutta, un pezzo ho detto, e ad un certo momento mi trovo una curva mi vedo avanti due file ai due lati delle strada di tedeschi armati di tutto punto, mimetizzati che procedevano non facendo il minimo rumore possibile e pronti con il mitra pronti per sparare e ho detto cosa faccio, vado avanti perché è inutile, non posso scappare indietro, né fare cose strane, faccio finta di niente, tranquillamente ho proseguito, a quel tempo probabilmente non sapevano che anche le donne c'erano in mezzo, l'hanno imparato dopo; comunque sono arrivata a passare tutte le lunghe file, mi sono trovata in fondo e ho dato un sospiro di sollievo, son salita in bicicletta e son tornata alla sede.
Ecco sono due, ecco ed anche per quanto riguarda l'organizzazione della Resistenza l'aiuto popolare c'era tutta questa rete che, di care persone, di amici, di parenti, anche parenti, famiglie che tenevano i recapiti dove si portavano materiale che poi passava un altro a prendere eccetera. No!, ci davano informazioni e qui in città, anche in città c'erano moltissimi, e mi ricordo appunto di un simpaticissimo calzolaio, era un vecchio socialista che anziano, con bei baffi, una bella figura di uomo, che faceva il calzolaio in una grandissima stanza, in un vecchio palazzo in una piazza vicino alla piazza del mercato e lì teneva recapito, cioè deposito di biciclette, perché c'erano le donne che vendevano e appoggiavano la bicicletta, lì lui aggiustava scarpe e faceva così un po' di tutto e questo qui volentieri si è messo a disposizione in questo grande stanzone che aveva degli scaffali, e noi, avevamo moltissime di noi, sìi, sì, andavano lì a portare, andavamo lì a portare i pacchi che poi passava, che poi passava un'altra lì a riprendere, lasciava lì e lui ci diceva, quando si arrivava lì, con un sorrisetto, aveva due occhi che gli ridevano sempre, era simpatico proprio, ci diceva: "Che sinti je stade so cusine, e a mitut iù il pacut daur, che ciri, e a dite cussì", e ci diceva quello che hanno detto quella cugina e altro e ci dava anche l'informazione che poteva darci, quando non c'era gente. E lui ha fatto quel lavoro lì tranquillamente durante tutto il tempo della Resistenza e nessuno si è accorto di quel che faceva. Così, era così, no, la Resistenza, cioè gente che ti dava, partecipazione di popolo.
Ecco, poi io ad un certo momento ho conosciuto Lizzero, Mario Lizzero, che è il commissario di tutte le brigate Garibaldi, un grande organizzatore anche quello, ed altri ancora, naturalmente il lavoro mi è stato affidato, un lavoro più specifico, cioè sono entrata a far parte del reparto Delegazione Provinciale delle Brigate Garibaldi, e con un lavoro di responsabilità dei corrieri, a quel tempo si diceva così, ed era un lavoro molto importante perché era un lavoro in cui dovevo trovarmi con tutti, queste, una gran parte ecco di queste staffette e corrieri e collegamento era praticamente, cioè da loro prendevo e davo, portavo anche in posti abbastanza importanti e con personaggi che lavoravano poi clandestinamente. C'era un vecchio generale che dava utili informazioni, c'erano preti e via dovevo andare a messa ogni giovedì mattina, perché c'era un prete che poi, finita la messa mi dava materiale e cose del genere, e in questo era un grande lavoro di tutti, di tutti i tipi.
Comunque in quel periodo lì io andavo anche a Spilimbergo, che distava a quei tempi sui 30 chilometri, 30 di andata e 30 di ritorno, e lì dovevo portar su parecchia roba per quelle brigate che erano su di là, che erano molte nella sinistra Tagliamento; e una mattina dove avevo un grosso pacco di timbri da portare, timbri che da se stessi parlavano, insomma bastava uno per fare una brutta fine, comunque dovevo andare e ci andavo, era un grosso pacco che non potevo nasconderlo addosso, lo misi nella portapacchi e ho detto fino a Dignano; a Dignano sono scesa dalla bicicletta e sono andata in una vecchia osteria e ho chiesto notizie se portano via la bicicletta, allora mi ha detto, quella lì sì che la portano, allora ho approfittato, il caso e così e di una signora che era lì che sembrava triestina, che aveva un carretto con un grosso asino e sul carretto tanta verdura ed un contadino. Allora avevo detto "signora se va a Spilimbergo mi dà un posto per favore, perché non vorrei che mi portassero via la bicicletta". Ma sì, sìi, venga, dice lei e mi fa salire vicino a lei. Lei guidava l'asino e andiamo, arriviamo al posto di blocco: C'erano soldati abbastanza nervosi, lì, tedeschi i quali ci fermano e ribaltano tutta la verdura per vedere se c'era roba dentro, scendono, io resto tranquilla seduta, perché io il pacco lo avevo sotto il sedere, tirato su il vestito e non si vedeva ma era sotto lì e se mi alzavo avrebbero visto che avevo sotto un pacco no, quindi rimasi tranquilla, venne un soldato tedesco mi ha chiesto i documenti gli ho fatto vedere la carta d'identità, ho fatto un sorrisetto, così gentile, e non mi ha detto niente, e così siamo andati avanti ed io felice di avercela fatta. E erano cose così, poi il ritorno, era un ritorno, non avevo più niente, è venuta una compagna a portarmi con la sua bicicletta, lei in piedi che guidava ed io seduta sulla sella, ridendo abbiamo salutato i tedeschi, per stare in buone, e sono andata.
Ecco e sono cose così, erano tante, molteplici le attività che si dovevano svolgere, per esempio la stampa, la stampa era importantissima e lo è importantissima, naturalmente, e c’era la tipografia clandestina, ciclostile macchina, e macchina da scrivere e si doveva portare fuori, mandare via in tutti i posti questa stampa che veniva portata fuori di lì, e si collaborava, anche e io ho pensato di fare l’iniziativa di un giornale rivolto alle donne intitolato “La Donna Friulana”, e in questo giornale si  scriveva, mi facevo, di collaboratrici cercavo fra le ragazze, le donne, ragazze, le donne che contattavo che scrivessero qualcosa e poi si metteva perché era scritto da donne, rivolto alle donne, e ci aggiungevo di mio anche, oltre che l’articolo così detto di fondo, una poesia in friulano per incitare, perché inviti le donne, insomma a fare, a parlare alle donne della resistenza. E di questa produzione ho una poesia qui che possiamo leggere, un momento che metto gli occhiali perché purtroppo.. eh!... ecco, è una poesia in friulano, non è chissà che poema, però dal punto di vista di utilità di quel tempo era accolta con favore:

“Sull’esempli de nonute
su la puarte ‘ne reciute
gucie, gucie, cun plasè
ce faceso, po, nonute?


Su lis monz la nef jè zà,
za scomenzela criure
e la vite si fas dure
par chei fruz che vivin là

Simpri in lote, mai padìn,
benedez, pal nestri ben;
e durmi t’un tich di fen
cun che sorte di garbin.

Se par lor jò no pues fa
In chest mond nuie di mior,
soi mitude cun ardor
a gucià, gucià, gucià


Che cognòs il so dovè.
Imparin dutis di jè
E par chest metile dute.

Cun ufiertis, cun lavor,
Cui che lote vin di judà;
chei che al mond vuelin puartà
pas, justizie, pan, lavor.

Vin di unissi cul pinsir
Da lis monz a la planure:
la vitorie e jè sigure
se si forme un bloc intir!


Ecco e poi c’erano altre due che.., ma questa, purtroppo, questa mia attività di giornalista era..., ha avuto poca fortuna, perché al terzo numero mi hanno presa, e mi hanno arrestata. Una mattina che andavo all’appuntamento con un compagno, che aveva documenti delicatissimi di informazione, eccetera, da passarmi, il compagno era stato arrestato la sera prima, e sono andata lì, mi hanno portato alla caserma trentaseiesima legione Tagliamento, ho avuto lì parecchi interrogatori in quella giornata, un po’ di schiaffi e via dicendo, e la sera, la notte anzi, alle due di notte mi hanno accompagnata in carcere assieme ad altre due donne e tre ragazzi presi prigionieri e in carcere sono stata circa un mese. L’arresto è avvenuto l’8 dicembre, mi pare, del ’44 e fino l’8, 10 gennaio sono stata in carcere a Udine, lì sono stata interrogata da Kitzmiller; mi sembra, un certo Kitzmiller che era austriaco e si è comportato abbastanza bene con me, al nemico, che però ad un certo momento mi ha detto, guarda non ci vedremo più, perché arriverà un mio collega, e invece il collega, per fortuna, non sono arrivata a conoscerlo, perché probabilmente se mi ha detto così… e mi hanno spedita in Germania, anche con quel giovane che poi è morto a Dachau, e le donne,  sono andate, gli uomini li hanno depositati a Dachau, le donne, noi donne a Ravensbrück, sopra Berlino, e lì sono diventata il 97323 ed è diventato, questo è un capitolo di storia diverso, di una resistenza diversa, per resistere e tornare e non essere… perdere anche la propria personalità, a me è andata bene perché son tornata, ma i più son rimasti là.

UNA FRIULANA DEPORTATA A RAVENSBRÜCK

Era gennaio del ’45 le carceri si erano svuotate a Trieste, svuotate a Gorizia, di ebrei e di politici e svuotate a Udine; siamo salite in treno qui a Udine e poi abbiamo proseguito senza raccogliere più nessuno fino a destinazione. Il viaggio è stato un viaggio tremendo, perché oltre il freddo, più si andava più freddo c’era, era gennaio e l’inverno del ’45 era tremendo; eravamo in vagone bestiame senza poter distenderci li e poi tutta la notte si batteva i piedi perché per non congelarci; più su si andava, più freddo c’era; ci consolavamo cantando canzoni partigiane; ci hanno dato da mangiare una volta sola, una zuppa calda; e il viaggio è stato lungo, io non so quanti giorni, però son passati giorni e notti e più su si andava la notte tutto il vagone all’interno diventava bianco per il vapore, si gelava nelle pareti del vagone.
Quando siamo arrivati a un certo punto hanno diviso il vagone, tutti gli uomini sono stati mandati a Flossemburg e le donne destinazione Ravensbrück, e le famiglie ebree avevan divise, le donne e i bambini con le donne su a Ravensbrück e gli uomini assieme agli altri uomini che poi da Flossemburg sono andati mi pare qualche tempo dopo a Dacau; Quando eravamo prima di arrivare a Berlino; poco tempo dopo siamo arrivati a Berlino c’è stato un gran bombardamento, si sentiva bombardare probabilmente bombardavano Berlino o fabbriche attorno, così, o ferrovie; e allora il treno, han fermato il treno, tutti i tedeschi sono scappati, dopo essersi assicurati che tutti i vagoni fossero ben chiusi, sono scappati per la campagna, perché loro avevano sacro terrore per i bombardamenti e così siamo stati lì fino a che non è finito tutto e abbiamo ripreso il viaggio e siamo arrivati lì, li alla stazione siamo discese, poi abbiamo fatto, scese dal treno, e fatto il viaggio a piedi, una camminata a piedi fino al campo di Ravensbrück; e siamo arrivati a questo grande portone, che si è aperto, e si è aperta quella specie di inferno che c’era dentro.


Lo scopo l’eliminazione della persona umana e iniziava appunto con questo, levarsi tutti i vestiti, nudi, togliersi tutto quello che si aveva addosso, qualsiasi cosa anche una forcina dei capelli, facciamo per dire, anelli, orologio, tutto quello che ognuno aveva e restavi così senza niente, avevano incominciato a tagliare capelli, di quelli belli lunghi, poi si vede che avevano fretta e ci hanno mandati avanti, alla doccia e invece la doccia non l’hanno aperta, potevano anche aprirla e gasarci tutte quante, no, noi non lo sapevamo; comunque non l’hanno aperta, neanche la doccia, l’acqua non è venuta, è venuta invece una donna con una grande pompa a spruzzarci ad innaffiarci con questa pompa d’acqua fredda, così quello sarebbe stato la doccia che ci ha fatto; poi senza asciugarci, ci hanno destinato, avevano preparato mucchietti di vestiti e ognuno a sorte, prendeva su un mucchietto per cui poteva capitare che magari ad una grande arrivava un vestito corto fino sul ginocchio, a me che avevo la fortuna di essere piccola mi andava bene perché più giù; e in seguito ci hanno dato il numero di matricola che dovevamo portare, le ebree il triangolo giallo e noi il triangolo rosso, politici rosso, ogni categoria di gente che si trovava nel campo aveva il suo triangolo che significava cos’era, poteva essere verde allora era un criminale comune; io avevo il numero 97323.
C’erano le baracche, tante baracche tutte messe ben in simmetria e dentro era l’orrore, perché c’erano due file di letti a castello a tre piani con pagliericci, per modo di dire pagliericci, perché erano cose ormai consumate da tempo, sporchi, luridi; e si doveva stare per starci tutte come le sardine in scatola, cioè testa piedi, senza potersi voltare o mettersi in posizione un po’ libera; si doveva sempre vedere da che parte stava la compagna vicina, per girare dall’altra parte; si dormiva vestiti perché se no, non avremmo più trovato niente; ed era, la notte era tremenda perché c’era, si sentiva gente, donne che si lamentavano, stavano per morire; la notte c’era tanta gente che moriva, particolarmente la mattina presto.
Allora poi i cadaveri venivano portati fuori, vestiti e svestiti veniva fatto il numero di matricola sul petto, e poi portati sui carretti, portati al crematorio dove venivano bruciati e presa e presa nota della loro morte, tutte morti naturali.
A Ravensbrück c’era più ghiaccio che neve ed un vento gelido e fuori la mattina facevano il cosiddetto appello, che significava contarci, la conta, ci mettevano, che durava moltissimo appunto, perché mancavano sempre qualcuna; allora andavano dentro a vedere, a svegliare se erano addormentate, ma quelle che erano, che non erano morte, erano quasi morte, allora le tiravano su perché respiravano e le spingevano in fila, le morte le lasciavano lì, calcolavano quante erano, torna a contare, insomma questa conta durava ore.
E poi le squadre di lavoro, facevano le squadre di lavoro, la squadra che doveva andare a prendere su le morte, la squadra che doveva andare a scaricar carbone, oppure una squadra di tante a tirare il carro dell’immondizia che era di ferro; insomma tutti lavori di questo genere, o fare la cernita degli oggetti, che chi entrava, i nuovi venuti, portavano via le valigie e tutto quanto; allora c’era la cernita degli oggetti che c’erano; anche lì impegnavano molta gente, molte di noi, per passarci e mettere a posto questa roba che erano vestiti, che erano scarpe da bambino, da grande, eccetera; perché dobbiamo calcolare che c’erano tanti bambini, che sono stati, finiti a Ravensbrück.
Naturalmente la fame era tremenda e più il tempo passava e più..., essere normali in un campo di quelli lì, significava avere sempre fame, di giorno e di notte, sognare sempre di mangiare e svegliarsi di soprassalto con la bocca asciutta; significava avere i pidocchi, scabbia e dissenteria, chi più chi meno, molte e molti anche, anche fra gli uomini si sa, morivano di dissenteria; quando l’avevano tanto forte veniva la febbre, non si veniva curate; c’era il cosiddetto revier, ma che mettevano lì o per amputare una gamba e poi magari morire o per fare qualche esperimento secondo la malattia che uno dimostrava di avere, e insomma andare in revier, si cercava di resistere anche ai malanni che ci potevano capitare pur di non entrare in questo ospedaletto dove non si sapeva se si usciva e come si poteva uscire; e questo era dall’alba al tramonto, no; meno male, diremo così, che d’inverno viene buio prima, ed io ho passato l’inverno lì dentro; e allora si ritornava in baracca, breve conta di quelle che mancavano, ma non mancava mai nessuno, seppure non moriva sul lavoro e poi si entrava in baracca, allora c’era un momento di tempo fra noi per incontrarsi e qualche volta si parlava un po’ di mangiare, sempre di mangiare, cosa avrebbe mangiato quando saremmo tornate a casa; beh comunque fame, freddo e questo era il ritmo della vita.
Una volta han pensato, noi però dopo quasi due mesi che eravamo, praticamente gennaio e febbraio, c’hanno chiamate a visita, allora la visita significava, via tutti i vestiti tre ore in una baracca dove passava il vento da tutte le parti, in fila e poi ti guardavano le mani, se avevi magari una cicatrice di non so, appendicite, allora ti scartavano; allora poi ci radunano tutte quante, dopo qualche giorno, hanno escluso le ebree, hanno escluso quelle molto anziane; viene il capitano delle SS, un capitano, che urlava come un ossesso. Parla, parla e in conclusione ci dice di andare a lavorare: volevano che fossimo noi volontarie ad andare a lavorare in una fabbrica dove potremo sperare di star meglio, cioè di dormire meglio, di mangiare un po’ di più e di sopravvivere; forse pensava che noi tutte quante accettassimo, ma noi - come dicevo, partigiane - certamente non ce la sentivamo di andare a lavorare, alla fine della guerra, per sostenere la guerra, no; e non abbiamo avuto bisogno neanche di contarci tra di noi, nessuna, nessuna si è alzata o ha detto, “vengo io”, eccetera; e allora il tedesco ha detto “morirete qui”: era una sentenza che non aveva fatto il calcolo che la guerra l’avrebbero persa presto, no?

(*) nota redazionale: "Rosina", come l'abbiamo sempre chiamata, è morta il 31 gennaio 2009: a suo tempo ci aveva donato il suo fazzoletto di deportata, che è stato collocato nel Museo di Ampezzo. Grazie, cara compagna.   

 


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