Katyn

 

 

Lo sguardo di George Sanford sul massacro di Katyn



Nel corso del processo del tribunale internazionale di Norimberga, da parte della delegazione sovietica venne presentata la proposta di comprendere fra i vari capi d'accusa degli imputati nazisti anche un massacro di ufficiali polacchi nella foresta di Katyn - oggi in Bielorussia - avvenuto nel 1941, dopo l'invasione tedesca dell'Urss.
Le delegazioni americana e britannica accantonarono tuttavia la proposta, ben sapendo che il massacro era in realtà avvenuto nel 1940, quando la zona di Katyn si trovava sotto l'occupazione sovietica.

Quella di Katyn fu quindi la vicenda di una responsabilità che i sovietici negarono sempre, ma che apparve invece perfettamente chiara fin dall'inizio ai polacchi, non appena ci si accorse che di un gruppo di circa quindicimila ufficiali e soldati polacchi nessuno era tornato. Quanto agli alleati occidentali dell'Urss, decisero di fingere di non sapere, almeno per durata della seconda guerra mondiale, e spesso anche dopo, per motivi di convenienza diplomatica.
Nel dopoguerra i comunisti polacchi (insediati al potere dai sovietici) dovettero fingere di credere alla versione sovietica - e cioè che il massacro era stato perpetrato dai nazisti - per ovvi motivi di «ragion di Stato».

George Sanford, uno studioso britannico di origine polacca, ha prodotto uno studio equilibrato ed esaustivo sull'intera vicenda, «Katyn e l'eccidio sovietico del 1940», tradotto in italiano da Maurizio Piperno Beer per Utet Libreria (pp. 207, €euro 24,50).

Fra l'altro, i resti delle vittime polacche di Katyn erano stati ritrovati già tra il 1942 e il 1943 dagli occupanti nazisti, che cercarono di farne un uso propagandistico. In seguito, sebbene dopo la fine della guerra le testimonianze dirette e indirette avessero reso evidente e inequivocabile ai polacchi, e agli alleati occidentali, la matrice sovietica del massacro, il silenzio ufficiale imposto alla società polacca sulla vicenda di Katyn fu totale e rappresentò uno dei tanti motivi del fallimento del sistema comunista in Polonia.

grazie a: il Manifesto 26/03/2009

 

Nell’Europa del 1940, quando l’URSS stalinista, dopo aver spartito la Polonia, invase e sconfisse la Finlandia, annesse i Paesi Baltici, e mentre la Germania nazista occupava i Paesi dell’Europa del Nord, costringendo la Francia a capitolare, e preparava l’invasione dell’Inghilterra, il destino dei prigionieri di guerra polacchi finì pressoché dimenticato dalla pubblica opinione. Solo alcune famiglie di ufficiali polacchi detenuti, che fortunatamente non erano state deportate, notarono che, nel marzo-aprile 1940, la corrispondenza con i loro parenti internati nei campi sovietici s’interruppe bruscamente e che le lettere ritornavano ai mittenti con un timbro postale “destinatario trasferito”.
Da un rapporto di Beria, ritrovato negli archivi segreti sovietici, «gli ufficiali prigionieri di guerra e gli agenti di polizia che si trovano nei campi tentano di continuare l’attività controrivoluzionaria, conducendo delle agitazioni antisovietiche ...». Il capo del NKVD dichiarò che «gli ufficiali dell’esercito polacco, gli agenti di polizia erano tutti nemici giurati del potere sovietico, pieni di odio verso il sistema sovietico»
La conclusione logica era che lasciarli in vita avrebbe gravemente nuociuto alla sicurezza dello Stato e che la loro eliminazione era la sola soluzione possibile.
Oltre a queste considerazioni riguardanti la sicurezza dello Stato, il massacro di Katyn è un caso di imperialismo e rientra nei tentativi secolari da parte dei russi di dominare la Polonia. L’URSS stava per invadere più della metà del territorio polacco e i dirigenti sovietici erano determinati a eliminare quei membri della nazione che, in futuro, avrebbero potuto condurre la lotta per la resurrezione della loro patria. Inoltre, non si deve sottovalutare un fattore psicologico: secondo diversi indizi, Stalin nutriva una avversione e una diffidenza particolare verso i Polacchi, ricordando l’umiliante sconfitta subita dall’Armata Rossa vicino a Varsavia nel 1920, nella quale egli aveva avuto una responsabilità diretta.
Il 22 giugno 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica e, nel luglio e agosto dello stesso anno, i territori in cui si trovavano i campi degli ufficiali polacchi furono occupati dai tedeschi.
 
Il massacro di Katyn è esemplare per due caratteristiche comuni a tutti i sistemi totalitari moderni del XX secolo: l’utilizzo sistematico del terrore di massa come mezzo di ordinaria amministrazione e il ruolo dell’ideologia come guida del terrore.
I sistemi totalitari tentano, così di creare una nuova società, utilizzando i metodi «scientifici» dell’igiene sociale e della «purificazione» dal «contagio borghese».
Il terrore ideologico, fondato sull’idea della purificazione della società dai corpi estranei e nocivi, dei parassiti sociali, definiti in base all’appartenenza di classe sociale antagonista o al gruppo etnico nemico, e l’uso della violenza rappresentano il denominatore comune del regime nazista e del regime stalinista. Ai loro inizi, si posero come obiettivo l’eliminazione fisica non solamente degli oppositori politici, ma anche di intere categorie di cittadini, considerati come avversari per la loro stessa esistenza: la distruzione di «nemici oggettivi» o dei «nemici del popolo», gli uni individuati in base alla loro provenienza etnica, gli altri dallo loro classe di provenienza.
Nel dibattito ancora aperto sui totalitarismi, il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico della politica di «pulizia di classe» come Auschwitz fu una «pulizia etnica».
 
Nella primavera del 1943, una commissione tecnica della Croce Rossa polacca giunse alla conclusione che il massacro era avvenuto nella primavera del 1940. La commissione polacca decise comunque di non pubblicare le sue conclusioni per non fare il gioco della propaganda nazista. L’unica copia del rapporto fu trasmesso al governo inglese che dichiarò il documento ultrasegreto e lo tenne nascosto per quarantacinque anni. Il rapporto venne pubblicato solamente nel 1989.
 
Dopo la guerra, a Norimberga, la corte, composta da giudici delle forze alleate vincitrici, decretò che, tenendo conto che il crimine non era stato eseguito dai tedeschi (il pubblico ministero sovietico si trovò di fronte una difesa agguerrita, capace di provare che il massacro di Katyn non era opera dei tedeschi), non aveva il mandato per eseguire una nuova inchiesta. Inoltre, il governo sovietico non riuscì a chiudere l’affare di Katyn, perché il tribunale lo escluse dalla sentenza finale per mancanza di prove.
 
Solamente nel 1990 Mikhail Gorbachev ammise la responsabilità sovietica del massacro.

grazie a: anpi-lissone, 8.6.2011