Scioperi antifascisti


Le prime lotte del 1942

Durante il regime fascista gli scioperi, naturalmente, erano assolutamente vietati, ma con lo scoppio della guerra le condizioni di vita dei lavoratori e in generale della popolazione erano sensibilmente peggiorate, soprattutto a causa dell'aumento dei prezzi, e ciò provocò un profondo malcontento, che progressivamente portò a veri e propri momenti di protesta.

Il primo sciopero - dopo molti anni - si ebbe a Carbonia, il 2 maggio 1942: la Carbosarda, approfittando del fatto di essere un'azienda militarizzata, aveva notevolmente aumentato i ritmi di lavoro, e i lavoratori si trovarono anche a dover far fronte all'impennata dei prezzi alimentari e degli affitti: militanti del PCI clandestino svolsero un'intensa attività di denuncia - così come stava avvenendo in numerose fabbriche italiane - e riuscirono ad organizzare la mobilitazione operaia.

Nel dopoguerra da più parti si è accusato il PCI di un atteggiamento "proprietario" nei confronti della Resistenza, quasi che i comunisti volessero apparire come gli unici protagonisti della lotta di liberazione; ci sono certamente stati atti di settarismo da parte del PCI, ma complessivamente la sinistra ha sempre cercato di mantenere una visione unitaria e patriottica.
In ogni caso è fuori di dubbio che il PCI svolse un ruolo decisivo, perchè, a differenza degli altri partiti messi fuori legge, seppe darsi una robusta rete clandestina e non cessò mai, anche nei momenti di più dura repressione, di lavorare fra la gente. E questa presenza non solo diede l'avvio alle prime lotte contro il carovita ma seppe dare loro un significato sempre più politico.

Il 26 maggio 1942 a Sesto San Giovanni, alcune centinaia di donne manifestarono per chiedere la distribuzione degli alimenti, protestare contro la scarsità del cibo e l'inflazione devastante: le organizzatrici vennero fermate e portate nelle carceri di Milano. Sempre a Sesto, nella settimana di Natale alla Ercole Marelli il Comitato per la pace e la libertà diffuse dei volantini per la mobilitazione contro la guerra che trovarono il consenso di molti operai.


Gli scioperi del marzo 1943

Nel 1943 la FIAT contava oltre 20mila addetti, e anche qui un agguerrito nucleo di militanti comunisti - circa 200 - fu il motore di un movimento che presto assunse caratteri di massa.

Gli scioperi incominciarono il 5 marzo 1943 e si diffusero in tutto il triangolo industriale, anche col contributo attivo di militanti socialisti, anarchici e del Partito d'Azione; tant'è che nelle prime settimane del 1943 si era costituito a Milano l'embrione del Comitato di Liberazione Nazionale.
La stampa clandestina, e in particolare l'Unità, svolse un ruolo molto importante nel diffondere le parole d'ordine antifasciste, e complessivamente furono oltre 100.000 i lavoratori che parteciparono alle lotte.
La prima fabbrica nell'area milanese che incominciò a scioperare fu, 22 marzo, il reparto bulloneria della Falck, e quando intervenne un gruppo di fascisti per riportare l'ordine gli operai reagirono duramente.
Tra il 25 e il 30 marzo ci furono scioperi sia nelle fabbriche minori dell'hinterland milanese sia soprattutto nelle grandi fabbriche: Breda, Pirelli, Ercole Marelli, Broggi, Magneti Marelli, Magnaghi, Isotta Fraschini, Borletti, Face, Caproni, Motomeccanica, OLAP e TIBB. Al Cotonificio Dell'Acqua di Legnano intervenne Tullio Cianetti, sottosegretario del Ministero delle corporazioni, che inutilmente cercò di sedare la protesta: fu preso a sassate dopo aver minacciato le operaie.
Alla Borletti le operaie della spoletteria zittirono Eduardo Malusardi, gerarca del sindacato fascista milanese, che era accorso con tre camion di poliziotti per reprimere le dimostrazioni.
Nel milanese vennero arrestati 50 scioperanti che furono processati dal Tribunale militare territoriale di Milano e liberati nell'agosto del 1943 dopo la caduta del regime; alcuni dirigenti antifascisti vennero arrestati e deportatati nei lager; morì a causa delle torture dell'OVRA Luigi Tavecchio nel carcere di San Vittore; l'organizzatrice degli scioperi e partigiana Gina Galeotti Bianchi venne uccisa dai tedeschi il giorno della liberazione nei pressi del Niguarda.

Gli scioperi furono al centro della riunione del direttorio del Partito Nazionale Fascista a Palazzo Venezia: Mussolini decise di rimuovere Carlo Scorza dalla guida del Partito e sostituì il Capo della Polizia, avendo constatatoil l'incapacità del partito e delle autorità di capire quanto stava per succedere.

 

Scioperi del marzo '44

ll 1° marzo 1944 i lavoratori delle fabbriche delle regioni italiane ancora sotto il controllo di tedeschi e fascisti scendono in sciopero: per una settimana la grande industria italiana si ferma e così la produzione per la Germania.

Epicentri del grande movimento di lotta sono Torino e Milano, dove gli operai vivono ormai in condizioni di estrema precarietà e sono perennemente sottoposti alla minaccia - che per molti di loro diventa realtà - della deportazione. In Piemonte, soprattutto a Torino, entrano in sciopero i lavoratori della FIAT, di tutte le aziende collegate e di molte altre, mentre in Lombardia quelli dell'Alfa Romeo, della Breda, della Ercole Marelli, della Falck, della Innocenti, della Isotta Fraschini, della Dalmine e di altre.
Alla protesta partecipano anche gli operai toscani delle Officine Galileo e della Pignone, e in Emilia Romagna quelli delle Officine Meccaniche Reggiane e della Ducati. A Genova, che dovrebbe essere un altro degli epicentri dello sciopero, l'agitazione invece riesce solo parzialmente. 

Negli stabilimenti che partecipano alla protesta operano varie strutture clandestine: CLN aziendali, Gruppi di difesa della donna, SAP.

A Torino, dove le proteste post-armistiziali sono iniziate nel novembre e proseguite nel dicembre 1943, e poi nei mesi di gennaio e febbraio 1944, lo sciopero generale scatta nonostante le “ferie” imposte dalle autorità di governo piemontesi il 29 febbraio.
Il 1° marzo, con tutte le fabbriche ferme, il capo della provincia, Paolo Zerbino, ordina la ripresa del lavoro, minacciando la chiusura degli stabilimenti, con conseguente perdita delle retribuzioni, arresti e deportazioni, licenziamenti e annullamento dell'esonero per i lavoratori che hanno l'obbligo del servizio militare. Ciononostante lo sciopero continua, coinvolgendo anche le maestranze di stabilimenti minori, almeno fino al 6 marzo. Le formazioni partigiane delle valli vi partecipano interrompendo alcune linee di collegamento. La conclusione definitiva dello sciopero, stabilita dal comitato di agitazione interregionale, avviene l'8 marzo, quando il lavoro riprende. 

Anche a Milano e in tutta la sua area industriale - già interessata da settimane di proteste nel dicembre 1943 e gennaio 1944 - lo sciopero assume subito un carattere generale. Accanto agli operai delle fabbriche, si fermano dal 2 al 4 marzo i tranvieri, che paralizzano il trasporto pubblico della città. In Lombardia si calcolano in totale circa 350.000 scioperanti (cfr. P. Secchia - F. Frassati, Storia della Resistenza. La guerra di Liberazione in Italia 1943-1945, Ed. Riuniti, 1965, vol. I, p. 475).

La repressione è molto dura: minacce di morte, arresti, deportazioni: sono più di cento gli operai della FIAT finiti in Germania, quattordici quelli della Innocenti (dodici non torneranno), undici quelli della Ercole Marelli (tre non torneranno) - ma l'organizzazione dello sciopero riceve il sostegno del CLNAI e alle rivendicazioni economiche si affiancano subito anche quelle politiche, contro la guerra e l'occupazione nazifascista. 

Quello del marzo 1944 è il primo e solo grande sciopero generale avvenuto nell'Europa occupata dal nazifascismo: l'elemento della lotta operaia e di classe si affianca a quello della lotta partigiana, e ciò determina una delle specificità principali della Resistenza italiana nel contesto di quella europea. 

Le rivendicazioni degli scioperanti sono sì di carattere economico, ma hanno un forte significato politico poiché l'insubordinazione contro l'occupante tedesco ed il suo alleato fascista si collegava direttamente alla lotta armata. L'obiettivo immediato delle lotte è la cessazione delle deportazioni di manodopera e dei trasferimenti di macchinari e impianti in Germania; attraverso tali rivendicazioni si punta a sospendere o ridurre al minimo la produzione di guerra. Oltre a ciò, si chiede il blocco dei prezzi dei generi alimentari, l'aumento dei salari e delle razioni, il pagamento delle gratifiche già concesse.

Nonostante gli scarsi risultati materiali, gli scioperi sono un segnale inequivocabile per la RSI e gli occupanti nazisti. Essi rappresentano uno spartiacque, a partire […] da una contraddizione di fondo: le agitazioni operaie risultano un grande successo sul piano organizzativo e politico poiché la mobilitazione operaia appare senza precedenti e trova un sostegno uniforme da parte di tutte le forze del Cln; nondimeno il suo sviluppo è incerto e i risultati limitati in quanto le rivendicazioni avanzate si concretizzano in modo assai parziale (B. Maida, Scioperi, in Dizionario della Resistenza, Einaudi, 2000).

Pietro Secchia

Gli scioperi del marzo 1943


Quegli scioperi scoppiati non a caso il 5 marzo 1943 segnarono una svolta decisiva nella lotta contro il fascismo che accusò il colp , furono la scesa in campo della classe operaia in modo possente e decisivo. Poiché, se è vero che durante il ventennio fascista non erano mancati scioperi, fermate di lavoro, agitazioni, si era sempre trattato di movimenti locali e parziali riguardanti alcune fabbriche, ora in questa, ora in quest'altra città. Essi ferivano la «legalità» fascista, ma non riuscirono mai a spezzarla, come la spezzarono gli scioperi del marzo 1943.

Senza sottovalutare il duro, lungo, difficile lavoro di chi li aveva organizzati (2), non si possono vedere quegli scioperi al di fuori del quadro degli sviluppi della situazione internazionale, delle battaglie sui vari fronti e delle loro ripercussioni in Italia.

Non si può ignorare o dimenticare che la vittoria definitiva di Stalingrado porta la data del 2 febbraio 1943 e che un mese dopo scoppiano gli scioperi di Torino e di Milano. Lo riconobbe perfino Mussolini che, nel suo discorso al Direttorio fascista riunito il 17 aprile, disse:

«Quanto è accaduto è sommamente deplorevole. Questo episodio sommamente antipatico [si riferisce agli scioperi di Torino e Milano] che ci ha fatto ripiombare di colpo vent'anni addietro, bisogna inquadrarlo nell'insieme della situazione internazionale e cioè nel fatto che l'avanzata dei russi pareva ormai irresistibile e che quindi il "baffone" (così è chiamato negli ambienti operai Stalin) sarebbe arrivato presto a "liberare" l'Italia». (3)

L'«Unità» del 31 gennaio 1943 portava a piena pagina il titolo: « Le grandi vittorie dell'Esercito Rosso avvicinano il momento del crollo hitlero-fascista». E l'«Unità» del 20 febbraio, sempre in prima pagina, titolava: «L'Esercito Rosso lottando per la liberazione dell'URSS lotta per la libertà di tutti i popoli oppressi». L'articolo di fondo incita «tutti a partecipare al Fronte Nazionale d'Azione per muovere all'attacco e organizzare senza indugio la lotta aperta contro il fascismo». Infine l'«Unità" del 28 febbraio (cinque giorni prima dello scoppio degli scioperi di Torino) porta sull'intera pagina il titolo: «Commemoriamo il XXV anniversario dell'Esercito Rosso iniziando in Italia la lotta armata per la pace e la libertà».

I primi mesi del 1943 segnarono per l'Italia l'ora della riscossa. Dopo le vittorie dell'Esercito Rosso sul Fronte Orientale, la distruzione dell'Armir, i successi delle armate anglo-americane in Tunisia, le menzogne della stampa fascista non riuscivano più a celare la realtà agli italiani. La resa dei conti per Mussolini e i suoi complici si avvicinava.

L'inizio dei possenti bombardamenti della Raf su numerose città e centri vitali del nostro paese faceva pesare più direttamente su tutta la popolazione gli orrori della guerra e toccare con mano la dura realtà della disastrosa e infame politica del fascismo. Il bagliore degli incendi illuminava tragicamente le notti delle nostre città bombardate (il fascismo non aveva potuto predisporre neppure una efficace difesa e un adeguato sfollamento delle popolazioni). Ogni giorno aumentava la fuga dalle organizzazioni fasciste: dal 28 ottobre 1942 all'11 marzo 1943 oltre due milioni di italiani (secondo i dati ufficiali) non avevano rinnovato la tessera del partito fascista, gli iscritti alla Gioventù del Littorio erano scesi da nove milioni a quattro milioni, le iscritte ai fasci femminili da oltre un milione a 350 mila, e così via.

Questa fuga in massa di coloro che volenti o nolenti erano stati irreggimentati nelle organizzazioni fasciste indicava chiaramente che gli italiani aprivano gli occhi, non avevano più paura, e che il terrore dell'Ovra non riusciva più a contenere la ribellione. La caldaia era in ebollizione.

Le leggi sulla mobilitazione civile e sulla militarizzazione degli operai che sottoponevano i lavoratori a uno sfruttamento bestiale, il carovita in continuo aumento e i bombardamenti che talvolta colpivano le officine erano tutti elementi i quali, aggravando la situazione, creavano facile terreno a organizzare quelle lotte e quegli scioperi che malgrado l'impegno e gli sforzi non si erano potuti organizzare prima.

Infatti, se fin dal giugno 1941 Palmiro Togliatti con i suoi appelli quotidiani da radio Mosca aveva indicato agli italiani la via da seguire, incitandoli alla ribellione, agli scioperi e alla lotta; se fin dai primi mesi del 1942 lanciava appelli alla lotta armata e alla guerriglia partigiana, è soltanto nel marzo 1943 che scoppiarono i grandi scioperi di Torino e di Milano.

L'epica battaglia di Stalingrado, conclusasi il 2 febbraio alle ore 16 con la completa distruzione della VI Armata tedesca e con la capitolazione di Von Paulus, non fu soltanto, come tutti gli storici riconoscono, la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale, ma mutò le sorti stesse del conflitto, fu il segnale decisivo che percorse da un capo all'altro l'Europa.

Il 5 marzo gli operai della FIAT, guidati dai loro comitati segreti, iniziarono lo sciopero. La notizia si diffuse con la velocità del fulmine in tutti gli altri stabilimenti della città e della regione. Nei giorni successivi lo sciopero si allargò ad altre fabbriche. Al sesto giorno Mussolini, nell'impossibilità di piegare la decisa volontà dei lavoratori e degli antifascisti, cercò di far soffocare il movimento con la violenza. Fu come buttare benzina sul fuoco. Dal 16 marzo ai primi di aprile lo sciopero si estese rapidamente a tutti i centri principali del Piemonte, ad Asti e nel Biellese (4), a Milano e in Lombardia, minacciando di dilagare negli stabilimenti della Liguria, della Venezia Giulia e dell'Emilia.

Le celebrazioni degli scioperi di Torino e di Milano del marzo 1943 segnano dunque a buon motivo l'inizio del trentennale della Resistenza anche perché indicano che quando gli operai scendono in campo uniti, la loro lotta acquista un peso decisivo. Se gli scioperi di Torino e di Milano (organizzati dai comunisti, ma vi parteciparono operai di ogni corrente politica e senza partito, lavoratori anziani e giovani delle nuove generazioni cresciute negli anni del fascismo) non furono decisivi per l'abbattimento immediato del regime, gli assestarono un durissimo colpo; essi furono una di quelle «spallate», come si dice, con le quali si mutano le situazioni. Ebbero i loro limiti, perché quegli scioperi non andarono oltre Torino, Milano e alcune località del Piemonte e della Lombardia: perché forte fu la repressione seguitane (oltre 900 gli arrestati) e perché, come ha scritto Roberto Battaglia:

«Nel resto d'Italia manca ancora la possibilità di organizzare le masse popolari nell'urto decisivo, infinitamente minore è il peso della classe operaia, i gruppi antifascisti agiscono ancora in superficie e non in profondità. Tanto che si può affermare che già agli albori della Resistenza, si riveli in tutta la sua gravità il problema storico del dislivello e dello squilibrio tra le due Italie». (5)

Tuttavia non se ne può sottovalutare l'importanza ed è giusto considerarli come l'inizio della Resistenza, anche se a quegli scioperi seguì una «stasi» e fu chiaro che, per abbattere il fascismo, occorreva allargare l'unità ad altre forze politiche, occorreva che altri si muovessero.


NOTE:

1) Scriveva Farinacci a Mussolini nell'aprile 1943: «Ho vissuto, stando naturalmente nell'ombra, le manifestazioni degli operai di Milano. Ne sono rimasto profondamente amareggiato come fascista e come italiano. Non siamo stati capaci né di prevenire né di reprimere ed abbiamo infranto il principio di autorità del nostro regime. [...] Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna. Il contegno degli operai di Abiategrasso di fronte a Cianetti è eloquente, come è eloquente la fioritura del manifestini stampati alla macchia che danno alle manifestazioni un carattere deliberatamente e preordinatamente antifascista.

[...] Bisogna correre ai ripari e imporre agli organizzatori, del centro e della periferia di vivere non già nei grandi e meno grandi loro ministeri fra segretari e dattilografe ecc.. ma a contatto con le masse. [...] Il partito è assente e impotente. Ora avviene l'inverosimile. Dovunque, nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica e si inveisce contro il regime e si denigra non più questo o quel gerarca, ma addirittura il Duce. E la cosa gravissima è che nessuno più insorge. Anche le questure rimangono assenti, come se l'opera loro fosse ormai inutile». Archivio Centrale di Stato. Collezione Farinacci a Mussolini, riportato in parte da F. W. Deakin in Storia della Repubblica di Salò, Torino 1963. pag. 228

A proposito di questure e polizia ormai assenti, scrive Guido Leto, il capo dell'Ovra: «Ma com'era possibile usare maniere forti quando tutto crollava intorno? La polizia non era affatto collusa né col nemico né con l'antifascismo; faceva come sempre il suo dovere, ma non si estraneava dalla realtà vivente del paese». Da G. Leto: Ovra, Fascismo e antifascismo, Bologna 1951, pag. 248

2) Tra i principali organizzatori degli scioperi di Torino vi furono: Umberto Massola, Amerigo Clocchiatti, Leo Lanfranco, Luigi Leris, Ermete Bazzanini, Giuseppe Gaeta, Luciano Moglia, Giorgio Carretto e altri ancora. Sugli scioperi di Torino si veda Umberto Massola, Marzo 1943 ore dieci, Edizioni di cultura Sociale, Roma, 1950; Giorgio Vaccarino, Il movimento operaio a Torino nei primi mesi della crisi italiana, Ist. Nazionale Storia Movim. Liberaz., Milano 1953; Raimondo Luraghi, Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, Torino 1958.

Tra gli organizzatori degli scioperi di Milano vi furono Giuseppe Gaeta, Pietro Francini, Felice Cassani, Ettore Gobbi, Cocchi, Marzorati, Migliorini, Facchetti, Cremonesi, Virgilio Seveso, Luigi Spinelli, Angelo Leris, Tavecchia, Martinini, Attilio Bietoli, Giosuè Casati e altri ancora.

3) A.C.S. riportato in parte da F. W. Deakin in Storia della Repubblica di Salò, Torino 1963

4) Nel Biellese gli organizzatori degli scioperi che scoppiarono dal 29 marzo al 6 aprile furono Guido Sola, Benvenuto Santus, Mario Graziola, Pasquale Finotto, Edovilio Caccia, Domenico Bricarello, Alba Spina, Amalia Campagnolo, Mario Mainelli, Libero Coppo, Anna Pavignano, Ergenite Gili, Annibale Caneparo, Marco Ferrarone, Leonardo Cerruti, Oscar Meinardi, Giuseppe Maroino, Remo Pella, Corrado Boschetti, Imero Zona, Lorenzo Bianchetto, Ercole Ozino, Giovanni Pastore, Aurelio Bussi, Carlo Bertolini e altri ancora.

5) Roberto Battaglia, Storia della Resistenza Italiana, Torino, pag. 52

da Lotta antifascista e giovani generazioni, La Pietra, 1973