Susanna Ripamonti

Porrajmos

 

 

 

Si potrebbe cominciare con un sondaggio: quanti sono i nostri lettori (e parlIamo quindi di un campione qualificato) che conoscono il termine Porrajmos? Probabilmente non ci sbagliamo supponendo che solo una piccola minoranza sappia che è l'equivalente, in lingua romanès, di Shoah.
Significa annientamento, distruzione, divoramento e si riferisce a quella particolare forma di martirio che subirono Rom e Sinti deportati dai nazifascisti nei campi di sterminio.

Anche le cifre di questo massacro sono vaghe. Gli inquirenti incaricati di predisporre gli atti di accusa del processo di Norimberga, contro i criminali nazisti, non sono riusciti a valutarne con precisione l'entità: cinquecentomila, forse un milione, furono gli «zingari» (noi sedentari li chiamiamo così, negando la loro stessa dignità di popolo) uccisi e perseguitati nei lager e nei territori occupati di tutta Europa, Italia compresa.
Alla Bicocca, Facoltà di Sociologia, si sono tenuti un convegno, una mostra fotografica e la presentazione di un libro e di un documentario sul Porrajmos dimenticato o forse mai emerso nella memoria e nella consapevolezza collettiva.
Ma rimosso anche dalle vittime di questo olocaustoo
E proprio da questa rimozione parte il documentario, registrando l'oblio che i depositari della memoria storica oppongono al tentativo dei più giovani di indagare ed elaborare il dramma della persecuzione.


L'obiettivo del convegno, organizzato non a caso a ridosso dell'anniversario della Liberazione, sembra essere proprio quello di rompere questo silenzio che si riscontra a tutti i livelli: istituzionale, accademico, storico.
«I silenzi generano incubi - dicono Francesco Scarpelli e Paolo Poce, autori del filmato - e questo documentario ha il fine di fare un primo passo verso la conoscenza, in un approccio che è prima storiografico e documentario, ma che arriva alla storia diretta ed ai ricordi di chi ha vissuto quelle tragiche esperienze.»
E a giudicare da tesi di laurea e seminari che hanno per oggetto questo capitolo dimenticato della nostra storia recente, si direbbe che l'Università, a sessant'anni dall'olocausto, abbia deciso di cominciare a scrivere la storia dimenticata e feroce dello sterminio degli zingari.
Un indicatore di questo prolungato silenzio può essere il fatto che addirittura fu negato, ben prima di qualunque deformazione operata dal revisionismo storico, lo stesso carattere razziale della persecuzione nei confronti di Rom e Sinti, per molto tempo spacciata come azione di polizia, che aveva come obiettivo la repressione di criminalità e asocialità.
E nella Germania liberata, la discriminazione nei confronti dello sterminio nazista venne perpetuata anche nel momento in cui si dovette provvedere ai risarcimenti. Michail Krausnick, riferendosi alla città di Karlsrohe, riporta il rapporto - del 14 settembre 1945 - fatto dalle autorità cittadine e locali responsabili degli aiuti ai perseguitati, offerti tramite la pubblica assistenza, nel quale vengono indicate le cifre massime concesse: prigionieri politici 229 marchi, ebrei 263 marchi, religiosi 283 marchi, zingari 42 marchi. Uno zingaro perseguitato, valeva meno, molto meno di chiunque altro.

Eppure non dovrebbero esserci dubbi sul carattere razzista (e non di ordine pubblico ingjustificato) della persecuzione del popolo dei Rom.
Il professor Hans Gunther, uno dei principali scienziati razziali, rìisolse «brillantemente» i dubbi sulla loro presunta inferiorità, che provenivana dal fatto che, ironia della sorte, era accertata la loro origine nordica.
«Gli Zingari - scrisse - hanno effettivamente mantenuto alcuni elementi della loro origine nordica, ma essi discendono dalle classi più basse della popolazione di quella regione. Nel corso della loro emigrazione hanno assorbito il sangue delle popolazioni circostanti, diventando quindi una miscela razziale di Orientali e Asiatici occidentali con aggiunta di influssi Indiani, Centroasiatici ed Europei
Anche in Italia, l'assenza di una specifica legislazione razziale che riguardasse gli zingari, non cambia il segno della persecuzione attuata nei loro confronti. Gli estensori delle leggi razziali lasciarono ampia
discreziona!ità nell'applicazione estensiva delle leggi che riguardavano gli ebrei, aprendo il varco alla deportazione dei Rom, attuata con una serie di ordinanze successive al '38.

Il convegno della Bicocca ripercorre la storia di questo popolo storicamente considerato come un corpo estraneo, dalle istituzioni, ma anche nelle rapprentazini sociali, nella coscienza collettiva.
Il primo provvedimento di espulsione di «mori, ebrei e zingari» (storie che come si vede, sono da sempre intrecciate) risale alle Spagna quattrocentesca e coincide con la creazione degli Stati nazionali.
Ma ancora oggi la presenza dei Rom è mal tollerata o accettata solo a condizione di una disponibilità all'integrazione, alI'inserimento, alla rinuncia alla propria diversità culturale. In certi land tedeschi vigono ancora norme razziste che vietano la circolazione e la sosta delle loro carovane. E in qualunque angolo d'Ita!ia la presenza di un campo nomadi in una periferia urbana è considerata come una iattura e un pericolo da esorcizzare. Basti pensare all'iniziativa del sindaco leghista di Cernusco sul Naviglio, alle porte di Milano, che pochi anni fa cercava volontari disposti, dietro compenso (2.500 euro) a spargere liquame in un campo nomadi, per costringere alla fuga i rom che avevano scelto il territorio comunale come base.
Presentando il convegno, gli organizzatori parlano della principale difficoltà in cui si sono imbattuti, che è stata la distinzione tra storia e memoria: storia come ricostruzione del passato, memoria che si proietta sul presente. Ma c'è una difficoltà anche storiografica, dovuta alle molte lacune delle fonti scritte, istituzionali e al fatto che la memoria storica dei Rom è affidata alla tradizione orale. E dunque minacciata dall'oblio.

Si tratta dunque di cominciare a ricostruire, a documentare, a conoscere per non dimenticare.
«Per ricordare - scrivono Francesco Scarpelli ed Erika Rossi - a 60 anni dal Porrajmos, che la nostra civiltà ha il dovere di sorvegliare, di non rimuovere le proprie responsabilità e soprattutto di avere ben presente che esiste un universo umano, degno di rispetto, anche dietro all'espressione zingaro."
Un'espressione che alla fine, con l'ironia di chi viaggia e conosce, loro stessi hanno imparato ad accettare, anche se preferiscono chiamarsi Sinti, "che contiene la radice della più antica provenienza (indiana) o Kalè, usato ancora in Spagna e in India. E soprattutto Rom, che non vuoI dire nomade, ma uomo libero

da l'Unità, 17.04.05