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La
guerra italiana 1940-1943
L'8
settembre 1943 l'Italia pagò fino in fondo il prezzo della guerra
voluta, condotta e persa senza attenuanti dal regime fascista.
Per
vent'anni il regime fascista aveva proclamato che il suo primo obiettivo,
la sua missione storica era fare dell'Italia una grande potenza grazie
alla mobilitazione di tutte le energie nazionali. Lo aveva ribadito con
una propaganda martellante e articolata, che dalle scuole e dalle organizzazioni
giovanili fasciste raggiungeva e inquadrava gran parte della popolazione.
La trionfale conquista dell'Etiopia e la proclamazione dell'Impero nel
1936 sembrarono confermare il successo della politica di Mussolini. La
realtà era ben diversa: l'Italia era un paese semi-industrializzato
e povero, che poteva competere con le maggiori potenze soltanto a livello
di propaganda. Nella seconda metà degli anni Trenta, mentre la
guerra mondiale si avvicinava e Germania, Gran Bretagna e Francia dedicavano
somme colossali al riarmo, i bilanci delle forze armate italiane diminuivano
in termini reali, perché le limitate risorse disponibili venivano
spese in Etiopia e in Spagna per la ricerca di un prestigio illusorio,
molto piú alto e fragile delle reali possibilità del paese.
Nel
1939-1940, quando le aggressioni tedesche scatenavano il conflitto mondiale,
Mussolini dovette convenire con i suoi capi militari che l'Italia non
era in grado di affrontare una guerra all'altezza delle ambizioni e della
propaganda del fascismo. Il dittatore tuttavia non poteva restare fuori
del conflitto mondiale senza perdere la faccia e mettere in discussione
il ruolo e il consenso del suo regime. Con l'appoggio dei capi militari
ripiegò quindi su un rischioso gioco d'azzardo: puntò tutto
su una rapida e definitiva vittoria di Hitler (il grande successo tedesco
contro la Francia sembrava determinante) e il 10 giugno 1940 decise l'intervento
italiano nel conflitto in tempo utile per salire sul treno dei vincitori
e reclamare la sua parte di bottino.
Si
noti che le forze armate italiane, pur non potendo competere con quelle
tedesche o britanniche, erano in grado di giocare un ruolo di rilievo
in una guerra di coalizione. Tuttavia l'"Asse" italo-tedesco
non fu mai una vera alleanza, con un impiego concordato delle risorse
e una pianificazione comune delle operazioni, perché Hitler e i
suoi generali non intendevano spartire con l'Italia il loro successo,
né il dominio sull'Europa, mentre Mussolini non poteva accettare
il ruolo subordinato che gli veniva riservato. Decise quindi che l'Italia
doveva condurre una "guerra parallela"
(la definizione è di Mussolini) a quella tedesca, mirando soltanto
a costituire una propria sfera di influenza nel Mediterraneo. In questa
prospettiva l'obiettivo dato alle truppe italiane in Africa settentrionale
era di penetrare in Egitto non per battere le forze britanniche, ma per
poter reclamare il possesso del paese dopo la vittoria tedesca sulla Gran
Bretagna. Quale grado di superficialità e avventurismo avesse questa
politica fu dimostrato dall'aggressione italiana alla Grecia il 28 ottobre
1940, scatenata per sostenere gli interessi italiani nei Balcani sul presupposto
che i greci non si sarebbero battuti, mentre invece si difesero con grande
energia e valore infliggendo alle nostre truppe una serie di dure sconfitte
e ritirate.

Nel
gennaio del 1941 la "guerra parallela" era finita: la vittoria
finale tedesca era rinviata, le forze britanniche avevano acquisito un
netto predominio in Africa settentrionale e nel Mediterraneo, mentre in
Albania l'esercito italiano riusciva a fatica a contenere i greci, ma
non a ricacciarli indietro. Fu l'intervento tedesco nei primi mesi del
1941 a evitare il crollo italiano, con le forze aeree di Kesselring nel
Mediterraneo e quelle motocorazzate di Rommel in Africa settentrionale,
poi l'invasione della Jugoslavia e della Grecia. Le sorti del regime fascista
e della sua guerra dipendevano ormai dall'appoggio tedesco, concesso come
e quando conveniva a Hitler: quella di Mussolini era diventata una guerra
subalterna, le forze italiane dovevano logorarsi nel Mediterraneo e in
Africa settentrionale contro i britannici e nell'occupazione di vaste
regioni jugoslave e greche, lasciando ai tedeschi la direzione delle operazioni,
il prestigio dei successi e la maggior parte dei guadagni futuri. L'invio
di un corpo d'armata italiano in Russia nel 1941, poi di un'armata nel
1942 è significativo: non si trattava più di difendere un
ruolo autonomo dell'Italia, ma soltanto il posto di Mussolini come primo
dei vassalli di Hitler.
Il
saggio di Enzo Collotti in questo volume ripercorre con una puntuale documentazione
uno degli aspetti più significativi della guerra "subalterna":
l'incapacità del regime fascista di difendere le sue posizioni
in Jugoslavia ed in Grecia dinanzi alla protervia con cui la Germania
sosteneva i suoi interessi economici e politici. 165000 soldati italiani
impiegati nell'occupazione di vasti territori balcanici e nella logorante
repressione della resistenza popolare contavano bèn poco dinanzi
alla superiorità militare ed economica tedesca ed al bisogno assoluto
che Mussolini aveva dell'appoggio di Hitler per tenere in piedi la sua
dittatura.
Il
fallimento della guerra fascista non deve far dimenticare che le forze
armate italiane continuarono a battersi per tre anni al limite delle loro
possibilità. Il regime si rivelava incapace di mobilitare le forze
morali e materiali della nazione, ma supplivano valori tradizionali come
patriottismo e senso del dovere, obbedienza dei soldati e forza dell'istituzione
É noto il buon comportamento nel 1941-1943 delle forze motocorazzate
italiane in Africa settentrionale, che potevano contare su mezzi non troppo
inferiori a quelli tedeschi e inglesi. Dovrebbero però essere piú
studiate le vicende delle divisioni nei Balcani nel 1940-1943, che rappresentavano
all'incirca la metà delle grandi unità dell'esercito. Il
saggio di Giorgio Rochat in questo volume narra sinteticamente la storia
della divisione Acqui, una divisione di fanteria "media " per
efficienza e vicende fino all'estate 1943, con le carenze di addestramento
e inquadramento caratteristiche dell'esercito italiano, che pure si portò
bene nella guerra contro la Grecia e nella successiva occupazione delle
isole ioniche. Il saggio vale come rivendicazione di queste pagine dimenticate
della guerra italiana e come ricordo appunto del carattere "medio"
della Acqui, che nel settembre 1943 decise di combattere contro i tedeschi,
mentre gran parte dell'esercito si arrendeva o disperdeva, non perché
fosse un'unità sceltissima e particolarmente motivata, ma perché
le circostanze le permisero di scegliere una resistenza, che invece negarono
alle altre divisioni dell'esercito (come verrà in seguito illustrato).
La crisi del 1943
Nella
primavera 1943 la situazione italiana era irrimediabilmente compromessa.
La battaglia di Stalingrado aveva rovesciato l'andamento
della guerra in Russia e tolto ai tedeschi la possibilità di disporre
di forze adeguate nel Mediterraneo, dove gli anglo-americani avevano ormai
una superiorità schiacciante. E i grandi scioperi operai di Torino e Milano nel marzo 1943 avevano dimostrato che la dittatura
non era più in grado di imporre consenso né repressione.
La guerra fascista finiva in un disastro (il 10 luglio gli anglo-americani
sbarcarono in Sicilia senza quasi incontrare resistenza dalle forze italiane),
il primo passo per uscirne era la liquidazione di Mussoliní, che
di questa guerra era responsabile e simbolo, tanto che gli anglo-americani
dichiaravano di non voler trattare con lui. Il re ed i capi militari,
con l'appoggio dei gerarchi fascisti meno ciechi, si convinsero perciò
a destituirlo il 25 luglio, suscitando grandi manifestazioni
di giubilo della popolazione e l'indolore squagliamento delle organizzazioni
fasciste che avevano perso ogni credibilità.
Il
secondo passo era la resa agli anglo-americani. Il nuovo governo retto
dal maresciallo Badoglio aprì trattative segretissime e ricche
di equivoci (Badoglio si illudeva di ottenere una resa condizionata e
un appoggio contro i tedeschi). Il 3 settembre fu firmato a Cassibile,
vicino a Siracusa, l'armistizio che divenne pubblico
e operante la sera dell'8 settembre, poche ore prima dello sbarco anglo-americano
a Salerno. Si trattava di una resa senza condizioni che però implicava
il riconoscimento e la continuità del regno d'Italia e del governo
Badoglio e lasciava aperta la porta ad una collaborazione nella guerra
contro la Germania.
Restava
il terzo passo, il più costoso: la rottura dell'alleanza con la
Germania. Nessuno poteva illudersi che Hitler avrebbe permesso un'uscita
consensuale dell'Italia dal conflitto: oltre alla difesa del prestigio
del Reich e al desiderio di vendetta contro l'alleato che si
arrendeva, giocavano concreti interessi economici e militari, che imponevano
alla Germania di fermare quanto più a sud possibile l'avanzata
anglo-americana in Italia e di mantenere il controllo dei Balcani. E i
rapporti di forza complessivi stavano dalla parte tedesca: gli anglo-americani
(diminuiti dalla sottrazione di truppe e materiali per la preparazione
dello sbarco decisivo in Francia nel 1944) impegnavano tutte le loro risorse
nel successo dello sbarco di Salerno e dell'occupazione dell'Italia meridionale,
senza riserve per altri teatri per loro di secondario interesse. I tedeschi
invece erano in grado di concentrare temporaneamente le truppe necessarie
per obiettivi assolutamente vitali come il disarmo delle forze armate
italiane, il ricupero dei loro materiali, l'occupazione della pianura
padana e il dominio dei Balcani, con un'accurata preparazione iniziata
sin dalla fine di luglio.
Le
forze italiane nei Balcani, nella Francia meridionale e nell'ltalia centro
-settentrionale, quasi tutte di mediocre preparazione e orientate a compiti
statici di presidio e occupazione, per di più del tutto impreparate
ad un rovesciamento di alleanze, erano quindi destinate a essere sopraffatte
da quelle tedesche e avviate in massa alla prigionia. Era appunto il prezzo
della guerra fascista che forze armate e paese dovevano pagare, un prezzo
davvero pesante. Non era però scritto che dovesse essere pagato
in modo così disastroso e umiliante.
Il re, Badoglio, i generali
Ambrosio e Roatta, che in quei giorni costituivano il ristretto vertice
decisionale (gli esponenti politici erano stati emarginati, al punto che
gli stessi ministri del governo Badoglio furono dimenticati a Roma senza
istruzioni), ossessionati dalla conservazione del segreto sulle trattative
di resa e peraltro già paghi del riconoscimento che a loro veniva
dalla firma dell'armistizio, lasciarono senza alcuna direttiva le forze
armate e il paese in un momento così drammatico e si preoccuparono
soltanto della loro salvezza personale.
La
disordinata fuga del 9 settembre verso Pescara e poi
i porti pugliesi delle più alte autorità e di un centinaio
di cortigiani e generali, tutti dimentichi delle loro responsabilità
verso il paese ed i soldati, costituisce la pagina più brutta della
guerra italiana e la dimostrazione del degrado morale delle alte gerarchie
in vent'anni di dittatura. La sorte delle truppe dislocate all'estero
e nell'Italia centro- settentrionale era comunque segnata, ripetiamo,
ma un re, un capo del governo e un comando supremo consapevoli del loro
alto ruolo si sarebbero assunta la responsabilità di emanare direttive
senza equivoci per una situazione così imprevista e drammatica.
Le forze armate avrebbero obbedito in stragrande maggioranza ad un ordine
chiaro del re, fosse quello di arrendersi ai tedeschi senza una resistenza
priva di speranze o quello opposto di combattere fino all'ultima cartuccia
per cadere con onore. Il proclama diffuso da Badoglio la sera dell'8 settembre
i limitava invece ad annunciare la fine delle ostilità contro gli
anglo-americani e a disporre che le forze armate reagissero "ad
eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". In sostanza,
la decisione tra resa o resistenza ai tedeschi veniva lasciata ai vari
livelli di comando delle forze armate, ossia a generali abituati ad una
obbedienza apolitica, che di punto in bianco dovevano decidere sotto la
loro responsabilità se aprire il fuoco sugli alleati di tre anni
di guerra. Una situazione che spiega perché tanti comandanti naufragarono
tra incertezze e temporeggiamenti, finendo col cedere alla pressione tedesca.
Soltanto vari giorni dopo l'armistizio e la fuga da Roma Badoglio e Ambrosio
pensarono a emanare ordini chiari di resistenza, che però potevano
valere soltanto per la divisione Acqui e pochi nuclei i valorosi, perché
ormai delle forze armate italiane restavano soltanto le centinaia di migliaia
di prigionieri avviati al duro destino dei lager tedeschi.

L'8 settembre nei Balcani
Il
quadro generale del disastro dell'8 settembre 1943 è noto. In questo
volume lo riprende per i Balcani Enzo Collotti nel saggio già citato,
che accenna anche alla nuova sistemazione del dominio tedesco nella penisola
dopo il crollo italiano, mentre Luciano Viazzi presenta una vivace narrazione
della sorte delle unità italiane in Grecia e in Albania dopo l'8
settembre. Queste drammatiche vicende sono ancora oggi insufficientemente
conosciute: lo smarrimento e la passività di gran parte dei comandanti,
lasciati senza direttive dinanzi alla immediata e decisa aggressione tedesca,
provocò la resa e lo sfasciamento della maggioranza delle unità.
Viazzi illustra efficacemente quali fossero le difficoltà e i costi
della resistenza che, con uno straordinario scatto di dignità e
patriottismo, alcune unità vollero condurre, in un ambiente ostile,
con rapporti diversi e difficili con le forze partigiane. Vicende che
tornano a tutto onore delle unità di un esercito che le aveva abbandonate
e che non seppe riconoscerne adeguatamente il sacrificio negli anni seguenti.
Vicende che inseriamo in questo volume perché costituiscono lo
sfondo di quelle altrettanto onorevoli e tragiche della divisione Acqui
nelle isole di Cefalonia e Corfù, che in una situazione diversa
e senza essere al corrente di quanto accadeva sul continente, compì
la stessa scelta di resistere all'aggressione tedesca.

La divisione "Acqui" a Cefalonia e Corfú
Cefalonia
e Corfú sono parte della catena delle isole ioniche, che comprende,
da nord a sud e su un arco di 250 km, Corfú, Paxos, Leucade (che
gli italiani chiamavano col vecchio nome veneziano di Santa Maura), Cefalonia
e la vicina Itaca, infine Zacínto, tutte occupate da forze italiane.
Di queste Paxos, Itaca e alcune isole minori avevano soltanto piccoli
nuclei di uomini con compiti di presidio e vigilanza antisommergibili,
senza alcuna possibilità di opporre resistenza ai tedeschi. A Santa
Maura erano stanziate truppe della divisione Casale (con due batterie
da 75/13 del 33° reggimento artiglieria della Acqui), che non potevano
non seguire la sorte del grosso della loro divisione (anche perché
l'isola è in realtà attaccata alla costa greca) e infatti
si arresero il 10 settembre dopo un breve scontro a fuoco, in cui caddero
il colonnello comandante il 12° reggimento fanteria e due suoi ufficiali.
Sappiamo ben poco di quanto accadde a Zacinto, e neppure a che unità
appartenesse il suo presidio, forte almeno di 4.250 uomini. Per una sfortunata
coincidenza, perché il trasporto era già in corso al momento
dell'armistizio, proprio all'alba del 9 settembre due piroscafi sbarcarono
a Zacinto reparti germanici di entità imprecisata, comunque sufficienti
a ottenere la rapida resa del presidio. In sostanza, si combatté
soltanto a Cefalonia e Corfú, presidiate dalla divisione Acqui.
Questi
combattimenti e la successiva vendetta tedesca sono narrati due volte
in questo volume, da Mario Montanari sulla base delle fonti italiane,
essenzialmente le memorie e le relazioni di alcuni superstiti (i carteggi
dei comandi italiani andarono dispersi), e da Gerbard Schreiber sulla
base della documentazione tedesca, che comprende i "diari" di
tutti i comandi coinvolti. Abbiamo scelto di presentare due ricostruzioni
degli stessi avvenimenti, di parte diversa, ma animati dallo stesso scrupolo
di verità e di rispetto per i caduti, per sottolineare la drammaticità
della vicenda della Acqui e per evidenziare la difficoltà di ogni
ricerca storica. Come il lettore potrà verificare, i due saggi
concordano sui punti essenziali, ma divergono in molti dettagli, cosa
del tutto normale tenendo conto della diversità delle fonti e dei
margini di incertezza propri del lavoro dello storico. Questi stessi avvenimenti
ripercorre poi il saggio di Marcello Venturi attraverso le memorie e le
testimonianze dei superstiti, con una straordinaria documentazione della
drammaticità degli avvenimenti del settembre 1943.
Le
cifre esatte delle perdite italiane non potranno mai essere ricostruite
per la scomparsa della documentazione dei comandi della Acqui.
In sintesi,
a Cefalonia c'erano poco piú di 11.500 militari italiani, di cui
525 ufficiali, in gran parte dell'esercito, con alcune centinaia di marinai
e di guardie di finanza e pochi avieri. La cifra non è documentata
come vorremmo, ma accettata da tutte le fonti italiane. Alla fine di settembre
restavano in vita 5.000 militari italiani, come attestano concordemente
i rapporti dei comandi tedeschi sull'isola, quindi le vittime della repressione
tedesca furono intorno a 6.500, píú di quanto abbiano finora
detto le fonti italiane (che invece esagerano il numero dei morti in mare
nel corso del successivo trasporto dei prigionieri verso Atene). La loro
ripartizione è per forza di cose approssimativa: le fonti italiane
dicono di 65 ufficiali e 1.200 soldati caduti durante i combattimenti
(in massima parte uccisi man mano che venivano sopraffatti, perché
i tedeschi non facevano prigionieri), quindi i trucidati quando ormai
i combattimenti erano cessati dovrebbero essere circa 5.000.
Il 24 settembre vennero poi fucilati il gen. Gandin e
186 ufficiali, altri 7 il 25, e 17 marinai furono assassinati il 28, dopo
che avevano collaborato ad affondare in mare i corpi degli ufficiali fucilati.
Altri dati precisi non ci sono, anche il numero degli ufficiali sopravvissuti
è incerto (una sessantina, piú i pochi rifugiatisi tra i
partigiani o nascosti dalla popolazione).
Su
questi avvenimenti manca una documentazione fotografica: un fatto quasi
unico nella storia della guerra, come nota Nicola Labanca riferendo in
questo volume sulle sue accurate ricerche. La tragedia si consumò
nel giro di pochissimi giorni, quasi di poche ore, dopo che i prigionieri
(e i morti) italiani erano stati spogliati di ogni oggetto di valore.
Per
quanto riguarda Corfú, le fonti concordano nell'indicare un totale
di 600-700 morti nei combattimenti (in gran parte trucidati dopo che si
erano arresi), piú alcune decine di ufficiali fucilati dopo la
fine delle ostilità. I prigionieri furono tra 9.000 e 10.000. Rinviamo
ai saggi di Montanari e Schreiber in questo volume.
La sorte dei sopravvissuti
I
superstiti di Cefalonia vennero trattati con estrema durezza nei primi
giorni, come illustrano le testimonianze. Poi furono in gran parte avviati
verso il porto di Atene e i campi di lavoro forzato del Reich,
con piú trasporti che G. Schreiber ha ricostruito nei dettagli
sulla documentazione della marina tedesca. Il 28 settembre il primo piroscafo, Ardena, carico di prigionieri oltre ogni limite di sicurezza
(secondo precisi ordini di Hitler e del gen. Lanz) affondò su una
mina poco a sud di Argostoli, a 800 metri da riva. Si salvarono tutti
e 60 i tedeschi imbarcati, ma soltanto 120 degli 840 prigionieri chiusi
nelle stive. Il 13 ottobre un secondo piroscafo, Marguerita,
fu affondato in alto mare da una mina con la morte di 544 dei 900 prigionieri
imbarcati (e di 5 dei 25 tedeschi). Riuscirono invece a raggiungere il
porto di Atene altri quattro piroscafi con quasi 4.500 uomini, partiti
da Argostoli tra il 13 ottobre e il 2 novembre, e due motovelieri con
102 uomini a fine anno. Un terzo e ultimo affondamento si ebbe il 6 gennaio
con un numero imprecisato di morti, certamente meno di cento, poiché
si trattava del motoveliero Alma di limitate capacità
di carico. In totale i prigionieri partiti da Cefalonia furono 6.316,
i morti durante i trasporti 1.264; tenendo conto dei prigionieri affondati
con l'Alma, i totali salgono a circa 6.400 e 1.350. Di questi
6.400, circa 2.550 provenivano da Zacinto, gli altri, poco meno di 4.000,
da Cefalonia; fu probabilmente tra questi ultimi che si ebbero tutti i
morti in mare.
Sappiamo
ben poco di quanto accadde a Corfú. Secondo le fonti tedesche ci
fu un primo trasporto di 1.588 prigionieri italiani verso Atene il 30
settembre. Il 10 ottobre la motonave Mario Roselli, con a bordo
5.500 prigionieri italiani, fu gravemente danneggiata da un attacco aereo
mentre era ancora in porto e poi l'indomani affondata nel corso di un
grosso bombardamento aereo, che fece anche gravi danni alla città
e morti tra i prigionieri italiani a terra. Quelli che erano a bordo della
nave poterono buttarsi in mare per raggiungere la riva a nuoto, ma circa
1.300 morirono per le bombe o annegati per la consueta mancanza di mezzi
di salvataggío. Pochi giorni dopo un altro piroscafo riuscí
a portare ad Atene 2.000 prigionieri. Gli altri furono verosimilmente
condotti sul vicino continente con motovelieri e mezzi di fortuna. Non
abbiamo altre notizie su quanto avvenne a Corfù fino alla liberazione.
A
Cefalonia rimase poco piú di un migliaio di prigionieri, inquadrati
in compagnie lavoratori e come manovalanza nelle batterie costiere. Le
poche notizie che abbiamo dicono di lunghi mesi di fatica, di fame, di
isolamento, con un regime disciplinare pesante, ma non piú terroristico.
La popolazione, che con gli italiani aveva avuto buoni rapporti, era terrorizzata,
con una forte componente di collaborazionisti. I partigiani erano pochi
e prudenti, intenti soprattutto a recuperare armi per la guerriglia che
continuava sul continente. All'inizio del settembre 1944 le forze tedesche
sgombrarono Cefalonia, dove subito si contrapposero vivacemente le formazioni
partigiane dell'ELAS, di orientamento comunista, e la
missione militare del governo monarchico greco, sostenuta dagli inglesi.
I militari italiani furono riuniti in un " Raggruppamento
banditi Acqui ", agli ordini del cap. Renzo Apollonio e
forte di circa 1.300 uomini, in parte provenienti dal continente, che
si appoggiò alla missione del governo greco ed agli inglesi. Il
12 novembre il grosso del raggruppamento, armato e inquadrato, si imbarcò
per l'Italia, salvo un centinaio di uomini che partirono volontari per
combattere sul continente con i partigiani comunisti, sulle cui successive
vicende non abbiamo notizie.
Fu
piú lunga la tragica odissea dei circa 2.500 prigionieri giunti
sul continente, che si confonde con quella dei 600.000 militari italiani
catturati dai tedeschi all'8 settembre che preferirono la prigionia alla
collaborazione con i nazifascisti. Non possiamo perciò che rinviare
agli studi sulla deportazione militare nel Reich, ricordando
però che tra questi reduci della "Acqui" la morte continuò
a falciare con larghezza. In via di larga approssimazione, dei 5.000 militari
della "Acqui" sopravvissuti ai massacri del settembre 1943 meno
di 3.500 tornarono in patria.
Su
Cefalonia non tornò la pace.
Le vicende della lunga guerra civile
greca si ripercossero aspramente sull'isola, portando all'eliminazione
o all'esilio della maggior parte dei partigiani comunisti. Una cinquantina
di costoro resisteva ancora in armi sulle montagne nel settembre 1948
quando la prima missione italiana poté visitare l'isola. Negli
anni seguenti la lunga e dolorosa opera di recupero dei resti dei caduti
non fu facilitata dal fatto che la popolazione sembrava ricordare gli
italiani soltanto come nemici e occupanti, anche perché la vittoriosa
resistenza contro l'aggressione italiana del 28 ottobre 1940 (tuttora
in Grecia giorno di festa nazionale) veniva celebrata come la più
bella pagina del conflitto.
Il
tempo ha cancellato le ferite della guerra e ne ha facilitato l'oblio,
la popolazione di Cefalonia accoglie cordialmente i turisti italiani e
tedeschi che scoprono le straordinarie bellezze dell'isola.
Chi cerca
le tracce del massacro di 6.500 soldati italiani trova facilmente il bel
monumento ai caduti della divisione Acqui nei pressi di Argostoli, ma
poi è respinto dalla fitta vegetazione, dalle nuove strade asfaltate,
dalle costruzioni moderne che hanno sostituito i vecchi abitati di impronta
veneziana distrutti dal terribile terremoto del 1953. Per andare oltre
e ritrovare i luoghi e la memoria dei combattimenti e delle stragi ci
vogliono la pazienza e l'amore di cui Christoph Schminck-Gustavus dà
prova nell'ultimo saggio di questo volume, dedicato alla memoria della
divisione Acqui nell'isola che vide la sua resistenza e il suo massacro.
Ci
sia lecito chiudere con questi versi in dialetto friulano del fante Olinto
G. Perosa:
Il dí plui trist
Nus
puartin
vierz Argostoli
incolonaz
sole la curte cane
del " mascin "
un puar drapel
batut
e dezimat
Vin piardut
guere e speranze
e i nestris muarz
son lí
par tiere
di cà e di là de' strade
cui voi sbaraz
E il mar... lajú
cui tant ò vin sperat
nus vuarde
indiferent
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