La morte di Aulo Magrini


Aulo Magrini, organizzatore delle prime formazioni partigiane in Carnia insieme ad Italo Cristofoli "Aso" e poi, col nome di battaglia "Arturo", commissario della Brigata Camia - Garibaldi, morì il 15 luglio 1944 al Ponte di Noiaris, vicino a Sutrio, durante un attacco ad una colonna tedesca.
La sua figura di comunista e di comandante garibaldino, oltre che di uomo generoso e di medico sempre pronto ad aiutare la povera gente, dava certamente molto fastidio a coloro i quali per vent'anni si erano schierati dalla parte del fascismo, e nell'immediato dopoguerra egli fu oggetto di una sottile campagna diffamatoria.
"Magrini l'hanno ucciso i suoi, per rubargli il denaro che aveva con sè!" "Lui non era come gli altri garibaldini, per questo l'hanno ammazzato fingendo che siano stati i tedeschi." "Lo diceva lui stesso che i rossi erano scatenati!"
Le forze più conservatrici, gli antifascisti dell'ultima ora, avevano appunto l'obiettivo di creare intorno alla sinistra un clima di diffidenza, di repulsione, se non di vero e proprio odio: e, dunque, si denigrava Magrini perché era diventato un simbolo della Resistenza, e così facendo si tentava di delegittimare la Garibaldi e il PCI.
Non si scelse l'attacco frontale - troppo stimato era in Carnia "il medico dei poveri" - ma si preferì lasciar filtrare insinuazioni, diffondere "voci", alimentare il sospetto. Purtroppo si trattò di una tattica efficace, tanto che ancora oggi, a sessant'anni di distanza, la miserabile versione di Magrini assassinato dai suoi stessi compagni trova riscontro in molti ambienti clericofascisti.
E il clima creatosi con i fascisti (ex?) al governo e il revisionismo storico vezzeggiato dai media, ha fatto sì che alla fine qualcuno dicesse apertamente (senza peraltro che l'ANPI e l'Istituto Friulano di Storia del Movimento di Liberazione abbiano ritenuto di dover rispondere adeguatamente) ciò che finora veniva solo mormorato nelle osterie.
L'apripista è un giovanotto ovarese, tale Gianni Conedera, tanto illetterato quanto presuntuoso: scrive un volumetto dal titolo perentorio, "
L'ultima verità", che egli stesso definisce "la risultante di una seria indagine storica [...] inconfutabilmente provabile in qualsiasi sede", dove affastella confusamente episodi di cronaca nera, tra i quali inserisce, appunto, la morte di Magrini, ricostruita mediante testimonianze di persone citate con le iniziali... Una metodologia da vero storico, non c'è che dire.
Curioso come un altro discutibile libro (Lao Monutti, Uomini fatti e misfatti del Nord-est, Magma, 1995), scritto da una persona non certo di sinistra, sia in realtà assai più serio e corretto: da esso (col consenso dell'Autore) riportiamo le testimonianze degli ultimi compagni di lotta di Magrini, che non lasciano dubbi su quanto sia realmente accaduto.
Aggiungiamo anche il contributo di Elio Martinis, il Comandante "Furore".


Emilio D'AGARO "TEMPESTA"

Alle 7,30-8 di quel 15 luglio 1944 montavo la guardia alI'osteria del bivio fra Paluzza e Timau. A tale servizio eravamo stati comandati in tre da "Augusto" di Cleulis e così da Naunina, verso le 6, scendemmo alI'incrocio. Un uomo di Rivo, "Velco" era stato appostato alla cabina elettrica sopra la segheria e l'altro, "Primo" di Paluzza di fronte alI'osteria sopra la scarpata. Col progredire del giorno, alcune paesane si erano recate nei campetti di Rivo a zappare. I miei due colleghi di guardia abbandonarono il posto per correre dietro a quelle gonnelle. Arrivò alI'osteria una donna. Mi disse spaventata: "Ah, se sapessi! I tedeschi con tre camion sono arrivati alla segheria. Hanno preso gli operai e li stanno portando in giù per far loro aprire la strada di Timau!"
Andai a cercare i due sparsi nei campi. Puntai loro il fucile minacciandoli... e prima di salire tutti e tre verso la malga sopra Rivo, diedi I'allarme sparando un caricatore in aria. Non fui sentito, tant'è che l'uomo che ci portava il caffè di orzo al posto di guardia, sempre dalle donne, fu posto al corrente dell'arrivo dei tedeschi.
In malga ci rifocillammo. Scendemmo verso il ponte di Sutrio nel primo pomeriggio. Là trovammo tre partigiani sconosciuti. Chiesi loro chi fossero. Risposero che erano di Ovaro giunti colà, con altri di Ovasta e di Prato, al comando di Magrini, per bloccare al ponte di Noiaris la colonna tedesca salita la mattina a Timau.
Seguimmo i tre, e sopra il ponte di Noiaris incontrammo i nostri colleghi di Naunina. Il piano di attacco vedeva noi garibaldini, una quindicina in tutto, appostati sulla sinistra del But e gli osovani del Btg. VaI But - 5a Divisione Osoppo al di là, sulla riva occidentale, a pochi metri da alcuni civili al lavoro.
L'Osoppo sbandierando indicò la composizione della colonna: 3 automezzi.
Appostati sulla scarpata erbosa che dà sulla curva della provinciale da cui si stacca il ponte per Noiaris, 80-90 metri prima della galleria, gettammo delle bombe a mano sui tre camion tedeschi immobilizzati da una sbarramento di tronchi d'albero posto sulla strada. Poi, dall'alto, aprimmo il fuoco con le armi portatili, ma era innefficace.
Inoltre non c'era reale comando per l'applicazione di un piano bellico adatto alla bisogna... I camion erano coperti nella visuale da vari sterpi e per di più immediatamente gli avversari risposero all'agguato; erano già stati attaccati in località Enfre Tors, sparando all'impazzata. Si tirava a casaccio senza prendere la mira...
"Andiamo, andiamo più in là, che qui non si combina nulla. Da sopra la scarpata dopo la curva, li becchiamo!" dissi all'amico "Morgan", Ruggero Vidale. Mi seguì sul costone in direzione della galleria per dominare la strada incassata nel But e il pendio coperto di noccioleti che dal piano viario saliva verso di noi. Dalla vecchia posizione, un partigiano, un sarto, tirava ai tedeschi, imperterriti, intenti a mettere in funzione la mitraglia sull'ultimo camion che spazzava l'area. La sentimmo improvvisamente tacere. Pensando che i tedeschi avessero gettato la spugna, cominciammo a scendere lungo la strada. Vedemmo tre nemici correre lungo il letto ghiaioso del But. Sparai. Un tedesco cadde...
"Hai ammazzato uno dell'Osoppo! " mi disse Aulo Magrini, giunto innavvertito da dietro. "Ma non vedi che ha la borsa della maschera antigas!" fu il mio rimando.
"Vai da quel partigiano", ordinò Aulo indicandomi uno a qualche metro "a prendere il binocolo!" Datoglielo affermò: "Sì, è vero. È proprio un tedesco!" poi aggiunse "Andiamo giù a fermarli alla galleria!"
Anche se si sentivano ancora spari, ritenevamo la partita oramai chiusa, tanto che Magrini si mise lo Sten di traverso alla giubba, e discorrendo sulla canna calda del mitra e di altre facezie, allineati, ci incaminammo sul lungo il piano del costone.
Fatta una decina di metri, dalla cortina di noccioli che segnava la fine della strada e l'inizio della scarpata, all'improvviso comparvero tre tedeschi impugnanti machine-pistole. Ricordo come oggi il primo: portava gli occhiali ed aveva le stesse, precise fattezze d'un mio paesano, Giut, andato a studiar per divenir prete, ora a Villa. Urlarono prima di sparare. Nonostante la sorpresa, "Morgan" fece rapido dietro front, come anch'io, verso il gruppo dei partigiani sopra la curva della provinciale. Le pallottole mi attraversarono la tomaia degli scarponi e il fondo dei calzoni. Magrini restò in piedi, sul ciglio del costone, tentando di impugnare lo Sten. Spiccava per il cappello da garibaldino in testa, la giubba mimetica e la borsa in cuoio dei documenti... Con la coda dell'occhio lo vidi cadere contorcendosi...
La salma di Magrini rimase sul posto dello scontro. I tedeschi non presero lo Sten al contrario della borsa di cuoio con i documenti. Caddero nell'azione: "Griso", Ermes Solari, comandante di Compagnia garibaldina e Vito Riolino dell'Osoppo...


Ruggero VIDALE "MORGAN"

Entrai nel movimento partigiano nell'aprile '44, a Rigolato. All'inizio ero con Magrini sopra Muina. Ci stetti poco, ma ebbi modo di apprezzarlo. Non c'era uomo come lui. Era comandante, ma alla pari. Montava di servizio per le due ore di turno quanto noi. Quando c'era la distribuzione delle sigarette, la nostra razione corrispondeva alla sua... Poi col "Nassivera" del comandante "Furore", fui mandato a Ravascletto, a Naunina e a Sutrio. Quando stazionavamo a Ravascletto, ci fu ordinato di far saltare la strada del passo di Monte Croce. Con Livio Puschiasis, "Carmò" di Ludaria e un austriaco dal nome di battaglia "Vienna", di notte minammo dei massi in bilico sul ghiaione sul lato destro del monte, oltre Timau.
"Vienna" diede il via all'accensione. La frana causata bloccò il passo. Per riaprire quest'asse vitale con l'Austria, una colonna tedesca giunta da Tolmezzo, tempo dopo, presa gente di Timau e delle vallate, la obbligarono a sgomberare la via.
Rientrati alla base, saputo dell'arrivo dei tedeschi, da Naunina venimmo mobilitati per attaccarli sulla via del ritorno. Allertati, i vari gruppetti partigiani alla spicciolata raggiunsero l'altura che domina la strada sulla curva su cui s'apre il ponte di Noiaris, prima della galleria. Magrini ci fece disporre in fila lungo il bordo del crinale. A nord erano stati appostati tre uomini con bombe a mano. Con il lancio dovevano segnare l'inizio dell'azione. Per chiudere l'imboscata, un mitragliatore avrebbe dovuto essere posizionato sopra la galleria a dominare la strada. Le bombe a mano caddero sull'ultimo camion. I tedeschi, rapidi, si buttarono dai mezzi a terra tra i noccioli e il But, reagendo a fuoco rapido con una pesante postata sul primo camion. Il combattimento era intenso ma confuso. Si sparava a casaccio sui mezzi nemici coperti dagli arbusti. Per operare più efficacemente, con il paesano "Tempesta" mi spostai più a sud.
Dopo un quarto d'ora cessò la sparatoria. Credemmo che tutto si fosse concluso. Con D'Agaro mi avviai a scendere per disarmare i tedeschi. "Non vengo in basso", uscì Tempesta "perché ci sono dei tedeschi che si stanno muovendo tra gli arbusti lungo il But!" e sparò giù. Guarda che ti guarda, non notai soldati nemici.
Mentre stavamo discutendo sul ciglio della scarpata cui terminava un campetto di fagioli, giunse inavvertito Magrini. "Cosa fate qua?" interrogò. "Tempesta sta ribadendo che i tedeschi stanno arrivando di là!" risposi mentre D' Agaro aggiunse: "Ho sparato e ne ho colpito uno!" Né Magrini né io vedemmo movimenti avversari.
Magrini stava in mezzo, io a nord verso la via vecchia a mezzamonte e "Tempesta" verso quella dov'erano imbottigliati i tedeschi. Voltandosi verso D'Agaro, Magrini gli ordinò d'andare a prendere un binocolo da un partigiano più in là.
Udii un urlo. Dal noccioleto saltarono fuori tre tedeschi armati di machine-pistole. Tre biondi, uno portava gli occhiali... D'Agaro ed io facemmo appena in tempo a buttarci a terra fra i rialzi del campetto di fagioli arrancando per raggiungere un riparo verso il grosso dei partigiani. Magrini invece restò in piedi. Aveva lo Sten a tracollo. Fece appena la mossa di porlo in postazione di tiro, che i tre concentrarono su di lui tutto il fuoco delle machine-pistole. Cadde crivellato...
I tedeschi vennero ancora più su, fin dove giaceva il suo cadavere. Poi scesero di corsa e caricati i loro morti presero la via di Tolmezzo.

Elio MARTINIS "FURORE"

A vent'anni ci si apre alla vita, la mia generazione invece fu mandata a morire prima in Francia poi in Jugoslavia, Albania, Grecia, Russia e in Africa.
Ci avevano cresciuti così, col fuciletto in spalla, fin dalle scuole elementari; dovevamo fare grande l'ltalia come ai tempi dell'lmpero romano, così ci dicevano.
Sappiamo com'è andata a finire, una generazione distrutta e I'ltalia in rovina.
Ero un alpino reduce dai Balcani e l'8 settembre 1943 ho scelto da quale parte stare e sono salito in montagna, sulle mie montagne, flnalmente. Lì ho combattuto per la mia lIbertà, per la mia gente, per la mia amata Camia, come tanti altri reduci. Con i miei Garibaldini abbiamo cacciato I Tedeschi dal nostro territorio, abbiamo costituito la Libera Repubblica della Camia, della quale siamo fieri e orgogliosi ancora oggi.
Nell'autunno '44 abbiamo subìto poi l'occupazione di migliaia di Cosacchi, le privazioni, la fame, centinaia di compagni caduti.
A primavera '45 la Liberazione e subito dopo gran parte dei partigiani furono costretti ad emigrare per vivere; quelli rimasti qui furono messi da parte e accusati di ogni nefandezza; bisognava cancellare dalla testa della gente l'idea che si potesse scgliere liberamente da quale parte stare e come gestire il proprio territorio, non ci volevano cittadini ma sudditi.
In quale scuola si è mai studiato quello che è stato scritto dalla Giunta di Governo del CLN camico ad Ampezzo nel '44?
Quegli articoli che abolivano la pena di morte, che davano il voto alle donne per la prima volta, che fissavano i criteri per il taglio dei boschi e l'uso accorto delle risorse da adottare, la riforma fiscale... Perché non si diffondono? Perché non si st diano? Si continua invece a infangare il ricordo di una grande pagina di storia con storielle che scrivono quelli che non c'erano o che stavano dall'altra parte e che mandano lettere ai giornali per farsi belli e così facendo sperano di capovolgere la storia.
Sono state messe in giro dicerie sulla morte del dottor Aulo Magrini' "Arturo", caduto nel combattimento al ponte di Noiaris di Sutrio (a metà luglio '44), dove era stata attaccata una colonna tedesca. Nello stesso luogo una ventina di giorni prima era stata attaccata un'altra colonna:, l'attacco era stato attuato dai Garibaldini comandati da "Leone', caduto in quel combattimento che darà il nome alla formazione da me comandata, cioè il Battaglione Nassivera, poi Divisione.
Veniamo al caso Magrini: la colonna tedesca, già attaccata più a Nord, scende verso Tolmezzo, è in allerta: quello è il punto più stretto della valle. Prima c'è stato un lancio di bombe a mano, poi la fucileria, quindi il contrattacco tedesco sul pianoro di Alzeri in copertura di mitragliatrice pesante. Lì cadde "Arturo", come hanno sempre riferito due miei garibaldini, D'Agaro "Tempesta" e Vidale "Morgan", bravi e valorosi combattenti, che erano con Magrini quando è stato ucciso dai Tedeschi saliti dal pendio dopo l'attacco.
I due Garibaldini, persone serie e attendibili, circa dieci anni fa sono stati intervistati da Lao Monutti: testimonianza dettagliata del fatto e ripresa poi da Brunello AIfarè e riportata nel libretto Guida al Museo di Ampezzo, realizzato nel 2004 in occasione del sessantesimo anniversario della Repubblica di Carnia, che è a disposizIone dei visitatori del museo a richiesta e consultabile sul sito internet www.carnialibera1944.it
Questa è la storia, il resto sono solo illazioni e voci riportate per sentito dire o per secondi fini.
Spero con questo scritto di porre fine alla telenovela sul caso Magrini che merita d'essere ricordato, invece, perché era un medico e con quattro figli piccoli e avrebbe potuto starsene comodamente a casa propria.
Invece ha scelto da coraggioso la lotta per la libertà e per questo è stato decorato e per questo va ricordato, unico tra i co missari a fare i turni di guardia notturni come i propri uomini, come ricordato da "Morgan" nella sua testimonIanza.

Elio Martinis "Furore"
Ampezzo, 21 novembre 2005

Gianpaolo Carbonetto

Sciolto il mistero su Aulo Magrini: l'eroe partigiano fu ucciso dai nazisti

Sono passati 66 anni da quel 15 luglio 1944 in cui, in un’azione partigiana contro i tedeschi, rimasero uccisi i garibaldini Aulo Magrini, “Arturo“, poi decorato con medaglia d’argento, Ermes Solari, “Griso“, e l’osovano Vito Riolino. Per la prima volta domenica, sul ponte di Sutrio la ricorrenza sarà commemorata senza più avvertire la fastidiosa puzza dei sospetti diffusi su quella vicenda da persone interessate soprattutto a la resistenza per bassi motivi politici.

A fissarlo una volta per tutte è una sentenza - probabilmente la prima su fatti della lotta partigiana - emessa dal presidente del Tribunale di Tolmezzo, Antonio Cumin, in funzione di giudice unico, acquisendo e valutando gli atti di una causa intentata da Giulio Magrini, figlio di Aulo, rappresentato dagli avvocati Nereo Battello e Barbara Comparetti contro Gianni Conedera autore del libro L’ultima verità. Da Mirko al dopoguerra.

Per fare luce sulla vicenda è necessario ricordare i fatti che hanno portato al contenzioso. Il 15 luglio 1944, un distaccamento partigiano della Garibaldi, di cui Aulo Magrini è dirigente politico, decide di attaccare una colonna formata da tre camion e una vettura, con 150 tedeschi, che sta rientrando dal passo di Monte Croce Carnico e sceglie di farlo vicino al ponte di Nojaris di Sutrio, nel punto in cui una strada che corre lungo il But è sovrastata da una parete a picco. Giunti sul posto, i garibaldini trovano già una squadra osovana impegnata, nel tentativo di sbarrare la strada con dei tronchi. In un veloce incontro fra il comandante del battaglione garibaldino, Ciro Nigris “Marco”, e quello osovano, Terenzio Zoffi “Bruno”, viene concordata la strategia di attacco. Il reparto osovano si posiziona sul lato destro del torrente, parete rocciosa e spoglia, mentre quello garibaldino va sull’altura sovrastante la strada, suddividendosi in gruppi di due-tre uomini.
La colonna nazista ha già subito un attacco in località Enfre Tors e ha quindi le armi pronte all’uso. Quando le macchine tedesche sono sotto il tiro partigiano, sono lanciate le bombe al cui fragore fa seguito «un immediato inferno di fuoco di armi automatiche e di una mitragliera da parte dei tedeschi». L’azione dura alcuni minuti, ma la pronta e pesante reazione nemica costringe i partigiani a ritirarsi lasciando sul posto i corpi senza vita di tre compagni.

Quasi subito viene messa in giro la voce che Magrini non sia stato ucciso da proiettili tedeschi, ma da “fuoco amico” in maniera più o meno consapevole. Per le motivazioni le fantasie denigratorie non mancano: chi dice che è stato colpito alle spalle (mentre invece il proiettile lo ha colpito allo zigomo sinistro), chi lascia intendere che sia stato ucciso perché portava con sé un’ingente somma di denaro, chi accusa che siano stati gli stessi partigiani a condannarlo a morte perché avrebbe detto (dopo solo un paio di mesi e mentre scriveva lettere nobilissime) di essere stufo di comandare i partigiani.
E ad approfittarne, per attaccare la Resistenza, è soprattutto Giorgio Pisanò, fascista convinto, Ufficiale della repubblica Sociale ed esponente del Movimento Sociale, che, nell’ansia di approfittare di queste voci, incappa in alcuni errori marchiani definendo Magrini democristiano, cattolico professante, osovano e ucciso per inclinazione politica, su ordine del capo garibaldino “Mirko”. Buona parte di queste invenzioni vengono riprese più volte negli Anni Novanta, fino a provocare la reazione di Giulio, figlio di Aulo.
Ma questo non basta e nel 2006 Gianni Conedera pubblica un libro in cui, senza fornire prove storiche delle sue conclusioni, afferma che il colpo che ha ucciso “Arturo” non solo è partito da arma partigiana, ma che addirittura è stato programmato. Inevitabile il ricorso alla magistratura da parte del figlio Giulio che presenta, tramite i suoi avvocati, anche i pareri “pro veritate” di Gianpaolo Gri e di Marcello Flores che confutano senza tentennamenti l’attendibilità storica dello scritto di Conedera che si rifà sempre a presunti testimoni anonimi e non verificabili. Il presidente del Tribunale di Tolmezzo, Antonio Cumin, dopo aver attentamente esaminato l’intera documentazione, ha ravvisato «una lesione di diritti costituzionalmente protetti, quali, appunto, i diritti della personalità» che comprende «quello dell’onore e reputazione», una lesione causata dall’inattendibilità dello scritto provato dall’assenza di «quegli indici minimi storiografici, in presenza dei quali soltanto si può parlare di opera storica, Infatti, com’è noto, è necessario a tal fine che l’opera contenga i presupposti perché la comunità scientifica sia messa in grado di verificarne il contenuto, segnatamente in primo luogo tramite l’esame delle fonti cui si è fatto ricorso per la redazione della stessa opera». Ma la lesione è causata anche, come dice il giudice, dal fatto «che l’illecito contenuto del libro di Conedera» è «in completo contrasto con il contenuto della motivazione della medaglia d’argento conferita in memoria al Magrini».
Infine, dopo aver rilevato che il danno supera il livello di tollerabilità, il presidente Antonio Cumin ha condannato Gianni Conedera alla rifusione dei danni morali e materiali a Giulio Magrini, figlio di Aulo.

Si conclude così definitivamente una dei più squallidi - anche se non l’unico - tentativi di gettare fango sulla guerra di Liberazione, o, quantomeno, di screditare il più possibile la parte della Resistenza maggiormente vicina al Partito Comunista in un gioco al massacro che continua ancor oggi a essere praticato, in quanto gli obbiettivi, anche se non sono più perfettamente coincidenti con quelli dell’immediato dopoguerra, quasi sempre sono legati a mire politiche legate all’oggi più che a un passato che non esiste praticamente più.

Messaggero Veneto, 15 luglio 2010

 

di seguito l'ultima lettera di Magrini alla moglie:

Margherita cara,

altre volte avevo divisato di consegnare ad uno scritto un pensiero ed una parola per te nel caso dovessi, per qualunque circostanza,scomparire. La situazione attuale mi consiglia di farlo oggi. A te solo, solo a te posso rivolgermi. So del tuo affetto per me: posso dirti di ricambiarlo in pieno con un senso di riconoscenza, di stima,
di rispetto, quale tu meriti. Vorrai perdonare qualche mio torto: sei troppo intelligente per non comprendere e per non indulgere. So e sento che, pur nello strazio anche mio nel lasciarvi, saprai comprendere che ci sono delle leggi e dei doveri, come uomini e cittadini, di fronte ai quali tutto deve passare in second’ordine - interessi ed affetti, sentimenti ed impulsi.
Ho creduto e credo fermamente in una società migliore e in un migliore prossimo avvenire in questa povera umanità.
Non credo possibile, ne posso in questo momento, rifuggire dalle responsabilità e dai doveri che me ne derivano.
Non è questa che la ferma e calma decisione che chiunque, nelle sue pur modeste con dizioni, voglia considerarsi degno del nome di uomo, deve prendere per sé e soprattutto per i propri figli.
Ho per tradizione famigliare - lo sai - quella di pagare di persona. Non voglio essere io a romperla. Tengo a lasciare più che mai alto e puro questo punto d’onore ai figli: ed a loro quest’eredità non può venire per via più pura e degna della loro mamma. Tu li saprai allevare nel culto del bene e del vero, senza debolezze, assolutamente, ma con altrettanto senso di umanità.
Ho un solo rimorso: quello di non potervi, con il mio immenso affetto, lasciare anche una situazione materiale che tolga ogni preoccupazione a te ed ai miei piccoli. Spero non me ne farete un torto: anzi ne sono convinto.
Addio, Margherita mia, a te ed ai cari piccoli, ai nostri figli, in cui troverai sempre conforto e ragione di vita, di lotta, di sacrificio.
E credimi, sentimi vicino a te, a voi tutti sempre, con il mio affetto più puro ed intenso.

Vi abbraccia il vostro

Aulo