
[...] Ero rientrato di soppiatto nella mia abitazione a Pieria per riposarmi
qualche ora approfittando del fatto che da qualche ora non si vedevano
in giro truppe cosacche: di primo mattino venne da me il compagno Dimitri
(Umberto Pezzetta) per avere informazioni sulla situazione.
Stavo raccontandogli le discussioni di quella notte quando, avvertito
da mia moglie, uscii nel cortiletto e scorsi nei prati non lontani due
garibaldini armati ed in divisa che stavano procedendo approssimandosi
verso la mia casa.
Arrivati salutai con sorpresa il compagno Gracco (Pietro Roiatti)
commissario della Brigata Garibaldi Carnia venuto a parlare con me su
vari argomenti durante il suo trasferimento in altra zona.
Con Gracco rientrai in casa e presi a discutere di vari problemi mentre
gli altri due garibaldini restarono nel cortile con l'incarico di stare
in guardia.
Discussi a lungo abbastanza animatamente con Gracco. Le nostre opinioni
divergevano sul ruolo che le formazioni armate avrebbero dovuto avere
in quei mesi di occupazione affinchè fosse tutelata la salvezza
delle popolazioni ed all'uopo egli dissentiva sulla delibera adottata
in quella stessa notte dal C.L.N.
Nel frattempo il garibaldino addetto alla vigilanza era rientrato nel
fabbricato, forse a causa del freddo e stava chiacchierando in corridoio
con una conoscente che abitava nella casa accanto.
Improvvisamente irruppe un giovane del paese gridando che era in vista
una forte colonna di cosacchi.
Usciti di corsa vedemmo la colonna di un centinaio di cosacchi distante
ormai da noi solo 200 metri, che si era arrestata per un attimo davanti
alla Casa del Popolo probabilmente per chiedere informazioni.
Poi i cosacchi di corsa si dispiegarono in un batter d'occhio in ordine
di rastrellamento avanzando veloci verso la mia abitazione.
Il momento era drammatico, non vi era un secondo da perdere, la ritirata
verso la camionabile soprastante non era realizzabile perché i
Garibaldini erano in divisa e sarebbero stati immediatamente scorti e
tempestati di colpi.
L'unica via di ritirata era perciò verso ponente ma attraversare
la casa non era possibile perché tutte le finestre del piano terra
verso valle erano protette da robuste inferriate. Ci portammo così
nella soffitta che era in comunicazione con il fienile e la stalla. I
garibaldini Clauter, Gracco e Dimitri, vista l'impossibilità di
eclissarsi in altro modo dato che i cosacchi avevano ormai raggiunto l'edificio
si nascosero salendo sulla catasta di fieno e coprendosi in qualche modo.
Nel frattempo mia moglie era uscita prima dell'arrivo dei cosacchi con
una gerla di biancheria, l'unico bene domestico che poi ci rimase, chiudendo
la porta.
Mio figlio Vero era fuori casa ed anche mia figlia Diana era altrove.
Mi accorsi di essere rimasto solo al pianterreno dell'edificio, con i
cosacchi che battevano alla porta ma ero tranquillo: tolsi la sicurezza
alla mia fida pistola Beretta tenendola in tasca pronto a sparare ed a
vendere cara la pelle.
In un batter d'occhi la porta fu sfondata ed una marea di cosacchi in
gran confusione invase i due cortili e poi la mia casa mentre fuori sulla
camionabile tanti altri stavano scendendo dai cavalli e dalle carrette
con la stessa intenzione. Uscii da una porta laterale nel primo cortiletto
fingendo molta calma, con le mani in tasca dandomi le arie di un curioso
del luogo ed essi, senza badare a me, al grido di «Qui partisan»
entrarono in gran numero ed in grande confusione anche spinti dalla solita
avidità di predare qualche cosa.
Risalii così con calma il fiume di cosacchi che entrava e saliva
le scale di casa mia senza che incredibilmente nessuno mi fermasse, salii
poi sulla camionabile sorridendo a quelli che continuavano a scendere
dalle carrette facendo loro segno di correre in casa e sempre a lento
passo come fossi un qualsiasi estraneo paesano mi allontanai.
Arrivai in piazza e sentendo gridare e vedendo cosacchi ovunque entrai
in municipio.
Qui trovai il Sindaco che finse di non conoscermi alle prese con due ufficiali
cosacchi furiosi che gridavano e pretendevano per le loro bestie un forte
quantitativo di foraggio che quel pover'uomo neppure aveva. Intervenni
nella discussione come fossi un paciere, fingendo di prendere le parti
dei due cosacchi e perciò raccogliendo la loro simpatia, poi, con
la scusa di andar a trovare in giro il fieno, strizzato l'occhio al sindaco,
uscii sempre sorridendo ed a lento passo dopo di che appena fui fuori
girai l'angolo, infilai un sentiero e di gran corsa mi portai lontano.
I cosacchi stavano intanto saccheggiando la mia casa: mia moglie, cuore
indomito, saputo ciò che stava avvenendo tornò indietro
per affrontarli e difendere le nostre cose e rientrò in casa tenendo
in braccio Auro il nostro ultimo figlio allora di 5 anni ed affrontò
i cosacchi.
Venne spintonata al muro con brutalità, le puntarono le armi al
petto che essa offrì con estremo coraggio guardandoli fieramente
negli occhi e dicendo: "Sparatemi pure."
Il bambino si avvinghiò al petto della madre piangendo ed essa
rifiutò di dire altro.
Nel frattempo mio figlio maggiore Vero, garibaldino di
appena 16 anni che nonostante la giovane età aveva già partecipato
in quell'estate a diversi combattimenti, avvertito da qualcuno corse troppo
generosamente ed imprudentemente verso casa.
Vide dall'esterno, dalla carreggiabile, la devastazione che ivi avveniva
e non potè trattenersi dal piangere.
I cosacchi che sostavano lì vicino viste le sue lacrime intuirono
come stavano le cose, lo acciuffarono, lo malmenarono duramente e lo presero
prigioniero.
La confusione nella casa saccheggiata era grandissima e fu così
che mia moglie con il bambino non so come potè ad un certo punto
eclissarsi raggiungendo l'abitazione di amici dove lasciò il figlio
rifugiandosi in altre abitazioni ed essa vagò a lungo di casa in
casa sino a che, aiutata da un'altra famiglia e travestitasi alla meglio,
con un secchio in mano potè definitivamente eclissarsi ancor più
lontano.
I cosacchi intanto, sempre alla ricerca di fieno, dopo avere depredato
quanto c'era nell'abitazione stavano prelevando dal mio fienile il foraggio
caricandolo sulle loro carrette.
Attiguo vi era un secondo stavolo con fieno, non di mia proprietà
ed i cosacchi forzata la porta iniziarono ad asportare il fieno anche
da questo.
Intervenne allora il proprietario di questo stavolo, Giacomo Casali, per
protestare ed i cosacchi per tutta risposta lo freddarono con una scarica
di mitra.
I cosacchi che stavano prelevando il fieno dal mio stavolo ad un certo
punto scorsero seminascosto sulla catasta il comp. Gracco che era in divisa
con pistola e sten e dettero l'allarme. In un baleno molti di
essi, usciti di casa, occuparono l'altura soprastante ed accerchiarono
totalmente l'edificio e lo stavolo, molti altri fecero irruzione nello
stavolo stesso con i parabellum spianati.
Fu sentito un grido... «Assassini» poi una lunga
scarica e Gracco restò ucciso.
L'altro garibaldino, Dimitri, movendosi rivelò anch'egli la sua
presenza; un'altra scarica di mitra ed anch'egli rotolò esanime
sul pavimento. Gracco era morto ma Dimitri non lo era ancora ed i cosacchi
allora lo trascinarono in cortile per i piedi caricandolo su una loro
carretta.
Il terzo partigiano, Vero Clauter, invece non visto, in un momento di
disattenzione dei cosacchi scese dal fienile con una scala a pioli uscendo
da una finestra a mezzodì e tentò di fuggire per guadagnare
l'altro versante della valle, al di là del greto del fiume: fu
peraltro subito visto, gli sparono contro numerose scariche e restò
anch'egli ucciso rotolando inanime tra i sassi del fiume.
Contro il mio fabbricato e la mia abitazione venne diretta una infinità
di colpi di tutte le armi e tante bombe a mano, poi gli edifici col fienile
vennero incendiati, i piani crollarono e le fiamme li distrussero rapidamente
con tutto il loro contenuto.

Mentre avvenivano questi fatti mi trovavo nel centro del paese, udii i
tanti spari ed esplosioni, vidi il fumo dell'incendio della mia casa ma
finsi indifferenza e proseguii sorridendo ma con la morte nel cuore, incamminandomi
verso Pesariis per la strada innevata.
La gente era terrorizzata e rintanata nelle case o fuggita sui monti.
A metà percorso incontrai una pattuglia di cosacchi a cavallo che
scendeva lentamente per non far scivolare i ferri dei cavalli sul ghiaccio.
Mi avrebbero sicuramente fermato ed allora io li precedetti salutandoli
da lontano amichevolmente con la mano e facendo loro segno di procedere
più adagio additando gli zoccoli dei loro cavalli: i tre ricambiarono
il saluto, sorrisero, fecero cenno che avevano compreso e proseguirono
il loro cammino. Incontrai più in su un compaesano anziano con
il volto insanguinato, bastonato duramente poco prima dai cosacchi. Infine
bussai alla porta di casa di miei parenti che mi accolsero amorevolmente
e qui potei sostare qualche ora. Dopo un po' mi trasferii nella casa di
mio suocero ove fui accolto dai parenti in lacrime.
Fatta una breve sosta ed avuto notizia che la colonna dei cosacchi si
era alla fine allontanata dal paese, discesi verso la mia casa non resistendo
più al desiderio di sapere cosa ne era stato delle nostre povere
cose.
Trovai l'edificio interamente bruciato e tutto distrutto: alcuni amici
stavano cercando di salvare tra le macerie qualche cosa ma nulla c'era
più ormai da poter recuperare tra le ceneri e le cose informi bruciate.
Nel piano terra, l'unico rimasto in piedi, ardevano i tizzoni delle travi
del tetto e dei due piani superiori crollati.
Era mezzanotte.
Sul posto trovai anche mio padre disceso dal Casone di Selva e fui informato
che alla sera era sopraggiunta una seconda colonna cosacca a cavallo con
qualche carretta, che non aveva lasciato il paese sino a che i fabbricati
non erano andati interamente distrutti.
I cosacchi poi se ne erano andati dopo aver asportato tutto quanto avevano
trovato di asportabile in casa mia, compresi gli animali, persino le arnie
delle api.
I tre prigionieri da essi catturati, mio figlio Vero ed i compagni U.
Pezzetta e G. Solari furono da loro avviati sotto forte scorta verso Tolmezzo.
Durante il viaggio la scorta si arrestò per un attimo nella frazione
di Avausa. Il Solari approfittando della sosta e pensando di non essere
visto tolse di tasca un pezzetto di carta scritto a matita con la preghiera
di avvertire i suoi familiari e lo gettò verso la cunetta della
strada nella speranza che qualcuno lo raccogliesse ma fu visto e duramente
picchiato.
Mio figlio Vero doveva sorreggere come poteva il Pezzetta, che aveva avuto
il torace trapassato da una pallottola.
I prigionieri condotti prima a Comeglians poi a Paluzza, furono infine
tradotti nelle Carceri di Udine e dopo qualche tempo furono deportati
in Germania nel lager di sterminio di Flossenburg.
Mio figlio e Solari ivi trovarono morte gloriosa inceneriti nei forni
crematori. L'unico che si salvò e tornò a casa dopo la Liberazione
fu il Pezzetta che potè darci notizie precise di quanto era tragicamente
accaduto.
Sulla tragica fine del commissario Gracco (Pietro Roiatti) sono state
dette dopo la Liberazione troppe cose inesatte, cosicché intendo
ristabilire la verità, una volta per tutte.
Gracco era sempre stato un intransigente uomo di partito oltre che militare,
certamente odiatissimo dai clericali, da qualche nascosto simpatizzante
fascista rimasto in zona e da molti industriali e perciò non può
escludersi che qualcuno abbia approfittato del momento per far eliminare
un antagonista politico troppo duro.
Inoltre Gracco, partendo da Mione diretto verso Pieria, commettendo l'imprudenza
di mettersi in cammino in divisa da garibaldino come l'altro compagno,
aveva sì attraversato impervie zone boscose ma esse erano quasi
allo scoperto per l'abbondante neve caduta e non è escluso che
i loro vistosi fazzoletti fossi possano essere stati individuati e seguiti
da lontano da chi poi avvertì le truppe nemiche.
Solo una di queste ipotesi può infatti giustificare la prontezza
della manovra della colonna cosacca rapidamente accorsa, che puntò
decisa solo verso la mia abitazione circondandola con così cospicue
.forze e con un'azione così ben congegnata.
Sicuramente gli avversari e le spie esistevano ed operavano approfittando
di quei terribili momenti e la loro tempestiva segnalazione colpì
a segno.
Per quanto riguarda le modalità della morte di Gracco, dopo la
guerra i soliti diffamatori antipartigiani dissero e scrissero che si
era trattato di suicidio ma posso qui ristabilire la verità quale
testimone in prima persona.
Quando raccogliemmo quel che restava del corpo di Gracco, infatti, ci
accorgemmo con stupore che portava ancora a tracolla lo Sten e la pistola Beretta chiusa nella fondina. Ci fu possibile inoltre constatare
che Gracco era stato ucciso da una precisa raffica nemica in più
parti del corpo e che non aveva avuto il tempo di imbracciare le armi.
Raccogliemmo mezzi fusi quanto rimaneva del suo Sten e della
pistola Beretta e li esaminammo constatando che in entrambe le armi i
caricatori erano innestati, tutte le cartucce erano esplose per il calore
dell'incendio ma tutti i bossoli ed i proiettili si trovavano ancora dentro
i caricatori stessi. In più entrambe le armi avevano ancora il
congegno di sicurezza inserito e non erano state poste in posizione di
sparo.
Da tutto ciò arguimmo che Gracco prima di essere avvistato ed immediatamente
freddato da una raffica cosacca probabilmente era rimasto nascosto senza
sparare per primo perché convinto che l'alto strato di fieno sotto
il quale si era nascosto lo avrebbe fatto passare inosservato, mai più
pensando che i cosacchi avrebbero asportato proprio quel fieno spinti
dalla solita loro bramosia di predazione.
Nessun'altra spiegazione poteva infatti esserci per il fatto che le sue
armi non erano pronte allo sparo conoscendo l'alto valore combattivo del
compagno caduto, che era sempre stato il primo ed il più deciso
nell'attaccare il nemico.
Detta misera fine del compagno Gracco venne poi confermata anche dal comp.
Dimitri al suo rientro dalla prigionia. Ma di tale conferma non ne ebbi
bisogno in quanto avevo già l'assoluta certezza che i fatti si
erano svolti nel modo sopra indicato in forza delle inconfutabili risultanze
date dall'esame delle armi del compagno caduto.
Qualche giorno dopo riportai la mia famiglia a Pieria: avevo perso tutti
i miei beni nell'incendio, nulla ci era restato ma trovai un vicino di
casa di gran cuore che mi soccorse concretamente e mi concesse l'uso di
tre stanzette al primo piano della sua casa ove con qualche cosa che mi
regalarono o prestarono parenti ed amici potei sistemare i miei cari in
qualche modo.
I cosacchi intanto avevano stabilito in paese un loro presidio fisso insediandosi
nelle case della gente del luogo che aveva dovuto sgomberarle parzialmente
ed in alcuni casi totalmente.
Nella stessa casa ove avevo trovato generosa ospitalità per la
mia famiglia, al piano terra si installarono anche due cosacchi da lì
sloggiando una donna che si adattò ad un giaciglio di fortuna e
che da allora fu obbligata in tale forzata convivenza a servirli e persino
a predisporre i loro pasti.
Venni a trovarmi perciò in una pericolosa strana situazione, ma
constatai che vedendomi con attrezzi di lavoro in mano come fossi un qualsiasi
paesano del luogo i cosacchi non mi avevano riconosciuto né avevano
fatto caso al mio tranquillo andare nel borgo.
Per qualche tempo perciò si instaurò anche per me e famiglia
una forzata convivenza con questi pericolosi vicini, ma ciò ci
procurava continue ansie.
Intanto avevo cambiato nuovamente nome e documenti.
Un giorno i cosacchi rientrarono trionfanti da un'azione, non so da dove,
portando una pecora sgozzata ed evidentemente razziata, intimandoci di
cuocerla nel suo grasso secondo le loro usanze.
Le nostre donne di casa, pur ignorando tali metodi selvaggi, provvidero
in qualche modo all'incombenza, altrimenti sarebbero state botte e violenze
ed a sera poi anche tutti noi fummo invitati a partecipare al banchetto.
Non potendo rifiutare ci mettemmo a tavola ostentando massima calma ma
masticando amaro, fingendo di mangiare quella sozzura, rimasta tutta nei
nostri piatti o sotto il tavolo.
Nel corso del pasto e dopo di esso i due cosacchi riscaldati da qualche
bicchiere di vino egualmente razziato chissà dove si lasciarono
andare a qualche discorso con noi nel loro italiano stentato e più
volte esclamarono «Fabian grande capo comunista partisan, se
noi trovarlo caput subito.»
A ciò io facevo grandi gesti di assenso raddoppiando le risate.
Mia moglie era invece di pietra.
Protetto dalla solidarietà e dal silenzio dei compaesani nonché
dalla mia nuova identità, di giorno talvolta mi arrischiavo a girare
in paese e sovente mi recavo anche in Municipio per continuare i contatti
a nome del C.L.N. mascherando le mie attività con un fantomatico
incarico comunale di sovraintendere alla raccolta obbligatoria del fieno
imposta dai cosacchi per loro uso.
Così li incontravo spesso ma ero così ben mascherato che
essi mi sorridevano e mi chiamavano addirittura "Birghenmaister".
In altre occasioni ebbi a sentir nominare più volte dai cosacchi
il mio nome senza poter capire i loro discorsi ma la mia freddezza e finta
indifferenza mi protessero sempre.
Ripresero le riunioni e le attività di noi resistenti e sarà
interessante leggere il Verbale di una quelle riunioni per comprendere
la situazione del momento.

COMITATO
DI LIBERAZIONE NAZIONALE di Prato Carnico - Verbale di seduta del 5 gennaio
1945
La riunione avviene nella sala consiliare del Municipio alle ore 10. Sono
presenti: il Sindaco Mecchia Domenico; la Giunta Popolare al completo;
il Presidente del C.L.N. Fabian Aldo ed il Segretario B. Ciullini.
Presiede la riunione il Sindaco il quale si intrattiene sottolineando
la gravità della situazione alimentare, comprese le medicine, nel
comune e la mancanza di pane e di qualsiasi genere alimentare: le famiglie
sono ridotte spesso a sfamarsi solo con poche patate. Spiega che per rappresaglia
e ragioni militari la Carnia ospita forzatamente nelle sue case circa
trentamila cosacchi i quali in gran parte si sono insediati nelle famiglie,
facendo da padroni e consumando le poche risorse alimentari esistenti,
mettendo mano al bestiame. Le strade bloccate ovunque; il coprifuoco in
vigore dalle cinque di sera alle otto del mattino...
La situazione così drammatica deve aver fine al più presto!
Il membro della giunta popolare il cristiano sociale Roi Leonardo fa presente
che una personalità militare e politica della quale non può
fare il nome gli ha assicurato e promesso che a Prato Carnico, come già
avrebbe fatto a Paularo e Timau, costituendo regolarmente un Corpo di
Volontari Armati, scegliendo tutti gli uomini validi dai 18 ai 45 anni,
sotto il controllo delle autorità tedesche, la fornitura di generi
alimentari verrebbe subito ripristinata attraverso il normale tesseramento:
la vallata potrebbe tornare così tranquilla.
La discussione si fa subito generale ed animatissima. Il Sindaco e Cleva
Giovanni Vora si dichiarano d'accordo con la proposta di Roia.
Interviene nella discussione il rappresentante del C.L.N. Aldo Fabian
il quale dichiara quanto segue chiedendo trascrizione fedele a verbale:
"Sono pochi giorni che la mia casa è stata bruciata e
completamente distrutta; mio figlio Vero è stato deportato, il
tutto ad opera dei fascisti e dei tedeschi accompagnati dall'orda dei
cosacchi ai quali sono state prpmesse le nostre terre. Mi rendo conto
che l'ora che stiamo attraversando è molto grave ma dichiaro che
con i tedeschi ed i nostri nemici non si può trattare o scendere
al benché minimo compromesso. Sarbbe una ignominia ed una viltà
imperdonabili per questo Comune che è sempre stato all'avanguardia
delle lotte contro il fascismo.
Piuttosto che lasciare ai nostri figli il ricordo di un'onta così
vergognosa preferirei morire cento volte assieme a tutta la mia famiglia."
A seguito di queste dichiarazioni alcuni intervengono esprimendo estrema
perplessità.
«Tuttavia la maggioranza dà incarico al Sindaco ed al Vora
di informarsi meglio circa la proposta tedesca. La seduta viene tolta.»
Occorre
anche dire a parziale giustificazione dei pavidi, che mentre avveniva
la nostra discussione a porte chiuse nella piazza antistante al Municipio
giravano gruppi minacciosi di cosacchi armati.
Uscito dalla mortificante assemblea con l'animo esasperato mentre mi recavo
verso casa venni inaspettatamente fermato da due ufficiali cosacchi che
mi chiesero a bruciapelo se conoscessi «Aldo Fabian».
Non persi la calma e guardandoli negli occhi con prontezza risposi sorridendo
di no perché ero del paese superiore; mi chiesero ancora se ero
un «partisan» ed io risposi di no perché ero
un anziano, cosicché ci salutammo ed io rientrai in casa anche
se abbastanza impressionato, peraltro senza dire alcunché ai miei
familiari per non spaventarli maggiormente.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno sentii del rumore nel cortile della
casa contigua alla mia.
Affacciatomi scorsi un forte gruppo di cosacchi con le armi spianate che
entravano e uscivano da quella casa con due donne ed un ragazzo del paese
di nome Benito.
Udii i cosacchi gridare davanti a quella casa «Qui abitare Aldo
Fabian» e le voci delle donne e del ragazzo che invece mi conoscevano
benissimo e sapevano dove stavo, rispondere unicamente «No,
qui abita Aldo Casali» com'era del resto vero.
La disputa in quel cortile continuò per un poco dopo di che i cosacchi
se ne andarono.
Dirò anche che l'intera popolazione del paese in quei duri momenti
fu molto generosa e solidale con me e la mia famiglia in quanto vi fu
piena omertà a mio favore e da più parti mi giungevano da
donatori, molte volte volutamente anonimi, coperte, vestiario e generi
alimentari con i quali poter sostentare i miei figli rimasti nudi di tutto
e letteralmente alla fame.
Ma purtroppo esisteva tra la generale solidarietà, come talvolta
può accadere, anche chi avrebbe voluto farci del male: quell'elemento
fu identificato senza incertezze, una donna che aveva dato ai cosacchi
precise indicazioni per catturarmi, la quale venne poco tempo dopo catturata
da nostri garibaldini scesi dal monte, venne processata, confessò
e pagò il fio del suo tradimento.
Fu perciò solo per la grande prontezza di spirito, l'omertà
ed il coraggio di quel ragazzo, Benito, e per il silenzio delle due donne
che erano con lui, che mi salvai ancora una volta, senza neppure conseguenze
per i predetti in quanto i cosacchi, entrando per errore nel contiguo
cortile e non nel mio, avevano poi saputo dalla loro informatrice che
effettivamente in esso abitava Aldo Casali.
Quest'ultimo episodio mi fece decidere di non rischiare ulteriormente
e ad andarmene dal paese. Scavalcai così varie soffitte e fienili
occultandomi: di notte rientrai furtivamente nella mia provvisoria abitazione,
preparai il sacco da montagna con quanto avrebbe potuto servirmi, compreso
il cannocchiale, infilai alla cintola la mia fida pistola Beretta, abbracciai
i miei cari infondendo loro coraggio e poi mi dileguai nelle tenebre attraversando
il fiume e risalendo sul versante opposto.
Seppi poi da mia moglie che il giorno dopo i cosacchi avevano fatto irruzione
nella nostra nuova vera dimora credendo di sorprendermi, avevano rovistato
ovunque e se ne erano poi andati minacciando e spaventando i bambini senza
poter asportare alcunchè in quanto in quella casa desolata e priva
di tutto nulla più assolutamente esisteva da asportare.
Raggiunsi camminando di buona lena con i ramponi sulla neve la località
Sette Staipe e discesi poi verso Ovasta di Ovaro che sapevo essere priva
di presidio nemico.
Approssimandomi al paese dal bosco, in quella rigida notte di tanta neve,
cominciarono ad abbaiare numerosi cani che allora quasi tutte le famiglie
tenevano e man mano che mi avvicinavo i latrati aumentavano di intensità
diffondendosi nella valle. La notte era fonda e senza luna ma finalmente
arrivai con cautela nei pressi dell'abitazione di buoni amici, controllai
che tutto fosse tranquillo, dopo di che bussai e fui accolto fraternamente,
ebbi qualcosa per ristorarmi e riprendere le forze ed in più finalmente
ricetto e riposo.
A quella cara famiglia di veri amici presso la quale ottenni generosa
ospitalità in momenti veramente terribili e con loro grave rischio
personale se fossero stati scoperti, va la mia perenne riconoscenza: quella
nobile famiglia è esempio e simbolo di quello che fu il costante
generoso appoggio dato dalla generalità del popolo italiano a coloro
che militavano nella resistenza, aiuto prezioso ed assolutamente disinteressato
che fu anch'esso una diretta coraggiosa militanza contro il nazifascismo
oppressore.
Restai ivi occultato per qualche tempo muovendomi solo di notte per le
giornaliere necessità di continuazione della lotta e solo mia moglie
e pochissimi altri fidati compagni conoscevano il mio nuovo nascondiglio
mentre dovunque in giro correva la notizia che io fossi scappato nella
pianura friulana o fossi morto.
Un giorno nel mio rifugio ascoltando la radio sentii una parte del famoso
discorso fiume di Hitler dal Reichstag col quale quel folle,
sentendo approssimarsi non solo la fine della guerra ma anche la sua,
chiedeva perdono a dio per l'ultima settimandel conflitto annunziando
l'entrata in azione di nuove terribili armi segrete naziste di sterminio
delle genti.
La situazione appariva ancora terribile per tutti ed in quei tragici momenti
veramente ci sorreggevano solo la grande fede nell'idea, solo la certezza
nella vittoria finale sulla barbarie, solo la convinzione di sempre che
la libertà avrebbe trionafto portandoci ad un mondo migliore.
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