(scritto
nel 1955, pubblicato nel 1993)

Prefazione
di Ermes Dorigo
Resistenza
ha significato, per chi l'ha vissuta come Romano Marchetti da intellettuale,
che riflette sulle azioni, la conquista della Storia, l'uscita da una
minorità regressiva, che impediva all'uomo di crescere e maturare,
di decidere del proprio destino: l'abbandono di uno stato primitivo e
"naturale" per diventare un essere "sociale".
In questo senso la Resistenza andò proprio in direzione contraria
all'Ors, uomo della natura più che della storia e della società
degli uomini, dalla quale visse appartato nella conca di Pani di Raveo,
signore e padrone di terre e animali, avvolto da un alone di mistero al
punto da assumere connotazioni mitiche, fuori del tempo.
Marchetti lo conosce e se lo fa amico durante la guerra partigiana (in
Pani ci si nasconde o ci si raduna).
La miticità dell'Ors colpisce anche lui: non solo nel suo scritto
lo fa come resuscitare, ma cerca di collocarlo in una tradizione mitologica,
più della saga nordica, con tutto l'orrido romantico, che nella
mitologia mediterranea, seppur tragica come quella greca.
Non può comunque rifiutare la consapevolezza che con la sua azione
partigiana, storica, ha fatto perdere all'Ors la "ferocia della solitudine",
quella pienezza che si può godere solo in un totale stato di natura,
dove natura e uomo si armonizzano al punto tale da non avvertire sensi
di vuoto e di mancanza, il bisogno degli altri, com'è per l'uomo
storico, soggetto al limite del tempo.
Da questo punto di vista l'Ors assume il duplice valore simbolico della
fine di un'epoca storica (per la Carnia, la fine della civiltà
contadina e l'entrata in un nuovo tempo) e della fine di un'epoca esistenziale,
la giovinezza. Il rimpianto malinconico per l'Ors è l'espressione
della nostalgia di Marchetti per la sua vita antecedente, la consapevolezza
della proria storicità, per la giovinezza, insomma, coi suoi sogni
e le sue speranze, ma soprattutto per la 'irresponsabilità' e la
'atemporalità' che la caratterizzano.
Sul filo della regressione Marchetti rimane ancorato, comunque, alla sua
'maturità', raggiunta dolorosamente attraverso la lotta partigiana
(che qui diviene la metafora, leopardiana, della sofferenza insita nel
diventare adulti): indietro non si può tornare, si può solamente
procedere verso il nuovo futuro, per costruire il quale si è lottato,
portando dentro di sé il senso amaro di una perdita necessaria.
Intrecciate di leggenda e di storia, di personaggi fantastici e reali,
le dieci rievocazioni si reggono, appunto, su questo rapporto speculare
tra narratore e narrato, tra l'uomo della Storia e l'uomo della Natura,
e rivelano sotto sotto un sogno di conciliazione e di armonia tra i due,
da realizzare dopo la rottura.
Savona,
1955
Giù
il cappello! È morto I'Ors di Pani.
Partigiani...
venite... portiamo in trionfo Toni Zanella; in trionfo portiamolo in cimitero;
buttiamo la cassa nel buco e poi cominciamo a chiamarlo, canzonandolo
con tutta la motteggiante acredine di cui saremo capaci: vedrete che ne
uscirà assieme a quella con un riso sottile tramato di parole colanti
ironia e scetticismo; ci farà diventar rossi, ci farà; io
ve lo dico... Così ci converrà depositare l'arma e fare
la pace: lui a garganella stando a cavalcioni della bara e noi tutti intorno
- fazzoletti rossi e fazzoletti verdi: amici e nemici fino al delitto
- assieme berremo vino rosso dal fiasco e le fughe sugli angoli saranno
come di sangue poltiglioso; berremo a non finire prima di sgozzarci, se
sarà il caso, e finché saremo così marci da cantare
stonando «...tutti uniti tutti fratelli...» come
se fosse finalmente vero; con lacrime di protesta addirittura.
E allora, con gli occhi che si incaponiscono a mettersi su una linea verticale,
ti ameremo TONI, d'un amore liquido infinito come se tu fossi la cassa
di palanche che, chissà dove e perché, tu hai in qualche
modo sepolte: ...cosa credevi? Che ci credessimo! Già. Ma tu hai
già pensato al minuto che viene dopo la morte, come sarà
dentro di noi, brigante di ORS.
Da
qualche parte, brandello di conversazione alla deriva, risuona nel silenzio
improvviso «...impero...»; si condensa accanto a
me il bagnasciuga. Oh... guarda chi abbiamo... accenna col capo.
«Be... be... Benito» dice qualcuno.
Toni si volta come se non fosse così vecchio ed avanza la barba
alzandola un po’ di necessità: «Oooh... sestu tu
Mussolin!»; poi si rigira e gli angoli degli occhi si riempiono
di rughette (brillio di pupille); «e la fantate, dulà
lastu lassade?” lancia sopra la spalla. La risata omerica che
ne consegue ha, com'è ovvio, risonanze d'oltretomba e sembra che,
finalmente, l’universo abbia archiviato il caso.
Nonostante tutte le circostanze, quanta rettorica e quanto desiderio di
colore per Toni ed intorno a Toni!: desiderio che sia assolutamente vero
quanto supposto degli amori con la propria figlia che invece *Fermo dalle
enormi ciglia ammiccanti dimostra assurdi: «Aveva pur cento pecore
di cui almeno trenta vergini e dell'anno!»
Ma che dimostrano assurde con ben maggiore autorità le varie considerazioni
possibili, per dire l'impossibilità dell’esistenza in lui
di alcunché di Greco; dell'esistenza in tutta la terra Carnica
ed in lui di alcunché di classico ed ellenico in sterminata scena
nella vasta e brillante luce Eschilea; e l’essere costretti all'ambigua
- comunque - scelta fra la figlia e le pecore (perché non le capre
invece? Le diaboliche - umane capre della saga germanica o druidica?)
apre un orizzonte allettante anche per l'inquadramento della recente e
ed ultima tragedia; così l’assassino in veste di Fato e Nemesi
acquisterebbe una tal potenza da innalzare accanto all'Egitto, Creta,
Cartagine, Verona, anche la nostra terra finora aulente di solo poverissimo
sudore.
Ma
non si può credere. Dentro a me c è intimamente (ma c'è
?) la certezza di tale verità: dell'incredibilità; dentro
di me, suo amico e di converso portatore dello stesso nome cristiano di
colui che lo ha ucciso; e lo ha ucciso - io credo - sol perché
portatore di un personale Fato non in legame con Toni e con la figlia;
ignaro portatore di un Fato e di un'ira di là della nascita, ma
d'un’ira generica non specifica.
Era già concluso il cerchio della vita di Toni e tutto il restante
era ripetizione, quando lo scontro, incontro, amicizia, con noi, suoi
fratelli nell'indomita ribellione di continuo riproducentesi e nell'amore
- un po' troppo grondante, può darsi - per le misere donne sformate
e per le sformate enormi mani degli uomini - quando l'incontro con noi,
suoi fratelli, mise non so che dubbio nel suo occhio per l'innanzi così
deciso; non so che bisogno di amicizia in lui nato e destinato selvaggio.
È uno dei guasti più gravi di sorella nostra (la lotta fin
troppo e malamente celebrata!) quella d'aver tolto a uomini come Toni
la ferocia della solitudine; quella d'aver dato a Toni il bisogno forse
di aver attorno a sé della gente e delle cose: della gente che
parla e che esagera; forse di altro.
Ma sì: concluso quel cerchio ferocemente ma epicamente: il globo
oscillante di luce del ferâl che avanza fra casa e casera;
l'ombra - che lo deforma - dal va e vieni conturbante; i flussi dei fiocchi
di neve, che sembrano onorare quella luce e quell'uomo, scendendo tutto
attorno quasi elicoidali; ma ecco uno schianto rompe la luce, lo strano
silenzio; lo schianto è corbellato da echi; le molto fresche carezze
sul volto sono un ultimo saluto.
Profondissimo il nero buio copre improvviso il sangue e la neve.
II
«Del
resto, c'era la... predestinazione!...», motteggia uno dalla barba
mefistofelica che non si rivela se defunto o vivente; come «...quando
creò quella Chiesetta a coronamento della crisi dell'orgoglio oppure
del misticismo.»
Tacciono intorno gli spiriti quasi assetati e le piccole streghe si mettono
a gracchiare sui rami spinosi del pero da seme, e poi zampettano sui coppi
marci del portico con mille inchini, mille ire ed una frenetica stizzosa
ilarità.
«...Già!... di patate fin sopra la croce dell'altare l'ha
poi riempito nell'annata grassa; del resto, dove mettere la grazia di
Dio?...» Frana la trascinante risata di *Giuliano; accanto a lui
i suoi pazienti (giustiziati?) *Katia e *Mirko sorridono.
Il Toni nella nuova pelle che chiaramente ricorda e più chiaramente
capisce quel se stesso illuminato (sporadicamente) che volle la Chiesa,
si raccoglie quasi raggomitolandosi ancor più nell'interno; ora
alza di conserva le due mani pesanti con il gesto goffo ed usuale dei
primitivi per chiamare la Provvidenza a confortare la protesta che vien
fatta; la protesta che null'altro c'era da fare in quel frangente delle
patate; alza le mani come se portasse a tiro di vista dell'ipotetico Iddio
la cosa in discussione a che la guardi e la rigiri lui; e le streghette
a sberleffarlo, volteggiandosi attorno, e poi, vili al primo gesto, insultando
dall'orlo del tetto; ed attorno la liquida risata dei morti e quella tonante
e disarmonica dei vivi e disperati, vicini e lontani che gli batte la
spalla con solidarietà comprensiva. Scende la barba sul petto e
dentro a questa la bocca che tace: del resto, la presentazione dell'eroismo
all'estrema tensione della moralità, all'estremo di rigidezza è
cosa troppo buffa ed intimamente immorale; del resto c'è pure la
seconda componente della volontà di azione; dimentico del recente
se stesso, Toni rivive; rivive, sdoppiato, quel tempo.
La donna che aveva voluto impalmare, tradendo la stirpe, (ecco! ecco qui
la prima radice del male di poi!) portare al casolare dell’inferocito
genitore, cogliendola in un orto di paese; la donna “civile"
che sola gli aveva dato figli della sua tempra e della sua forza; la donna
della piena religiosità al cui cospetto non potevano che frangersi
- in verità - le onde della sua lapidea volontà; la “sua”
donna era morta. Onorarla così era onorare la propria virilità;
onorarla con "un'utile" chiesa. Ma era anche onorare
la Fede e l'Amore; ma egli allora non lo sapeva, perché l'endemico
imbarazzo vergognoso aveva dovuto difendersi - siccome suole - con una
cupa macchia sulla coscienza.
Ed ora, ancora debole per la necessità di verità, chiama
in aiuto il volto di Lei sua compagna di vita; Lei, unico essere che egli
sa adatto a capire ed a dire; lo riempie di volumi, colori, carne e infine
di vita e quindi lo ascolta parlare; le dolci parole, pian piano, prendono
quota sul fracasso che all'intorno ha raggIunto il limite parossistico
e, volenterose e quiete, partendo da un triste sorriso, raggiungono il
volto che accenna di sì come nei bimbi.
«Presumo che il più grande di Pani, l'imperatore di Pani
sia colui che possiede terra fin lì dove giunga la più forte
voce; la forte voce, non lo sguardo, compenetrata dal bisogno di moltiplicare
le vite animali; presumo che un uomo così abbia ben chiaro, sotto
la fronte, che tiene lo scettro del luogo colui che alberga la Chiesa
ben più che se avesse la scuola, questa invenzione degli uomini.
Invece tu non hai voluto alcuno onorare; hai voluto soltanto lanciare
una sfida ai maschi di Pani; l'ultima sfida; dubitavi che nessuno avrebbe
celebrato nella tua cappella; dubitavi che nessuno sarebbe in ogni caso
venuto a inginocchiarsi dì fronte alla tua casa; lo sapevi; ma
il segno della maggior potenza sulla terra andava indelebilmente impresso:
impresso con una chiesetta timida e timorosa al tuo cospetto e troppo
vicina alle vaste tue stamberghe; impressa lì, come metallo da
te forgiato e piegato: superbo! Ma poi l'intelligenza pratica che da te
non poteva a lungo essere tradita, ha reso scipito a te stesso il giochetto
e tu, così... come sopra pensiero hai riempito di patate il Sacello,
il controaltare della scuola istituita da poco al di là del torrente.»
(Ma c'è chi parla di un diverso motivo: «Ad una veglia funebre
nella chiesetta nasce una discussione fra Toni e *Porcasso sul dire “pro
eo” oppure "pro es”. Per un colpo di croce
sulla testa Toni perde per qualche istante la coscienza. Poi striscia
via e con il "doppio" inizia un fuoco accelerato sulla chiesetta.
I fedeli, pertanto, scivolano via uno alla volta. Non resta che onorare...
le patate).
«Questo presumo, ma forse sbaglio. Dovrei immaginare invece la grotta
dentro altre grotte, come allora e l'urgere del sentimento-istinto in
essa... onorare la propria parola; onorare la propria personalità
con il dare a Dio da pari a pari, quello che Iddio - dice la voce del
popolo - chiedeva in cambio dei tanti favori concessi; quelli per cui
aveva potuto comprare tutta la terra intorno alle case con l'opposizione
sempre più dura e sospettosa dei contermini nemici; tutta la terra
compresa fra il fiume, il bosco e la roccia; la terra buona e dolce sotto
il suo solo piede calza di legno; finché tutta sua fosse la terra,
che la forte voce era in grado di valicare in una giornata di nebbia;
la voce che ripete il richiamo alle capre: da tutti i Iati; solo il rovinoso
mugghio del torrente vicino; solo agli uragani d'agosto, solo alla tramontana
dei Morti poteva esser concesso cimento con sua propria voce.»
«Onorarlo anche per avergli suggerito la somma astuzia, per cui
venne a capo dell'acquisto della terra più ambita: quella che si
inoltrava come spina nel suo possesso più bello fin sotto alla
casa. Quell'espediente per cui, caduta ogni possibilità di accordo
mediante moneta, risultate sterili le lunghe sere di affari e di amori
con l’anziana vicina; risultato inutile anche l'averla fatta madre
tre volte a testimonianza dei continui trasporti di vero amore, se sposata,
contro un preliminare dì compravendita e garanzia di perfezionamento;
se l’era sposata violentando l'ardore del proprio cuore per la defunta
indimenticabile ed ecco forse, anche, perché più tardi la
croce dell'altare sommersa dai tuberi.»
Egli ora guarda con un immane distacco quel vecchio e contraddittorio
Orso di Pani colmo di esteriore gioventù, pieno di volontà,
di volontà sola e potente; volontà che dà gioia,
che dà tanta gioia; la sua barba rossa non pure matura, la sua
rossa capigliatura e lo sguardo metallico da una rossa matrice; l’ORSO
che, un ritorno di fiamma, castiga l'Iddio, riempiendogli di patate la
casa.
Già da qualche istante la faccia dell’amico che analizza
raccontando il caso si è andata sformando; a lui d’intorno,
in una sfatta e putrida ebbrezza morti e vivi cantano confondendo, negli
abbracci, le proprie singole sostanze.
III
La
giostra si fa frenetica, dal petto dei vivi escono esseri strani, serpenti,
rettili, mostri paurosi; appena usciti si gonfiano e si armano per ogni
dove; si rivoltano all'uomo che li ha prodotti; lo insultano rinfacciandogli
non si sa che, lo assaltano, lo piegano, lo calpestano; si sbellicano
dal ridere i defunti e guardano bramosi che secerna terrore, rosso terrore
pieno di buio, mentre annaspa come disperato, come cerchi di guadagnare
la superficie dell'acqua; affollando all'inverosimile lo spazio esseri
germinati da pulviscolo invisibile, che ridono trattenendo la pancia che
non sconfini; che non tutto invada; che non affoghi il porticato, il nero
portale del campanile ed il loculo vuoto, il cortile, la cassa, tutti
i presenti; la silenziosa orripilante risata che fa impazzire tarantole,
serpenti, rospi di strane fogge e dà allo spazio il senso del fatale.
Non si sa dove, comincia la sarabanda; tutti seguono in torma qualcuno
che va; qualcuno che porta come un'insegna; che porta qualcosa che ha
tolto a qualcuno: il lavoro d'un altro.
Strepitano dall'infimo cielo del tetto che assiste, streghe, gazze, cornacchie,
pipistrelli; e lo strepito ha un ritmo; ed il ritmo si fa accelerato ed
accelera il cerchio che gira; vorticosamente come un'impossibile passione
nella realtà; come la disperazione nell’abisso della tragedia;
in un'ira frenetica che sgorga da ogni cavità oculare, le narici,
le bocche di strani esseri similunari. Il vecchio sulla cassa tace; tace
diritto e colla barba ficcata in avanti, la rossa barba variegata di lana,
immobile sta come giudicando; ma non si sa che.
«Ecco che ricordo, Toni... Orso di Pani... sì, Orso di Pani,
ecco, ricordo: tu pesavi il formaggio che Anna ti porgeva; Anna stupita
e stranita dietro di te (in due almeno, se uomini, bisognava essere, ed
uno di questi doveva tanto bene conoscerti da trattarti col tu! E se donne?:
se donne non potevasi assistere alla cerimonia del peso salvo che, tramite
un'altra donna della famiglia). Tu pesavi la misura, la giusta misura
nel freddo vestibolo della casera mentre fuori il caldo sole di settembre
illuminava con gli ultimi raggi - per cui si aveva tal fretta - la meravigliosa
valle del Tagliamento ottenebrata dall'apprensione dei giorni a venire.
Tagliavi e pesavi sul grande tavolo, amministrando con il sudore rappreso
la tua giustizia, pleistocenico sacerdote, oppure ed ancora capobranco:
e chi ti guardava, senza sapere come e perché, sapeva che tu stavi
onorando il tuo Dio, distribuendo con non prodiga e non avara ma giusta
giustizia.
Così io ti vidi e capii, quando fui testimone casuale ed attore
di un tuo sacro commercio di cacio con una donna che continuava a far
udire la sua voce da dentro il chiuso della casera; mi faceva udire la
voce ed io trasalivo, temendo per lei, perché mi pareva notare
del querulo nel timbro e temevo la sua certa disgrazia, se tu I'avessi
registrato. Io testimone, elemento importante e non accessorio del quadro,
so che allora bisognava venire da te e parlare e raccontare e non mai
pregare; me lo avevano giurato all'osteria dell'Amicizia di mio “santolo"
Vigj in Maiaso; doveva risultare da tutto il racconto che a petto del
mondo, del cielo, s'aveva diritto a qualcosa che poi risultava essere
il formaggio. Guai, quindi a "pregare"; si sarebbe dissolta
la sacra atmosfera che fa uomo l'uomo e lo abilita al commercio con il
divino; guai poi a pietire; ti avrebbero visto, orso, furente; furente
anche al ricordo del grave prezzo dovuto pagare per il coronamento di
tutti gli acquisti di terra; il prezzo di dover sposare la donna non abile
a produrre figlioli di tempra felina e tempra divina.
Così, ora soltanto è possibile capire, perché tu
non chiedessi il prezzo che tutti gli altri pretendevano. Capisco perché
tu non volessi mai regalare; perché tu vendessi al prezzo infamante
di ammasso; tu non facevi commercio vecchio mio Orso: tu amministravi
la Vita che stava di sfondo dietro la tua Giustizia con una consapevolezza
istintiva che ora mi "fulmina" (ma se solo facessi il gesto
di volerti abbracciare - tu, sulla cassa - con un piccolissimo gesto della
sinistra mi fermeresti).
No, non capivo la panoramicità del tuo sguardo, del tuo sguardo
educato dal Padre capraio e, come te, sacerdote. Quello che nella città,
(al Contarena di Udine) siccome si stava ridendo della polenta che stava
mettendo nella tazza di caffè nero, chiamato il cameriere lo illuminava
a mezzo un glorioso zecchino invitandolo a chiedere ad ognuno degli altri
una mancia di pari valore, pena il suo sovrano eterno disprezzo per la
razza dei perdigiorno e degli sfruttatori; parassiti del suo sudore, tramite
i rivoli di imposizioni che dalle baite sperdute sui monti i pubblicani
adducono così come avviene alle rapaci casse delle feudatarie città
a capo delle Province ed altre vassalle dell'Urbe.
Ecco il perché del tuo orgoglio d'essere il primo contribuente
del piccolissimo comune di Raveo, della valli del Tagliamento e forse
di tutta la Carnia; il contributo tuo di pastore, il contributo più
alto! Con molte riserve però; dicevi anche: ed ai ladroni delle
tasse (Stato, Provincia, Comuni) buttare i soldi come alla cagna famelica
la polenta; ma... almeno quella serve a qualcosa. E mi guardava sottecchi;
che ce l'avesse anche con me? In una società che tutti davano per
ormai sfasciata, in una tregenda dolorosa, in uno sbandamento che aveva
preso tutti senza eccezione, pontificava nel settembre 1943 la tua alta
Giustizia, datrice di vita e saggezza in un mondo imbarbarito.
IV
Un
giorno, trovato un biglietto sotto lo stuoino della casa ormai deserta
dopo la morte di mia madre, non stentai a capire chi vi aveva scritto:
“Ven su."
Salii a Pani. Seduto al sole, lasciavo che il sudore e la stanchezza asciugassero
sotto la giacca; mentre seduto sul ceppo sul davanti della casera reggevo,
ancora piena, la ciotola di latte che Maria mi aveva munto e dato; mentre
guardavo finire quasi ai miei piedi l'inusitatamente ampio pianoro, che
costituiva la polpa del suo strano Regno, polpa messa di sbiego fra la
terra e il cielo ridente del sole di maggio; ridente sul regno dell'Orso.
Egli stava salendo dalla sua complessa vicinia. Non era più il
caso che mi stupissi di come agile e leggero si muovesse, con le dalmine
anziché le alucce ai piedi, come m'era sembrato la prima volta;
saliva un uomo curvo e lento, stavolta conscio che la sua solitudine era
ben lungi dall’essere un Regno; lento di una lentezza cerebrale,
chè le dalmine non risultavano più leggere per le ginocchia
ed i piedi. Ed era proprio un sorriso come per tregua ad un dolore insistente,
quello con cui mi riconobbe e salutò; quello con cui - senza scoprirsi
e diminuirsi - mi trattenne a lungo a farmi dire di agricoltura parole,
cui egli non credeva nemmeno per ipotesi; quello, persino, con cui accompagnò
l'ira sincera che gli scioglieva ed acre la lingua contro gli ufficiali
artiglieri che ogni anno gli sforacchiavano i prati, sicchè egli,
al ricordo, si grattava tutto: le ascelle, la pancia, il culo. Ha uno
strano sorriso: gli necessita, assolutamente, un risarcimento del fastidio
datogli dai cannoni dei "signori Ufficiali": siccome avevo risposto
negativamente alla domanda, se potevo far qualcosa presso essi, guardandomi
dall’estremo confine dell’occhio sinistro chiede: «Eristu
encie tu ufficiaal...?»
Poi mi pilotò ad ammirare l’enorme danno che il Sçhiarsò
infuriato aveva prodotto e la minaccia del Titano a tutto il suo Potere.
Guardava il precipite torrente, ora tranquillo, quasi con affetto paterno
ed insieme, così come la bestiola guarda il serpente che la affascina:
«...non può far niente... lo Stato?» «No!»
Dovevo riconoscere che Toni non era più l’Orso di
Pani e nemmeno molti anni mi separavano da quel tempo; dovevo riconoscere
che le voci attorno agli amori proibiti e non (attorno all'ernia che gli
avrebbe tolto il piacere e lo scopo di vivere) erano un'inintelligente
trovata per giustificare con molta volgarità un comportamento che
invece derivava da una ferita ben vasta e profonda, sebbene sepolta nell’intimo
e nell'inconscio. In Toni era finita la lunga millenaria ascesa; il serpente
aveva gettata la vecchia pelle prima che la primavera fosse giunta e nessuno
era più in grado di capire e conoscere Toni che era ormai, effettivamente,
altra persona.
Da allora mi pare che egli stesse attendendo con assiduità ma senza
impazienze che il suo eroico destino fosse riscattato con l'ultimo sangue;
perché non avrebbe potuto e dovuto, l'Iddio, trattare Toni con
dignità di una linea soltanto inferiore al suo merito; e Maria
era lì soltanto perché le riusciva comodo essere portata
attraverso la sua propria prova (nell'ipotesi che l’altrui infingardaggine,
radice al bisogno di maldicenza e di soddisfazione tavernicola, etilica,
abbia ed avesse colto nel vero); portata attraverso una prova, secondo
i ben pensanti dell'era storica, tremenda ed inevitabile; le riusciva
comodo essere protetta dalla pesante nuvola di affetto che l'enorme carattere
del padre continuamente le dava di scorta. Non la meravigliosa impudicizia
panica, quindi, può essere indicata, ma qualcosa che invece ricorda
le fiabe, le Saghe; gli stregoni e i druidi, ove non si scordi di velare
il tutto, verso la fine, d'una leggerissima alba cristiana.
V
Riemergiamo
al convento. Tace. Chissà cosa pensa. L’uno accanto all'altro
possiamo tranquillamente tacere. Egli mastica del tabacco: è un
passatempo che ogni tanto egli si concede, ma è un lusso; si arrabbierebbe,
se tu gli facessi un’osservazione; ma tu non sei un barbaro.
Ed intanto, in mezzo ad una moltitudine di visi o di semplici espressioni
alitanti, esposti in cerchie sempre più alte, seduto sulla cassa
come se fosse sul mulo per avallare dopo lunga stagione di stenti; sta
immobilmente. Guarda tutti lungo l'intero orizzonte delle ciglia, con
il capo abbassato al suo solito modo; il sorriso... può anche essere
nella barba e negli angoli degli occhi l'ira; può anche essere
negli occhi e nella bocca sepolta. Sebbene un po' invadente e con un residuo
di rettorica alpina, la corale voce di APE con l’immane forza trogloditica,
polarizza l'attenzione: «...vi sembra, amici, che sia atteggiamento
da Orso-defunto?» e cita un po’ di Majakosky con quella voce
che nemmeno nel sussurro riesce a non mettere in evidenza i forti pilastri
del collo e a non far uscire dai letti le palle degli occhi; cita il blasfemo
Maja così da accendere la dura-straziata ilarità col suo:
«Che! Che! Tu non sei l’orso. Tuo padre sì! Sbranato
nel ripido bosco dai due muli imbizziti a ciascuno dei quali aveva legato
una gamba; un ruscello di sangue e di vino ne uscì, io credo: ma
lo vide soltanto una famiglia di gufi e civette voltatisi all'urlo; e...
il topo, invece, fu salvo.» E ride, calcando di proposito sui toni
sguaiati. La sua voce rimbomba nel cavo del portico riempito di luna e
larve appartenenti alla generazione dei forti che si voltano spettrali
e s’inchinano con un fremito di terrore; dietro, gli abeti compatti
svettano più neri.
«Come una comunicanda di 7 anni; la Gran Luce nel soffio della tempesta:
il fiore vivo di sangue dalla tempia; il candido letto di neve che cresce
e che nessuno sospetterebbe giaciglio nemmeno d'un ramo del sovrastante
annoso ed enorme pero.
Solo gli occhi, in Toni, diventano più attenti e la barba si affonda
ancora di un po' nella apertura villosa del petto «...si era messo
dietro la catasta delle fascine, quel cane, ma ti ha fatto l'onore d'usare
la “campagnola”; quella buona per cervi e camosci...»
La figura di Marco s'è fatta più attenta e piccina, confusa
fra tutti: solo la fronte e le guance, spiccano; Arturo, accanto, domina
il suo gruppo; ma i suoi occhi hanno tradito l'interesse professionale.
La rossa Barba di Sernio e quella di Caribaldi - il recente suicida d'amore
- brillano perché simpatizzate dai bagliori degli occhi di Lupo;
arriva da una miniera del Belgio la bruciante barba di Lampo e si affianca;
in un vuoto intenso di aspettativa passa veloce e molesto il riso squittente
di Barba Livio - il massacrato dell’ultimo giorno in una cantina,
dalle scimitarre cosacche - assieme a venti compagni - come se fossero
mele da pilare per il mosto; si sente Ia predica di Gracco cucinato nel
fieno della casa incendiata dai mongoli; si sente il tacere di Aso l'anarchico,
morto appunto con la palla in fronte; di Nembo struggente nella propria
buona voce sotto gli occhi ribelli; compare cupo Prospero viandante transoceanico,
pellegrino in fuga continua; fuggente innanzi ai propri ricordi ed al
proprio fato cattivo che lo costrinse ad amministrare l'estrema Giustizia
ed a dilaniarsi l'anima; in disperazione profonda, perché ancora
ravvolta di brume: la stessa con cui, digiuno e senza parola, per tre
giorni, attese dormendo sugli scali dell'ambasciata di Roma, il visto
Venezuelano.
Si riforma la scena di fronte alla casa madre dell’Ors, quando,
in un allentamento della pressione cosacco-tedesca che pure continuavano
l’assedio, stava spaccando il cranio al (creduto) traditore Leo
con il calcio della pistola che aveva rifiutato la palla; e Tredici, petulante
nella sua crudelissima civiltà rialtina, alternando l'occhiata
al binocolo a quella per la scena tragica, irridendo al mio e di Bruno
intervento, dice: «... lassali far... i xe giovani... i ga morbin!»
Zampilla una agilissima vena di sangue dal sommo del cranio: Leo mugola
il proprio terrore. Ma dal pulpito del proprio pietroso cortile, un po’
più in alto, Toni fa di no con il capo; ed il no è molto
meno rivolto a Prospero - l'essere della fedeltà e del dovere fino
all'estremo - che per qualcun'altro: ecco perché non è più
integralmente l’Ors: il quarto comandamento ha in lui una granitica
presenza, come di masso erratico eguaIe a quelli sui suoi vasti pascoli.
VI
Un'ombra dal pesante passo montanaro si avanza «...mi conosci...?»
«Guarda, guarda! - dice Toni per nulla sorpreso - ti ha... ti abbiamo...
Anna tanto aspettato; ma si vede che stavi bene in Russia.» Lo sguardo
ironico ed imperioso; ancora «...congelato o fucilato?».
Le punte degli abeti ondeggiano e cosi le larve e gli uomini ed il riso
di tanti; piovono da tutte le parti i morti in guerra, gli assassinati,
i cremati vivi da irresponsabili e megalomani; piovono e vengono a ridere
ed a scaldarsi con il ridere assieme: le ombre dei pilastri del chiosco
ondeggiano, si plasmano, si trasformano variamente: lupi di lunghe bocche
da caimano diventano serpenti e macachi e bestie simili come canguri e
come topi; con il corpo in basso sfrangiato e che si squinternano nel
ridere frammischiati alle larve stabili ed agli uomini.
Piombo in un altro gorgo di ricordi: siamo attorno il fuoco ed i tre giovanissimi
partigiani Tolmezzini sono davanti a noi; Toni sempre più si fa
sul lato mio; «...l cosacchi... eh; ogni sera e ogni notte, ci sono;
ma voi asciugatevi; a quest'ora non vengono.» Essi guardano me;
specialmente il rosso che sta al centro, l'altissimo e giovanissimo rosso:
quello che si squarterà con il tritolo nel greto del But in una
selvaggia notte del 1947. lo taccio un po’ vilmente, perché
ho individuato lo scopo della predicante e suadente voce (adopera smodatamente
il cenno di barba, stasera. La voce dell'Ors è in caccia di porcellini
come nella favola-gioco): «Non c'è da fidarsi; ma voi asciugatevi
e poi andate allo stavolo al di là del fiume; ce n’è
di altri là; vi sarete certo più sicuri.» (Dopo mi
darà di gomito e, vilmente, io sarò soddisfatto di non dover
dividere con troppa gente il giaciglio e la stanza).
Parla, e quando non parla, dalla barba lascia cadere ai cani la polenta;
qualche pezzo rotola giù nel buco della brace viva; il fumo è
a 50 centimetri da terra e tutti noi si sta curvi e lacrimanti.
Da mezza porta, in alto l'altra mezza non c’è per il tiraggio
del fumo, un qualcosa un essere, schizza dentro assieme ad uno sbuffo
di fiocchi di neve già gocce di pioggia poco prima; corre su quattro
zampe... ma è un bimbo! Avrà circa un anno e non ha certo
avuto chi gli insegnasse a camminare; si getta prestissimo e deciso a
contendere la polenta ai cani non più cuccioli che ringhiano ai
gatti che soffiano; barcolla e quasi cade nel buco della brace; ora ride
l’Ors e scuote la testa; il cucciolo dell'uomo corre dietro al cane
maggiore e lo deruba proprio dalla bocca; con il fiato sospeso osserviamo
che la bestia s’inchina alla legge e non morde e si dà da
fare da altre parti; non lo morde, non lo uccide!: il culetto nudo riflette
il color della brace. Stupefatto mi mostro, che non muoia di freddo e
di fame; l'Ors mi dà di gomito: “Astu jodut il fi da
l’omp?” dice; e dice che così va bene, che si
rinforza e che non morirà. A prenderlo arriva Anna, la giovane
madre, che gli urla improperi Che egli sicuramente capisce meno di quanto
capirebbe un morso; ma fugge comunque velocissimo su quattro zampe. Il
discorso si mette in moto come un vecchio mantice d'organo; l' Ors ora
racconta che il padre del piccolo: «Al è là...
pas Russias...» Se fosse ritornato... che bel disertore sarebbe!
ma sarebbe! Glielo avevo detto... Con tutte queste bestie...
Ora tace. Poi il discorso si rimette in moto. Di nuovo tace e mastica...
niente. Riprende: "... e chei dal vencul... vencul... vincul
cemut da l’ostie si disial?... Multis pas ciaris encie sul gno!
Il Stat... I Comuns... Briganz; acuedoz, stradis, lus, telefonos par cui?
Par me no! E cuan ca vegnin a portami vie spongie e formadi cul dopli
in man i carabenirs dulà sono?... ti corin daur - eco - Nomo par
uere...”; e stupefacentemente corretto, conclude: “Parasìz!”
Ora riprende il discorso che più gli sta a cuore, iniziato nel
pomeriggio con noi "Comandanz": «Ma non toccatemi
le pecore, mi raccomando; le mucche sì piuttosto; non sono capaci
di fuggire e di trovare da mangiare quando c'è la neve...!»
VII
Ripiombo nella bolgia in mezzo al cimitero del convento isolato sul monte;
un pero inselvatichito e con mille spine, suona a un lieve vento; Toni
beve fino all'ultima goccia ma rimane con sete; il rosso dei capelli e
della barba ormai soffice è già bellissimo; brilla alta
la fronte.
Capitava di litigare vigorosamente con lui; così a me successe
nel primo incontro del 1943; era lì, sul piazzale innanzi alla
casa in mezzo alla famiglia della querula moglie nel sole di ottobre;
io, inviperito e stravolto che la comprensiva ospitalità - seppur
burbera - concessa, all'ultimo istante si fosse manifestata traditrice
per il furto del binocolo dimenticato.
Chissà poi se il binocolo fosse stato preso da lui oppure da Tita
l’alpino che lo aiutava; e poi dentro a sé potrebbe aver
avuto una perfetta giustificazione per il fatto della nostra silenziosa
partenza prima deIl’alba senza un segno ed un ringraziamento; non
poteva certo sapere dell’intenzione di assoluta segretezza per la
creazione nel bosco del rifugio nascosto di viveri; la lunga fatica mia
e di mio fratello nel picconare la terra rocciosa; e poi, dentro a lui
la giusta antipatia e diffidenza per quei signorini che fanno i ribelli
non poteva che prendere forza al primo segno (quei signorini e quegli
ufficiali che lo avevano sberleffato ed offeso tanti anni prima!), lo
avevano truffato, lo avevano, nella sua generosità, quei signorini
cui s'era persino piegato a raccontare come - disfatto l'esercito nella
precedente guerra - aveva rivarcato il Piave ed era rientrato in Pani;
qui, in Pani con i gendarmi alla ricerca ogni due giorni ed il fucile
che dormiva, persino, come fedele compagno. Sarebbe morto di crepacuore
del resto a rimanere in quello sconosciuto piatto paese che è il
Veneto.
Ed anche Toni non poteva sapere del mio dolore per il binocolo donato
da un prete compagno di viaggio a mio padre, che varcava l'oceano per
far fronte alle spese della malattia della figlia (che sarebbe morta di
etisia entro l'anno); di quel segno d’un dolore e di una amicizia
di tanti anni prima e dell'importanza di esso segno per me; e della forza
dell’amarezza per la necessità di trasformare la gratitudine
in ira avversa, che andava salendo per tutto il rabbioso pomeriggio di
ricerca e di creazione della convinzione che si trattava d'un furto. Così,
piano piano, dalla piena soddisfazione d'aver risolto un compito che m'aveva
assillato per più settimane, l'ira andò dentro a me salendo
l'intero pomeriggio, finché decisamente assecondai l'«andiamo?»
del fratello: un po' meno carichi che nel salire, si lasciò lo
stavolo vicino al bosco, utile per l’eventuale fuga e si discese
a «ringraziare»...
Quando fui poco sotto al cortile nel quale l'intera famiglia di vaccari
facevano cerchio, mi fermai bilanciando fermamente lo zaino e gli dissi
parole dure «.. viltà... furto... Ospitalità..»
e parlavo e parlavo duro e sprezzante. Egli faceva ogni tanto il gesto
pesante come chi si decide a correre per staccare il fucile e la moglie
a scongiurarlo e trattenerlo ed egli zitto ma incerto. Veloce, sprezzante,
offensivo: «Buonasera e... arrivedersi..!» Mio fratello mi
seguì, dentro ridendo; il Binocolo era vendicato; eravamo tranquilli.
Non ricordo l'istante che ci rincontrammo; eravamo però profondamente
amici e l’epopea partigiana entrava nel martirio dell'inverno 1944
dopo la pazza euforia estiva. Io ero un “capo" e ci demmo subito
del tu; attorno a noi neve, cosacchi, furti e violenze; e ancora violenze;
egli da solo, ci mantenne tutti per mesi.
VIII
Giù dalle pale di Avedrugno, bucando bosco e poi nebbia, cala un
richiamo; il figlio risponde con quell'ooooh lungo, necessario
in montagna, e poi parla con la sorella. Il richiamo diventa man mano
più distinto, e poi diventa un urlo, ira ed è ancora come
un temporale lontano. Il volto del figlio è già tutto piatto
e tutto occhi sotto i biondi appiccicati capelli, ed il grosso collo ed
il grosso volto hanno moti di commozione; il volto di lei ha qualcosa
di maggiormente duro e resistente, ma crudo. Sacramenti, scoppi lunghi
di ira; la voce breve staffilante: ormai deve essere prossimo a bucare
il tetto di nebbia, che potrei toccare con le mani se mi alzassi. Compare
tutt'intero, fremente di rabbia per la pecora (fra le 100) che non si
trova; sottile, appare ancora più piccolo di quanto sia, agile
e scattante. “Sacrament..."; viene avanti come una
furia e la grossa daImina è un fuscello al suo piede; e la barba
gli si schiaccia sul petto e un po’ accenna verso la spalla sinistra:
la grande barba rossa venata di bianco; ed i capelli, appiccicati alle
tempie, sono ora radi riccioli, ora piatte distese e vortici; come accade
a chi non abbia mai conosciuto il pettine; impudenti, gli occhi grigi
guardano prima in faccia e poi di angolo; la prima cosa è un calcio
alla finalmente silenziosa e scodinzolante lupa che da mezz'ora scarica
l'impotente ira contro di noi con il rodere la stanga al margine della
distesa d'orina nell'ampisima cisterna; una stanga ormai tutta sfilacciata
e bavosa. Mi guarda in faccia ostinatamente e non mi dà retta;
entra nella stalla a mungere, ché l'ora sacra è stata offesa.
Attendo: gli altri con me, dietro a me. Due maiali neri dal lunghissimo
muso fastidiosamente come per mangiare sotto i nostri scarponi; scattano
qua e là i conigli che una fucilata tra poco arresterà un
secondo prima che infilino il buco nel prato.
Penso all’agronomia ed ho un moto d'ìra contro la condanna
che è la civiltà, ma poi sorrido di me stesso. Dalla porta
esce la voce che comanda e bestemmia, scoppiettando breve, assieme al
soffocante tanfo; dominano gli oooh di ammonimento alle vacche;
i tonfi sfatti delle defecazioni, lo sgrondar delle orine ed il sottile
tessere del latte nel secchio; quasi inavvertito il murmure delle masticazioni.
Inconsciamente ho sospirato; accanto a me si accende una scherzosa discussione
che piano piano s'impegna sulla sessuaIità: “Sono giovani!”
Nel vuoto d'un silenzio esce ancora un rumore di pacca sui lombi ed uno
scrollar violento di catene e l’ira rapida d’un “sta
cuiete, sacrament.”
Dove vanno quei tre, schiacciati dagli enormi zaini in equilibrio instabile
ad ogni passo sull’erto sentiero? Non lo sanno; nemmeno il più
anziano lo sa. Sa soltanto che in loro è nata la libertà
quel giorno che, sciolti di diritto dal voto fascista carpito per ingenuità;
sciolti di diritto da quello monarchico per risapute ragioni, hanno avvertito
dentro di sè l'Essere così cresciuto da poter dire no o
sì, anche a chi spianasse un fucile. Confusamente cercano di farsi
la tranquilla tana sulla cui bocca magari morire ma con il fucile in pugno;
tana che vedrà neve e ghiaccio? Che vedrà neve e ghiaccio
di nuovo e di nuovo la neve che tradirà il bandito? Morirà
dal freddo oppure come? Quel confuso andare li porta attraverso una notte
'dormita' in una stretta stalla con il continuo rumor di tempesta, che
la pesante defecazione delle vacche e lo scrosciar dell'orina rende soffocante
e sconcertante; Giulio, quale ufficiale di cavalleria, preferisce il gelo
(dopo due giorni ne ha abbastanza e “rimpatria”); fuori, nero
vapore, scende la fredda viscida nebbia sul volto; li porta attraverso
pasti di sole patate lesse offerte dalla misera mano di povera donna i
cui occhi non sai se abbiano più paura o pena (del resto la riserva
dello zaino è sacra oramai); li porta ad incaponirsi su di un’erta
che non la cede; li porta un’altra notte in un freddissimo stavolo;
infine li scodella come sconfitti, proprio lì dove non volevano
andare: da “l’Ors di Pani": esattamente come
tutti gli altri.
Ma il capo non c’è e non può essere deciso se venga
concesso il pernottamento; la figlia e il figlio quasi rifuggono dal parlare
con noi e fanno anche cogli occhi come se non ci fossimo; gli zaini al
piede, attendiamo, mentre si sta facendo notte; c’è dell'inquietudine,
oltre al timore che si sente endemico, sul volto dei figli; parlano della
catastrofe d'una pecora che non si trova (fra le 100) e del povero Danilo,
un militare toscano disperso e famigliarmente accolto.
IX
Nel cimitero del convento sul monte l'orgia sta culminando; in quell'onda
di passioni, rumori e sentimenti ci si può lasciar andare come
quasi sull'acqua; diventa silenziosa acqua portante il frastuono.
Antonio Zanella severamente seduto, sembra un saggio che mediti.
Acceso il suo sguardo. Laggiù in basso, "Cuel”
fiammeggia fra le sue rade querce come croci; sembra che dalla “buca
dei pagani" gli ultimi sapienti precristiani facciano alla luna
le loro cerimonie ed offerte; gli ultimi sacerdoti Gallo-carni in tutta
la loro immensa spirituale statura, ripuliscono ogni notte l’ambiente,
insozzato di giorno dalla plebe che si è piegata ai tritatutto.
Romani attorno ai ruderi dei tempietti (in ogni dove sulla campagna);
e chiamano le forze degli Elisi, perché la sostanza di fede che
ciascuno ancora possiede non possa far sì che sia abbandonata.
In un rimbombo come d'immensa cascata e di tromba, passano le glaciazioni,
rialbeggia il Terziario: quelle querce si sono trasformate in altissime
palme annodate in forma di lungo tempio, meraviglioso di forme, colore
e bellezza.
È un rilievo appena accennato in mezzo ad un'ampia campagna, quasi
di natura callosa e con un'atmosfera liquida che brilla in ogni atomo;
Tagliamento e Sçhiarsò non hanno ancora scavato i loro letti,
determinando quell'altipiano aereo fra essi.
L’Arvenis, cuore della Carnia, è lì dove giunge lievemente
salendo l’ampia pianura che - barcollando un po’ per fare
il Verzegnis - si butta diretta in un lontano mare. Canti liturgici permanentemente
invadono la terra, la campagna, I'atmosfera; e gli esseri vivono dappertutto
e non sono di forme stabili e distinte, ma in continua trasmutazione e
confusi; gli occhi di Toni Zanella, infinitamente larghi e chiari, ci
si sono perduti. "Toni" lo chiamo toccandolo lieve alla spalla
"Toni?" e lo rifaccio approdare all'attuale istante di cupe
ombre sotto la luna spietata e bellissima nell'odore di resina; nello
scrosciare del Sçhiarsò in Cladonda senza nessuna grazia
di musica ma tutto forza; nell’impennarsi delle rocce senza nessuna
dolcezza che però dichiara ancora amicizia e non ancora durezza.
"...Toni?...” dico ed egli si volge a me poi parla: "Che
lunga, lunga strada dobbiamo rifare; e tu non hai l’idea di quanto
sia lunga per esempio la tua, che è ancora più lunga e disforme”
e mi dà la mano e mi guarda con calda amicizia e comprensione.
“Fratello Toni - io dico - sai perché soffro; questo popolo
di prostituti, di levantini di Friuli e d’Italia; popolo di schiavi
al Friuli ed aIl’Europa; in questo popolo, Toni, il seme di libertà
senza confini occorre sia deposto come il chicco nella terra d'autunno.
Possiamo farlo, Toni, senza impregnare ogni fanciullo di spirito di ribellione,
di spirito di diffidenza? La miserabile intelligenza - tu hai visto -
di norma li gioca costringendoli a servire soltanto la propria pancia;
godendo di tener in tal modo in catene ed abbrutiti degli uomini.
A chi la gioia di parassitizzare: sempre all'intelligenza. Che miserabile
piaga, colma di pus, codesta specialissima cosa che è l’intelligenza.
Toni, pensa che, per esempio, Udine, con i nostri (i tuoi veramente) soldi
ci fa la carità di costruirci tante scuole e tanti pollai...; l’università
degli Operai, potremmo costruire nella piana di Cavazzo e così
non mondane - serve - prostitute; non schiavi della pala e deI tronco
al soldo voglioso di levantini e vampiri, ma liberi uomini creatori di
libero lavoro potremmo mandare nel mondo.”
“Esseri portatori di libertà in mezzo ad un'umanità
che vi anela pur sotto il giogo di pochi feroci..." Toni, con la
parte di se stesso ancora rimasto terrestre, sembra essere convinto e
commosso e conseziente, ma... scuote il capo.
“...Ma adesso finiamola - dice Edoardo - e i defunti che i torni
al Signor ed i vivi da le parone.” Con il lieve riso i fantasmi
si sciolgono sparendo fra i rami degli abeti con una luce d’invidia
(?) per noi vivi che ci prepariamo ad andare. Ascolto... ascolto ancora...:
non son più, no, gli sbuffi di riso della nostra strana compagnia.
No! è il vento caldo sulla neve e fra le rame degli abeti e le
testarde foglie della quercia. Ed il rumore del vento s'impasta con quello
della cascata della cite di Gladonde, dove un povero Satana decaduto
- maledicente il destino - sta defecando ancora qualche zecchino d'oro
falso commessogli da vecchie romantiche signore. Laggiù, fra le
ombre di Cornêit e Ciamazîns, la bianca chiesa di Maiaso si
accoccola nel cimitero come il cuore del fiore, nella corona di mirabile
fattura. Talché la venerazione allarga l’anima, sconvolgendo
le avverse schiere sinora padrone assolute del campo.
X
Non resta che prender, furtivo (discesa che sia la mulattiera e guadato
che sia il quasi secco Sçhiarsò, scivolando sulla neve gelata
insidiata da vento) il bosco colmante il lungo vallone che approda alla
prima casa di Colza e che, per miracolo, ancora non v’è precipitata
dentro.
Mi siederò su quel tronco di noce bene approntato, dal quale -
protetto dalle ire del cielo a mezzo della ragnatela di fitti rami - la
chiesa vicina rimanda una eco perfetta, che popola la luce di luna; quindi
così parlerò:
“Perdonami,
Toni, (non hai mai voluto essere chiamato l’orso, nonostante
il pizzico di vanità sotto l’ira) se non ho tenuto
conto degli altri; lo so; lo so che tu te ne ridi allegramente.
Vieni fratello, vieni sotto la luce del sole, stavolta, sottobraccio
con me; vieni nella luce della verità più estrema
e dammi il coraggio di vivere e dire.” |

Legenda
p = partigiano
Cp = comandante partigiano
Acp = alto comandante partigiano
G = Garibaldi Carnia
O = Osoppo Carnia
+ = caduto in guerra
APE
= Tranquillo De Caneva Acp/G
ARTURO = Aulo Magrini Acp/G +
BARBA LIVIO = Romano Zoffo Acp/O
BRUNO = Terenzio Zoffi Acp/O
CARIBALDI = Ergo Giorgessi p/P
LAMPO = Vittorio Della Schiava Cp/O
LUPO = Giovanni Di Mattia Cp/O
MARCO = Ciro Nigris Acp/G
SERNIO = Giacomo Candoni p/O +
TREDICI = Angelo Cucito Acp/G
Cronaca
di un delitto

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