Claudia Cernigoi

Operazione foibe - Cap. 3

LE FOIBE TRIESTINE


1. LA “CULTURA” DELLA “FOIBA”

Bisogna precisare innanzitutto che la “cultura” della “foiba” non ha proprio una matrice di sinistra. Troviamo infatti in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista questa poesiola molto educativa:
De Dante la Favella
Mia mama m’ha insegnà,
Per mi xe la più bella
Che al mondo ghe xe sta.
E per difender questa
E sovenir la Lega
Convien che ognun s’appresta
A fare el suo dover.
O mia cara patria
Mio dolce Pisin ,
Mio nono cantava
Co iero picin.
Me par de vederlo
Là in fondo al castel
Che sempre ‘l dixeva
A questo ed a quel:
Fioi mii, chi che ofende
Pisin, la pagherà:
In fondo alla Foiba
Finir el dovarà.

Non è questa propaganda slavocomunista, ci sembra...
Però abbiamo poi anche il vate Giulio Italico, al secolo Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in “Cobolli Gigli”), che pubblicò, nel 1919 (ben prima dell’avvento del fascismo, dunque), un libretto dal titolo “Trieste. La fedele di Roma”. In esso è contenuta la trascrizione dell’aulica canzoncina, anch’essa di evidente origine pisinota, che così recita:
A Pola xe l’Arena,
La “Foiba” xe a Pisin
che i buta zò in quel fondo
chi ga zerto morbin.
E a chi con zerte storie
Fra i piè ne vegnerà,
Diseghe ciaro e tondo:
Feve più in là, più in là.

Questa è dunque la tradizione culturale che ha portato al fenomeno “foiba”. Non ci risultano canzoni partigiane, slave o italiane che siano, che facciano l’apologia della foiba .
Va anche riferito che più volte furono i fascisti a gettare nelle voragini persone ancora vive, persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato; così come risultano, dall’archivio dello Stato civile triestino, diverse persone “infoibate da forze nazifasciste” durante la guerra. Bisogna ricordare che molto spesso i partigiani celavano nelle foibe i corpi dei propri compagni caduti in combattimento, per evitare che fossero trovati dal nemico, identificati e di conseguenza le loro famiglie fossero oggetto di rappresaglie.

1. LE FOIBE ISTRIANE E LA PROPAGANDA NAZIFASCISTA

Nel nostro studio abbiamo coscientemente lasciato da parte il problema delle foibe istriane, sia per motivi di ordine pratico (ci è per ora praticamente impossibile acquisire dati e notizie esaurienti sugli “scomparsi” dall’Istria), sia perché le foibe istriane dell’immediato dopo 8 settembre 1943 furono in realtà un fenomeno in stile “jacquerie” di giustizia sommaria fatta da chi fin troppo aveva patito per vent’anni. Vero è però anche che, mentre quasi tutti gli storici, di destra e di sinistra, concordano nello stimare in alcune migliaia i morti delle foibe in Istria, dal rapporto Harzarich, risultano recuperate da dieci foibe istriane 204 salme, metà circa delle quali riconosciute; vengono poi indicate altre cinque foibe dalle quali non fu possibile effettuare recuperi, più ancora 19 persone fucilate e gettate in mare da una barca. Anche questo dovrà essere dunque oggetto di studio, ma per il momento esula dalla nostra ricerca.
Va precisato che a parlare per prima di foibe usate come strumento di eliminazione etnico-politica dai partigiani fu la stessa propaganda nazista che utilizzò ad arte la documentazione fotografica dei recuperi dei corpi infoibati in Istria. Scrive Parovel : «I servizi della X Mas assieme a quelli nazisti organizzarono la riesumazione propagandistica degli uccisi, con ampio uso di foto raccapriccianti dei cadaveri semi decomposti e dei riconoscimenti da parte dei parenti. Le prime pubblicazioni organiche di propaganda sulle foibe sono due: “Ecco il conto!” edita dal Comando tedesco già nel 1943, ed “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre-ottobre 1943” redatto nel 1944 per incarico del Comandante Junio Valerio Borghese, capo della X Mas e dell’on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell’Istria, da Maria Pasquinelli, con l’ausilio di Luigi Papo ed altri ufficiali dei servizi della X Mas». Fu la stessa Pasquinelli, come ci riferisce Luigi Papo in persona, a portare «in salvo» da Pola sul finire della guerra «per incarico del “Centro Studi Storici” di Venezia» assieme ad altri documenti, anche «copia di tutta la documentazione sulle foibe. Raggiunta Milano, il 26 aprile 1945, in Piazzale Fiume, raggiunse l’ufficiale della X Mas incaricato dal comandante Borghese, Bruno Spampinato (divenuto giornalista nel dopoguerra, n.d.a.) e gli consegnò tutto il materiale, utilizzato nella stesura degli articoli apparsi prima su “L’Illustrato” e poi in “Italia Liberata” e nel “Contro memoriale”.
Queste notizie vennero poi diffuse dagli uffici stampa della Decima: fu così che iniziò quell’operazione propagandistica che dura da cinquant’anni ed i cui effetti arrivano fino al giorno d’oggi e sono ben evidenti ai nostri occhi.
Le foto sono le stesse che vengono pubblicate in ogni occasione in cui si parla di foibe, indipendentemente dalla zona o dal periodo storico di cui si parla, amplificando in questo modo anche il numero reale dei morti.
Già nel 1944 a Trieste uscì, sul settimanale “Vita Nuova” (l’organo della Curia Vescovile di Trieste), un articolo nel quale venivano accomunati la “barbarie” dei “titini” e l’”infamia dei campi di sterminio nazisti”. Questo comunque creò tensione tra il vescovo Santin ed il comando tedesco, al quale non piaceva si parlasse delle loro attività genocide.
Nel dopoguerra i servizi segreti che avevano fatto riferimento alla Decima collaborarono anche con i servizi segreti degli Alleati in funzione anticomunista ed una delle loro attività fu appunto continuare a propagare la “mitologia” (oggi si direbbe “leggenda metropolitana”) dei “migliaia di infoibati dai titini”, propaganda che andava bene sia in funzione anticomunista che per continuare a negare alla comunità slovena minoritaria del Friuli-Venezia Giulia la tutela cui avrebbe comunque diritto da precise disposizioni dei trattati di pace, per non parlare delle più recenti normative europee .
Va da sé che quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai nazisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani .
V’è inoltre nel revisionismo storico il ritorno continuo a quello che il prof. Miccoli, dell’Università di Trieste, definì “accostamento aberrante”: l’asserire che, come i nazisti avevano fatto funzionare la Risiera di S. Sabba come campo di sterminio, così i “titini” avevano “infoibato italiani”, quindi i criminali stavano da tutte e due le parti.
Questo accostamento “aberrante”, appunto, non considera tutta una serie di fatti: intanto che i nazisti avevano programmato lo sterminio dei popoli da loro considerati “inferiori” (Ebrei e Slavi innanzitutto, ma anche gli Zingari), così come l’eliminazione degli handicappati, degli omosessuali, dei vecchi invalidi; e pure l’eliminazione fisica degli oppositori politici e la lotta contro i partigiani (Banditenkampf) condotta anche mediante eccidi di massa, stragi, rappresaglie contro ostaggi innocenti e via di seguito. Nessun paragone può essere fatto con il comportamento delle forze armate partigiane (jugoslave ed italiane) che non avevano tra le loro finalità né la pulizia etnica né la purezza della razza né era loro proprio il concetto della rappresaglia terroristica; le persone che risultano scomparse od uccise a Trieste nel periodo dei 40 giorni di amministrazione jugoslava, salvo in alcuni casi di vendette private (delle quali non si può incolpare il movimento partigiano intero), sono state tutte arrestate in base a prove e denunce attendibili e poi processate. In ogni caso il loro numero (poco più di 500 nell’intera attuale provincia di Trieste, compresi i militari prigionieri di guerra morti di malattia nei campi) è tale da poter scartare a priori la teoria del “genocidio” che il revisionismo storico e l’inchiesta condotta dal P.M. Pititto cercano di avallare.
Tanto per rendere l’idea di come le autorità jugoslave operassero a Trieste, citiamo questa testimonianza di Mario Pacor, giornalista comunista triestino :
«Fu così che agli operai insorti non fu permesso di procedere a quelle liquidazioni di fascisti responsabili di persecuzioni e di violenze, a quegli atti di “giustizia sommaria” che invece si ebbero a migliaia a Milano, Torino, in Emilia e in tutta l’Alta Italia nelle giornate della liberazione e poi ancora per più giorni. “Non ce lo permettono” mi dissero ancora alcuni operai “pretendono che arrestiamo e denunciamo regolarmente codesti fascisti, ma spesso, dopo che li abbiamo arrestati e denunciati, essi li liberano, non procedono. E allora?” ne erano indignati. (...) Mi consta d’altro canto anche di persone che, denunciate da triestini con lettere anonime o altrimenti probabilmente solo per rancori e vendette personali, furono trattate con estrema correttezza da parte di ufficiali jugoslavi che, accertatisi dopo brevi interrogatori dell’infondatezza delle accuse, le rilasciarono immediatamente con tante scuse...»

2. LE FOIBE NELLA ZONA DI TRIESTE

In totale dalla zona di Trieste furono recuperate 42 salme di persone gettate in varie cavità dopo essere state uccise e qui va precisato questo, perché nell’immaginario generale si evoca l’immagine del disgraziato gettato vivo nella voragine e lasciato morire lentamente, magari incatenato al corpo senza vita di un’altra persona. Tutto ciò sicuramente non risulta per gli “infoibati” della provincia di Trieste.
Lasciando per ultime le tre “foibe” la cui storia è più problematica (Plutone, Opicina campagna, Pozzo della miniera di Basovizza), parliamo brevemente delle altre foibe.
Nelle due foibe di Gropada e Padriciano furono gettate, dopo essere state fucilate, complessivamente undici persone in tempi diversi. Fu celebrato un unico processo: gli imputati erano gli stessi per le due foibe. Va precisato che il processo si celebrò il 20 giugno 1947, gli imputati furono riconosciuti colpevoli e condannati in contumacia; ricevettero poi l’amnistia da Pertini. Il loro debito con la giustizia è quindi saldato e non si possono riprocessare per lo stesso delitto.
Per correttezza nei confronti dei condannati ancora viventi, che non vogliono rivangare questi fatti, non faremo in questa sede i loro nomi, ma ci limiteremo a ricostruire le figure degli uccisi nelle due foibe.
A Gropada trovarono la morte le seguenti persone: Carlo Zerial e Rodolfo Zulian, borsaneristi, che furono uccisi già nel gennaio 1945 e quindi rientrano relativamente nella nostra ricerca; poi tre membri dell’Ispettorato Speciale di P.S. (Adriano Zarotti, Umberto Marega e Carmine Esposito) e Dora Cok, collaborazionista longerana. Per queste morti fu condannato, tra gli altri, il suo fidanzato, D.P., che al processo venne accusato di averla uccisa per gelosia, dato che la giovane gli aveva preferito lo Zarotti. La giovane però, visto che girava con alcuni membri dell’Ispettorato, fu sospettata di avere riferito alla banda Collotti l’ubicazione del cosiddetto bunker di Longera (un nascondiglio usato dai partigiani come base di sosta). Nel corso dell’azione, condotta da membri della banda Collotti, trovarono la morte quattro partigiani, tra cui il padre di D.P. Come si vede, le cose non sono mai semplici da giudicare...
Gli altri “infoibati” di Gropada erano Angelo ed Antonio Morandini, lavoratori alla cava di Longera ma anche ausiliario dell’Ispettorato il primo e rappresentante del Fascio di Gattinara il secondo; ed infine Luigi Zerial, del quale non siamo però riusciti a trovare notizie sui motivi della sua uccisione.
A Padriciano, invece, furono uccisi Marcello Savi e la sua convivente Gisella Dragan (coniugata Cian: il solerte Pirina la mette due volte nel suo elenco). Nel corso del processo emerse che i due sarebbero stati uccisi perché chi li uccise voleva impossessarsi del loro negozio di manifatture; però da altri documenti il Savi viene indicato come “addetto al trasporto prigionieri politici”.
Nella foiba di Monrupino, ovvero il “Tabor” di Opicina, vennero uccisi tre ferrovieri che avevano rubato generi alimentari nel paese di Opicina. Anche qui i colpevoli furono processati e condannati; qui però, secondo noi, si rientra nell’ambito delle vendette personali contro crimini comuni (comunque molto gravi, dato il periodo di ristrettezze generali), e per questo non si dovrebbero confondere questi fatti con i fatti di guerra, ovvero gli arresti di persone coinvolte nei crimini nazifascisti ed internate o giustiziate per questo motivo.
Vicino a Basovizza (ma non nel pozzo della miniera) furono invece uccisi Vittorio Gatta, squadrista della prima ora e membro dell’Ispettorato Speciale, e Marcello Forti, altro squadrista di lunga data e militare. Nel pozzo della miniera di Basovizza (Šoht), del quale parleremo dopo, sarebbe stato invece gettato Mario Fabian, anch’egli membro dell’Ispettorato Speciale. Anche qui fu celebrato un processo (nel 1949), conclusosi con la condanna dei responsabili che ammisero di avere ucciso il Fabian. Va precisato che però il corpo di Fabian non fu mai recuperato dallo Šoht, di lui si ritrovò solo la giacca.
A Temenizza, tra Lipa e Castagnevizza, oggi in Slovenia, furono gettati l’ausiliaria dell’esercito Rosandra Irena Kralj, catturata a Slivno-Slivia (nei pressi di Sistiana, comune di Duino-Aurisina) ed uccisa a Comeno.
Ancora nei pressi di Sežana furono uccise due guardie civiche, Luigi Berti e Giuseppe Bruno Mineo, ed in un’altra foiba tra Sežana ed Opicina due militari, Egidio Patti ed Emilio Di Pumpo.

3. LA FOIBA PLUTONE

Nell’abisso (foiba) Plutone (voragine che si apre sul Carso triestino nei pressi della strada che collega il paese di Basovizza a quello di Gropada, detta tradizionalmente Jamen Dol), vennero gettati, dopo essere stati fucilati, nella notte tra il 24 e il 25 maggio 1945, 18 prigionieri che avrebbero dovuto essere condotti a Lubiana per venire processati come criminali di guerra. I responsabili di questo eccidio (la famigerata “banda Steffè”) vennero poi arrestati, processati e condannati dalle stesse autorità jugoslave; nel ‘48 fu celebrato anche a Trieste un processo contro i responsabili o presunti tali (tra di essi Nerino Gobbo, che non solo si è sempre dichiarato estraneo all’infoibamento ma anzi ha anche contribuito ad arrestare i membri della banda), conclusosi con diverse condanne. Del processo però parleremo dopo. Diamo adesso la parola proprio a Nerino Gobbo, il comandante Gino, militante e poi comandante di Unità Operaia, responsabile, al momento dell’insurrezione di Trieste, dell’ordine del II Settore, il più esteso della città; Gobbo ha concesso questa intervista nel settembre 1996 al periodico triestino “La Nuova Alabarda”.
«Villa Segrè, la famigerata villa Segrè che prima era stata comando delle S.S., fu destinata a sede del comando del 2° settore. Ricevetti la comunicazione di trasferimento dalla sede di S. Giovanni a villa Segrè intorno al 4 o 5 maggio; organizzammo il comando del 2° settore con funzioni di ordine pubblico. Tra le funzioni c’erano la persecuzione dei crimini compiuti dai nazifascisti ma anche dei crimini di anteguerra e poi c’erano anche altre cose, vendette personali, saccheggi, anche atti criminosi peggiori che, per il fatto di essere commessi durante il periodo della presenza dell’Armata Jugoslava, venivano attribuiti tutti alle forze di liberazione jugoslave, specie a noi triestini che avevamo combattuto con il IX Korpus.
«Quello che di più ci impegnò in quel periodo fu proprio il cercare di evitare che accadessero violenze indiscriminate, ma avevamo anche altri compiti, come rifornire di viveri gli ospedali, aiutare le famiglie di nostri caduti e dispersi che non avevano mezzi di sussistenza, fare i permessi per chi voleva andare via da Trieste: fu così, tra l’altro, che potemmo arrestare un membro della banda Collotti che era venuto a farsi fare il permesso, ma venne riconosciuto da uno di noi. Ricevemmo anche richieste più strane, come richieste di divorzio, ma naturalmente su questo non potevamo accontentare la gente.
«La struttura di villa Segrè era così composta: al pianoterra c’era il corpo di guardia allargato con un gruppo operativo, al primo piano c’era il comandante di questo gruppo operativo; al secondo piano c’era il comando vero e proprio che si occupava anche delle cose civili. Io ero lì, c’era un vicecomandante che si occupava della parte operativa, la parte generale del comando del 2° settore la gestivo io.
«Cos’è accaduto ai “Gesuiti”? Bene, noi ci siamo imbattuti in una serie di atti inconsulti, criminosi, con i quali abbiamo dovuto fare i conti. Un giorno mi telefonò il comandante del 2° battaglione, Giordano Luxa, e mi chiese se avevo io sotto controllo le carceri dei “Gesuiti”, ma io risposi che quelle erano sotto la sua giurisdizione. Visto che avevano avuto informazioni di maltrattamenti ed anche furti ai danni dei prigionieri, dissi al mio vice di andare a dare un’occhiata.
«Ai “Gesuiti” c’erano dei “partigiani” che dicevano di essere stati attivi durante l’insurrezione e che avevano preso posizione alle carceri e anche al distretto e che avevano fatto degli arresti. Ricevute queste informazioni dal mio vice, decisi subito che dovevamo prendere noi il controllo delle carceri, e abbiamo sostituito questo gruppo che c’era all'interno delle carceri con altre persone di fiducia, con un comandante qualificato. Così facemmo ordine nelle carceri.
«Per chiarire come fossero successi i fatti di prima e per non destare sospetti e coperture, decidemmo di trasferire quel gruppo al comando, dove sarebbero stati tenuti sotto osservazione. Così potemmo impedire ogni reazione momentanea ed includemmo nel gruppo due nostre guardie di fiducia che dovevano controllarlo. Dopo circa una settimana abbiamo avuto abbastanza elementi in mano per decidere l’arresto di tutto questo gruppo che era coinvolto in fatti che non corrispondevano alle direttive, alla nostra funzione. I maggiori responsabili sono stati consegnati all’autorità jugoslava che ha provveduto a processarli. All’inizio ne avevamo arrestati di più, ma quelli consegnati all’Armata erano circa dieci/dodici. Questi sono stati portati a Lubiana, ma durante il viaggio alcuni di loro tentarono la fuga; alcuni ci riuscirono, altri no. Quelli che riuscirono a scappare furono processati a Trieste; quelli portati a Lubiana sono stati processati e riconosciuti colpevoli, hanno fatto anche due o tre anni di reclusione e dopo sono ritornati a Trieste».

La “banda Steffè”

Della cosiddetta “banda Steffè”, autonominatasi “squadra volante”, implicata nei fatti della Plutone, facevano parte, tra gli altri: Giovanni Steffè, già membro della X Mas; Carlo Mazzoni; Ottorino Zoll (o Col); Teodoro Cumar; Giacomo Stule; Giuseppe Cavallaro, anch’egli ex membro della Decima; Edoardo Musina.
Esiste anche una testimonianza scritta che nomina tra i facenti parte della cosiddetta Guardia del Popolo che operava in villa Segrè pure Mario Suppani, già membro della banda Collotti, poi fucilato a Lubiana. V’è quindi il ragionevole sospetto che vi fossero delle infiltrazioni di provocatori provenienti dall’ambiente nazifascista all'interno dei gruppi partigiani al probabile scopo di creare disordini e discredito sulle autorità jugoslave che amministravano Trieste .
«Due giorni dopo la notte della foiba Plutone, l’intera “Squadra volante” veniva arrestata per ordine delle autorità jugoslave e trasportata con due autocarri a Lubiana per essere processata. Durante il tragitto, all’altezza di Fernetich, Zoll, Cumar, Steftè e Mazzoni tentarono la fuga e gli ultimi due rimasero uccisi.
«Zoll veniva nuovamente arrestato al suo ritorno a Trieste e, in un nuovo tentativo di fuga, si prese una sventagliata di mitra alla schiena che lo freddò. Del nucleo dirigente della “Squadra volante”, tra deceduti e latitanti, rimaneva solo Cumar, nel frattempo condannato all’ergastolo dal tribunale jugoslavo» .

Il processo

Il processo per i fatti della Plutone a Trieste si aprì il 3 gennaio 1948. Ridiamo la parola a Nerino Gobbo:
«A Trieste, a parte Cumar, gli altri sono stati tutti processati in contumacia; si parla del famoso processo in cui fu coinvolto anche Cecchelin. Gli imputati principali furono tutti condannati in contumacia, come me; io fui condannato come comandante del gruppo che avrebbe fatto sotto il mio comando quello che è stato loro imputato, mentre al processo avrebbe dovuto venire fuori che io ero stato quello che aveva impedito a quei signori di continuare a fare quello che stavano facendo di male. Ma i testi a mia discolpa non si trovavano; una di essi, che aveva chiarito le cose in istruttoria, al momento di testimoniare in tribunale era “irreperibile”.
«Quello che è molto interessante rispetto al processo è che io non sono mai stato né invitato né notificato a presentarmi. Dai miei organi di Stato sono stato invitato alla prudenza nel caso andassi a Trieste, ma non ebbi mai notizia ufficiale del processo.
«Praticamente sono stato informato del processo dall’avvocato Sardoc, con il quale ero in buoni rapporti; mi fermò a Capodistria e mi disse che avrebbe preso volentieri la mia difesa al processo. Dagli atti del processo risulta che io ero irreperibile, ma io ero allora una delle persone più note del capodistriano, andavo a Trieste normalmente, mi conoscevano tutti. Avrebbero potuto incontrarmi ed interrogarmi in ogni momento, potevano raggiungermi personalmente o tramite le autorità o l’avvocato d’ufficio, ma non fecero nulla di tutto ciò. Quanto alla proposta dell'avvocato Sardoc, non l’ho potuta accettare per questioni giurisdizionali. Ammesso che avessi commesso qualcosa che non andava, questo è stato fatto quando in forma ufficiale io ero comandante di un settore che era alle dipendenze del Comando città di Trieste, delle autorità civili costituite da parte dell’Armata jugoslava che aveva liberato Trieste, quindi ero una persona ufficiale e per le mie eventuali trasgressioni sarebbe stato competente il Tribunale militare, così come sono stati giudicati dalle nostre autorità tutti quelli imputati di aver commesso qualche cosa».
Ancora dal libro di Duiz e Sarti:
«Fascisti della peggior fama venivano chiamati a deporre, come Ugo Pelizzola (...) Mario Storini, Romeo Sau, Giuseppe Romito, tutti ex squadristi (...), condannati a diversi anni (chi venti, chi trenta) dalla Corte Straordinaria di Assise per sevizie, saccheggi, bastonature e poco dopo amnistiati (...) E avventurieri come Bruno Banicevich (...).o, come lo stesso Cavallaro, già appartenente alla X Mas, con numerose testimonianze di brutali sevizie a suo carico, e poi passato alla “Squadra volante”, “costretto” dal Gobbo a sparare nella notte fatale de123/24 maggio del ‘45».
Il Cavallaro, dunque, che sostenne di «essere stato costretto a sparare» da Gobbo che gli avrebbe tenuto una pistola puntata alla schiena mentre lui e gli altri “infoibavano” i diciotto prigionieri che avrebbero dovuto essere trasportati a Lubiana, il Cavallaro, dicevamo, non fu imputato nel processo ma solo testimone, antesignano, forse, di quella, tanto tristemente diffusa al giorno d’oggi, figura del “pentito”, ovvero colui che, dopo essersi macchiato di efferati delitti, riesce a salvare se stesso dal giudizio perché testimonia contro altre persone.
Alla fine Cumar fu condannato a 28 anni e Cecchelin a 5 (con tre di condono), mentre i tre contumaci furono condannati a 26 anni (Musina e Gobbo) ed a 24 (Stule).

Gli infoibati

Dall’abisso Plutone furono recuperati, tra il 18 ed il 20 maggio 1947, 21 corpi, 18 dei quali corrisponderebbero ai prigionieri fatti uscire dai “Gesuiti” per essere condotti a Lubiana. Gli altri tre corpi furono identificati come persone abitanti nella zona e scomparse in periodi antecedenti la fine della guerra.
Ma chi erano gli infoibati della Plutone? Eccone l’elenco: Chebat Arrigo, impiegato cassa mutua ma anche squadrista della prima ora; Pelizon Giuseppe, infermiere all’ospedale Maggiore: riferiva ai nazisti in merito ai ricoveri da ferite d’arma da fuoco, in modo da denunciare i partigiani feriti (che magari venivano curati con la complicità di altri infermieri e medici); Polli Carlo, impiegato, ma negli articoli di giornale che parlano dei recuperi delle salme, viene indicato come “agente” non meglio specificato, poteva trattarsi di un ausiliario di P.S.; Pellegrina Giacomo, in arte Nino D’Artena, artista di varietà (fu per il suo arresto che venne incriminato Cecchelin) ma anche squadrista, spia, collaboratore di Radio Franz , criminale di guerra denunciato da Radio Londra; Poropat Giuseppe, carbonaio, ma anche torturatore di partigiani in Istria; Toffetti Domenico, interprete per le S.S.; Spinella Giovanni, Piccinin Pietro, Camminiti Santo, Greco Matteo, Piccozza Antonio, Sciscioli Gaspero, tutti dell’Ispettorato Speciale di P.S.; Selvaggi Raimondo e Stoppa Mario Giorgio, della Pubblica sicurezza; Trada Alfredo, delle Brigate Nere; Del Papa Filippo, agente di custodia al Coroneo ma nei ranghi dell’Ispettorato Speciale, Bigazzi Angelo e Mari Ernesto, capi degli agenti di custodia al Coroneo, che furono responsabili di deportazioni ed internamenti nei lager tedeschi di diversi loro sottoposti: due di questi, rientrati dalla prigionia in Germania, li denunciarono alle autorità jugoslave di Trieste a metà maggio ‘45; furono per questo arrestati dalle autorità italiane e si trovavano rinchiusi in un carcere italiano ancora all’epoca del processo.
La foiba Plutone può essere considerata forse l'unica “vera” foiba triestina. In essa trovarono la morte dei criminali di guerra che però avrebbero dovuto subire un regolare processo, il quale non poté essere celebrato a causa delle “deviazioni” dei membri della “banda Steffè”. Tenuto conto che parte della “banda Steffè” (a cominciare da colui dal quale la “banda” prese nome) proveniva dalla X Mas e che della X Mas facevano parte i servizi segreti che avevano, assieme ai nazisti, orchestrato la propaganda sulle foibe in chiave “anti-slavocomunista”, viene il sospetto che anche l’episodio della foiba Plutone sia stato fatto “a futura memoria”, un eccidio di cui incolpare i partigiani jugoslavi, un crimine da ingigantire ed attorno al quale creare ancora altre mistificazioni e confusioni.
Sarà casuale che Maserati (il quale è tutto sommato uno degli storici più seri ed attendibili) parli del «recupero di numerosi cadaveri di militari italiani e tedeschi e di civili, in particolare nella foiba Plutone di Basovizza (pozzo della miniera)…»? Se Maserati definisce così la Plutone, vuol dire che in giro “qualcuno” aveva fatto in modo da creare confusione nell'identificare i due abissi, fondendo assieme i ricordi e le “testimonianze” sui processi popolari a Basovizza nei pressi del pozzo della miniera con i morti della Plutone, i quali erano stati veramente infoibati, si noti bene: ma erano solo 18, mentre le “voci” diffuse nell’estate del ‘45 da una certa stampa (legata a chi?), parlavano di 400 persone gettate nell’altro abisso, sempre a Basovizza. Ma del “caso” Basovizza parleremo un po’ più avanti.

4. LA FOIBA 149 DI OPICINA CAMPAGNA

La cosiddetta “foiba 149” (il cui nome popolare è Bršljanovca), detta anche di Opicina campagna, si trova nei pressi della linea ferroviaria poco distante dall’attuale abitato del paese di Opcine-Opicina. Questa cavità è stata usata come fossa comune per i caduti della battaglia di Opicina, combattutasi senza tregua per sei giorni e cinque notti dal 29 aprile al 3 maggio 1945. In questa battaglia, ultimo tentativo tedesco di bloccare l’avanzata partigiana, persero la vita da una parte 149 partigiani, 32 appartenenti al battaglione sovietico, 8 abitanti del paese e 119 non identificati; i tedeschi persero 780 uomini e 3.500 furono i prigionieri. Fu dunque necessario dare urgente sepoltura a tutti questi morti: dei tedeschi 220 trovarono posto nel cimitero militare di Opicina, mentre gli altri 560 vennero sepolti d’urgenza nella grotta Bršljanovca.
Nel 1957 fu ratificato un accordo tra i governi tedesco ed italiano in base al quale le autorità federali tedesche richiesero il recupero e la restituzione delle spoglie mortali dei caduti tedeschi. Le autorità italiane autorizzarono il recupero dal cimitero militare di Opicina ma non dalla Bršljanovca, che fu invece chiusa tra il 1958 ed il 1959 con opere monumentali simili a quelle della cosiddetta foiba di Basovizza. Le due cavità vennero accomunate dalla propaganda nazionalista come sacrari che contenevano “centinaia di infoibati italiani”; sulla Bršljanovca venne posta anche una lapide che ricorda i “caduti Istriani, Fiumani e Dalmati” (che materialmente lì dentro non ci sono), mentre non fa minimamente cenno a chi veramente giace lì sotto, cioè dei disgraziati soldati tedeschi mandati a morire da una logica criminale; la stessa logica che oggi continua a mistificare la storia ed offendere i morti, di qualunque parte essi siano, perché li usa in modo strumentale per fomentare altro odio tra i popoli.

5. LA “FOIBA” DI BASOVIZZA
Ovvero: come si costruisce un falso storico

La voragine nota come “foiba” di Basovizza è in realtà il pozzo di una vecchia miniera abbandonata. Il suo nome tradizionale è “Šoht”, è profonda 254 metri e la sua imboccatura è più o meno un rettangolo di tre metri per quattro. Già dopo la prima guerra mondiale fu usata come discarica, anche di materiale bellico: fu anche tristemente nota come meta di suicidi.
Dichiarata monumento nazionale dal presidente della Repubblica Italiana Scalfaro nel 1992, è sempre stata usata dalla propaganda reazionaria come “esempio” della “barbarie slavocomunista”. Il numero dei corpi di infoibati che conterrebbe, sempre secondo gli “storici” delle organizzazioni di destra, varia dai 2.500 di un articolo apparso nel febbraio 1996 su “La Repubblica”, ai “cento metri cubi di carne ed ossa” (sic!) dichiarati dall'ex-deputata di Forza Italia Marucci Vascon in una lettera dell’agosto 1996 pubblicata sul “Piccolo”.
Ma anche storici più seri hanno accreditato la presenza nello Šoht di 300-400 corpi, Come mai? Andiamo con ordine.
Dopo la battaglia di Basovizza (30.4.45) la gente del posto vi gettò dentro corpi di militari, soprattutto tedeschi, carcasse di cavalli (morti durante i raid effettuati dagli aerei britannici nel corso della battaglia) ed anche materiale militare. Tra il settembre e l'ottobre del 1945 gli angloamericani recuperarono quanto poterono dal pozzo. Ma sentiamo cosa dice l’articolo apparso sul “Piccolo” di Trieste il 10.1.95, a firma Pietro Spirito e Roberto Spazzali:
«È del 13 ottobre 1945 il rapporto che elenca sommariamente i risultati delle esumazioni, effettuate utilizzando la benna... questo documento (...) permette di avere la conferma che almeno una decina di corpi umani furono recuperati dagli anglo-americani. “Le scoperte effettuate – si legge nel rapporto – si riferiscono a parti di cavallo e cadaveri di tedeschi, e si può dedurre che ulteriori sopralluoghi potrebbero eventualmente rivelare cadaveri di italiani”». Sempre nella stesse pagine del “Piccolo” vengono riportati dei brani tratti dal “rapporto segreto” sopra citato, nel quale risulta la reale entità dei recuperi effettuati: otto corpi umani interi (di questi due presumibilmente tedeschi ed uno di sesso femminile), alcuni resti umani (per lo più arti) ed alcune carcasse di cavallo. Continua l’articolo: «Ma una decina di corpi smembrati e irriconoscibili non dovevano sembrare un risultato soddisfacente e alla fine si preferì sospendere i lavori».
Ma come mai gli angloamericani decisero di recuperare quanto “infoibato” nel pozzo della miniera? Già il 29 luglio 1945 apparve questa notizia (noi la citiamo da "Risorgimento Liberale", organo del Partito Liberale):
«Grande e penosa impressione ha destato in tutta l’America la notizia, proveniente da Basovizza presso Trieste, circa il massacro di oltre 400 persone da parte dei partigiani di Tito, le cui salme sono state scoperte dalle autorità alleate nelle cave di quella zona. Particolare rilievo viene dato al fatto che ivi compresi si trovano otto cadaveri di soldati neozelandesi e si temono di conseguenza complicazioni internazionali».
Ma già due giorni dopo appare, sullo stesso quotidiano, questo titolo: “Smentita alleata sul pozzo di cadaveri a Trieste”. Ed ecco l’articolo:
«Il Comando generale dell’Ottava Armata britannica ha ufficialmente smentito oggi le notizie pubblicate dalla stampa italiana secondo cui 400 o 600 cadaveri sarebbero stati rinvenuti in una profonda miniera della zona di Trieste. Alcuni ufficiali dell’Ottava Armata hanno precisato inoltre che non si hanno indicazioni circa i cadaveri degli italiani ma per quanto riguarda l’asserita presenza di cadaveri di soldati neozelandesi essa viene senz’altro negata» .
Si può notare in queste poche righe come iniziò a lavorare la provocazione reazionaria per creare, come si direbbe oggidì, l’”immaginario” della foiba: intanto si tirò fuori la notizia di una cifra enorme di “infoibati”, per creare impressione ed orrore e la si presentò come se negli Stati Uniti non si parlasse d’altro, cosa non vera; e poi il tocco finale degli otto soldati neozelandesi uccisi dai partigiani di Tito, tanto per creare ulteriore tensione tra il governo jugoslavo e quello britannico (si noti il finalino del primo articolo: «si temono complicazioni internazionali»). È poi degno di nota anche il passaggio dai «400» cadaveri del primo articolo ai «400-600» del secondo.
Così gli angloamericani decisero di scavare nel pozzo di Basovizza per chiarire la faccenda anche perché nel frattempo in città continuavano le voci che parlavano di “centinaia di infoibati dai titini”. E quello che trovarono risulta dal rapporto sopra pubblicato.
Diciamo anche, a questo punto, che non sembra probabile che corpi di italiani uccisi verso il 5 o 6 maggio possano trovarsi sotto i corpi dei tedeschi morti una settimana prima, per cui, una volta trovati i tedeschi, gli angloamericani decisero probabilmente che nello Šoht non potevano esserci né italiani né neozelandesi. Esiste comunque un’altra smentita, da parte del Ministero della difesa neozelandese, in merito alla supposta presenza di soldati neozelandesi nel pozzo di Basovizza; risale al 12.2.1996 ed è stata pubblicata dal periodico “Novi Matajur” il 25.4.1996. Il Ministro Crawford risponde ad una lettera inviata dal signor Valentin Brecelj, membro del circolo di Melbourne dell’associazione degli emigranti sloveni, il quale, avendo letto sul settimanale “Epoca” dell'aprile ‘95 che «nel pozzo della miniera abbandonata di Basovizza, tra centinaia e centinaia di morti, sono stati ritrovati anche i cadaveri di 27 neozelandesi...», scrisse, nel febbraio del ‘96, proprio al Ministero della Difesa neozelandese per avere chiarimenti. La risposta, arrivata dopo soli dieci giorni, è breve e lapidaria: «In passato noi abbiamo indagato su simili rapporti ed abbiamo verificato che non sono basati su fatti».

Ma torniamo ai “rapporti segreti” che il “Piccolo” pubblicò in più puntate nel gennaio ‘95.
Titolo apparso all’interno di un paginone dedicato all’argomento “foibe” in data 30 gennaio 1995: “COSÌ DUE PRETI TESTIMONIARONO GLI INFOIBAMENTI”. In questo articolo viene pubblicato un brano contenuto in un documento stilato dagli Alleati nell’ottobre 1945 (una copia di questo, in lingua inglese, è conservata anche presso l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste) che comprende le deposizioni di due preti che, stando all’articolo, sarebbero servite agli “storici” per accreditare le «esecuzioni di Basovizza».
I cosiddetti “testimoni oculari” degli infoibamenti, secondo questo documento siglato da un certo “Source” (nome in codice; però source in inglese significa semplicemente “sorgente” o “fonte”), sono don Malalan, prete di S. Antonio in Bosco-Boršt, (paesino a pochi chilometri da Basovizza) e don Virgil Šcek, parroco di Corgnale (altro paese vicino a Basovizza, che però si trova oggi in Slovenia), intellettuale e già deputato del Regno d’Italia prima dell’avvento del fascismo.
Innanzitutto leggiamo che don Malalan non riferisce di aver assistito personalmente ai processi ed alle esecuzioni, dando però queste, a domanda di Source, per avvenute, e dichiarando che i prigionieri, quasi tutti agenti di polizia, si erano ben meritati la fine che avevano fatto. Ciò che riferisce don Malalan è il suo colloquio con don Šcek, che aveva “ammesso di essere stato presente al momento in cui le vittime venivano gettate nelle foibe”. Lasciamo da parte quindi la testimonianza di don Malalan che parla per sentito dire, come si direbbe in un’aula di tribunale e vediamo invece cosa riferisce Source del racconto di don Šcek:
«Il 2 maggio egli (don Šcek, n.d.a.) andò a Basovizza... mentre era lì aveva visto in un campo nelle vicinanze circa 150 civili “che erano riconoscibili dalle loro facce quali membri della Questura”. La gente del luogo voleva fare giustizia in modo sommario ma gli ufficiali della IV Armata erano contrari . Queste persone furono interrogate e processate alla presenza di tutta la popolazione che le accusò. (...) Quasi tutti furono condannati a morte (...) Tutti i 150 civili furono fucilati in massa da un gruppo di partigiani. I partigiani erano armati con fucili mitragliatori, e poi, poiché non c’erano bare, i corpi furono gettati nella foiba di Basovizza».
Però: «Quando Source chiese a don Šcek se era stato presente all’esecuzione o aveva sentito gli spari questi rispose CHE NON ERA STATO PRESENTE NÉ AVEVA SENTITO GLI SPARI» *. Quindi don Šcek fu testimone oculare sì, ma dei processi e non degli infoibamenti.
Il documento prosegue ancora: «Il 3 maggio don Šcek andò di nuovo a Basovizza e vide nello stesso posto circa 250-300 persone (...) queste persone furono anche uccise dopo un processo sommario. Erano per lo più civili arrestati a Trieste dopo i primi giorni dell’occupazione. Don Šcek dichiara che erano quasi tutti membri della Questura».
Ma neanche qui don Šcek li vide materialmente uccidere. Cosa poteva essere successo dunque?
Come dovrebbe essere noto, i partigiani arrestarono, nei primi giorni di maggio, molte persone, non a casaccio ma a ragion veduta, perché avevano con sé degli elenchi in cui erano segnalati i nomi dei criminali di guerra e dei collaborazionisti. Arrestarono per lo più agenti di P.S., militari e collaboratori dei nazifascisti. Che fossero in abiti civili non esclude che potesse trattarsi di poliziotti o militari in borghese: nessuna persona intelligente si sarebbe tenuta addosso le divise dopo l’arrivo dei partigiani, se solo avesse avuto la possibilità di cambiarsi (e chi abitava a Trieste questa possibilità ce l’aveva).
I prigionieri venivano portati a Basovizza dove aveva sede il Tribunale del Popolo. Detta così può parere melodrammatica, però va riferito che i processi si svolgevano effettivamente di fronte alla popolazione, che aveva diritto di intervenire e testimoniare, pro o contro gli accusati. Vi furono diversi casi in cui, non esistendo testimonianze dirette a carico degli arrestati, questi vennero lasciati liberi; il che causò non pochi errori giudiziari a vantaggio degli accusati, come nel caso di Remigio Rebez, l’efferato “boia della caserma di Palmanova”, che nella caserma Piave di Palmanova, appunto, aveva operato feroci torture e massacri. Ma a Trieste non c’era chi potesse testimoniare contro di lui, ed i “feroci titini” lo lasciarono libero. Per la cronaca, fu processato a Udine nel 1946, riconosciuto criminale di guerra e condannato a morte, poi amnistiato ed è ancora vivo (nonostante Pirina lo metta tra gli “scomparsi”).
Una volta processati, gli arrestati, se riconosciuti colpevoli, venivano inviati verso Lubiana per venire processati regolarmente. Sembra probabile che la IV Armata jugoslava, che, come riferisce il rapporto di “Source”, era contraria alle esecuzioni sommarie, avesse deciso di condannare a morte i prigionieri tanto per calmare gli animi della popolazione inferocita e poi li abbia condotti verso l’interno della Slovenia, a Lubiana o nei campi di lavoro.
Il governo militare alleato usò poi lo Šoht come discarica di materiale militare, ma decise, prima di lasciare Trieste nel 1954, di affidare ad una ditta di Banne lo svuotamento del pozzo, probabilmente per verificare di non aver lasciato dietro di se materiale d’archivio o altre cose compromettenti.
Il comune di Dolina-S. Dorligo della Valle autorizzò, con delibera giuntale n. 854/54 dd. 23.2.1954 [la delibera è pubblicata nel testo integrale], lo svuotamento del pozzo e gli operai addetti arrivarono fino alla profondità di 225 metri, sui 254 totali. Furono estratti residui di armi, materiale bellico e rifiuti vari: ma non v’era traccia di resti umani.
Vorremmo ora citare una curiosa coincidenza in merito allo svuotamento del pozzo in quest’occasione: tra le persone che osservavano i lavori - militari angloamericani, giornalisti (anche tedeschi) e semplici osservatori curiosi - c’era anche un dirigente del Comune di Trieste, capo del settore Nettezza Urbana. Questi era lo stesso Griselli che si era trovato ad essere processato, proprio a Basovizza, sotto la tettoia dell’attuale farmacia, nei primi giorni di maggio ‘45. È questo uno dei casi di assoluzione per mancanza di testimonianze a carico: Griselli giustificò la sua appartenenza al partito fascista perché, lavorando al Comune di Trieste, temeva di perdere il posto se si fosse rifiutato di iscriversi e fu creduto, dato che non c’era nessuno a testimoniare contro di lui. In realtà, come risultò da ricerche condotte da Samo Pahor, Griselli non solo era stato squadrista della prima ora, ma si era anche trovato a ricoprire la carica di commissario civile a Novo Mesto, nella “provincia di Lubiana” occupata militarmente dagli italiani. Nel corso del suo mandato aveva rimandato nella Stiria, che comprendeva anche la parte della Slovenia occupata dai tedeschi, diversi ragazzi delle scuole superiori che erano profughi a Novo Mesto, scappati dalle loro terre occupate, perché erano “colpevoli” di avere organizzato, in occasione della festa nazionale jugoslava (che cadeva il 1° dicembre), una protesta pacifica nelle classi, protesta che consisteva nel rimanere alzati in piedi per alcune ore in silenzio. Si può ben immaginare la sorte toccata a questi ragazzi una volta rientrati in Stiria nelle mani dei nazisti.
Ma torniamo al nostro Šoht. Dopo lo svuotamento del ‘54, tornata l’Italia, il sindaco Bartoli autorizzò l’uso del pozzo come discarica di rifiuti e tale fu l’uso che se ne fece fino alla fine degli anni Cinquanta. Come Gianni Bartoli, che aveva costruito la propria immagine pubblica sulla base della nostalgia per le terre perdute dell’Istria e del ricordo dei martiri delle foibe (comprese le “centinaia di infoibati di Basovizza”!), potesse autorizzare a scaricare immondizia sopra dei resti di corpi umani ci è difficile da credere: potrebbe sorgerci il sospetto che lui, che oltretutto aveva avuto il capo Griselli a sovrintendere all’operazione di svuotamento, sapesse benissimo che lì dentro non c’erano i corpi di quelli che lui, nei suoi libri, lasciava credere che ci fossero.
Date queste basi, riteniamo che l’unica cosa logica, oggi come oggi, per fare chiarezza una volta per tutte, sia che il pozzo venga aperto e svuotato. Con le moderne tecniche non dovrebbe essere difficile: e una volta aperto e verificato cosa c’è dentro, sapremo se in tutti questi anni si sono portati dei fiori su un mucchio di immondizia.